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Liberazione

Sessantaquattro anni, la mia età, non sono poi tanti per una Costituzione che fonda le sue radici in una guerra civile che ha visto il crollo di una politica e di una cultura, quella fascista, personificata nella figura di un capo certamente carismatico, ma proprio per questo capace di portare alle estreme conseguenze un connubio col suo omologo tedesco, nella incosciente gara a chi era il più forte.
Una follia di onnipotenza pagata a caro prezzo dalle popolazioni amministrate che da alleate diventarono nemiche, originando quella lotta di resistenza al degrado morale, civile, militare da cui sorse una nuova epoca fondata sulla tolleranza e sul consenso, una stagione di democrazia che ha garantito, almeno nel mondo occidentale, uno dei più lunghi periodi di pace nella sua storia recente.
Se è giusto che oggi tutti gli italiani si riconoscano figli di quella lotta fratricida che ha visto gli orrori dei campi di concentramento nazi-fascisti, e poi i forni crematori, le foibe, le rappresaglie con fucilazioni di massa, le torture, gli esperimenti pseudo scientifici su persone non più persone, su bambini e vecchi, su donne che stringevano al petto  i neonati, infierendo su chi non era ariano, come se la dignità della persona umana dipendesse dalle sue origini razziali, o dal suo credo religioso, o ancora dal colore della pelle, dalle abitudini sessuali, o da chissà quale altro segno di diversità, in ossequio ad una superiorità razziale, inesistente ne dal punto vista biologico, ne culturale, ne politico, ne morale; se, dicevamo, è giusto che oggi la ricorrenza della liberazione venga celebrata in un clima di ricostruita unità attorno ai valori condivisi di democrazia, libertà, tolleranza, uguaglianza, valori tutti presenti nella Costituzione in vigore, è anche giusto ricordare i milioni di morti che la originarono e i superstiti uomini politici, che pur militando in schieramenti opposti seppero trovare unità di intenti su valori super partes infangati dal nazi-fascismo.
Oggi è giusto, addirittura doveroso chiudere con le divisioni del passato, nella consapevolezza che ci furono anche eccessi di giustizialismo gratuito da ambo le parti. Una guerra di liberazione combattuta non solo contro l’ex alleato, divenuto invasore esterno, ma anche contro il connazionale che credeva ancora nel mito dell’uomo forte che avrebbe capovolto i destini d’Italia, non poteva che portare ad una guerra fratricida che ha diviso gli animi e le coscienze e persino le famiglie.
Oggi è il giorno della riconciliazione, a patto che sia accompagnata dalla memoria. Dal ricordo imperituro di chi ha dato la vita perché oggi questo discorso si possa fare. Ritrovarsi tutti uniti a celebrare tutte le vittime, è un modo onesto per andare avanti, nella consapevolezza che la libertà riconquistata il 25 aprile del 1945, va difesa giorno per giorno, da tutti, ognuno per il ruolo che ricopre nella società, per grande o piccolo che sia.
Se poi qualche capoverso della Costituzione dovesse mostrare le rughe del tempo, sarebbe segno di grande maturità da parte degli attuali uomini politici che siedono in Parlamento, accantonare le appartenenze partitiche e ritrovare la stessa unità di intenti che trovarono a suo tempo i padri costituenti e fra essi ci piace ricordare l’originario arbëresh Costantino Mortati, che con grande lungimiranza, furono capaci di “dare grande importanza a ciò che li univa, prima di dare rilievo a ciò che li divideva”.
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