La Politica da servizio a mestiere

Spesso (ma il dilemma si pone da sempre), una candidatura ricercata e accettata per la semplice voglia di misurare le proprie idealità in un più vasto ambito di carattere etico e sociale, si “riduce” in un meno nobile tentativo di trasformare in redditizio “mestiere” dai più gretti risvolti economici, ciò che era stato concepito come un sano desiderio di arricchimento della propria personalità abbinato al concetto di “servizio”.

Orbene, la politica come servizio trasformatasi in mestiere, continua a rivestire gli stessi valori, magari perseguiti col concorso dell’esperienza, oppure l’acquisizione di privilegi di cui “la casta” sembra godere, sviliscono l’impegno iniziale, fino a tradurlo in esasperata difesa di uno status economico sociale capace di relegare gli impegni assunti con la fiducia ricevuta dagli elettori ad una ipotetica eventualità che deve fare  i conti con uno degli aspetti fondamentali della politica stessa, rappresentata dal compromesso, dalla trattativa e dal rinvio?  A questo interrogativo non è per nulla semplice rispondere in maniera  del tutto accettabile, rappresentando  esso, un autentico nodo gordiano che si trascina fin dalla notte dei tempi.
Diciamo subito che la discesa nell’agone politico, fatta dai più per misurarsi con i problemi della comunità, costituisce un fondamento della democrazia. In via di principio si configura come ricerca di riconoscimento pubblico di qualità morali generalmente non disgiunte da una certa preparazione culturale specifica del mondo lavorativo di provenienza. Il tutto accompagnato da un carattere aperto, affabile e disponibile che ispira fiducia. Naturalmente molte altre variabili concorrono al successo elettorale o ad una bocciatura; elementi imponderabili a priori in quanto irripetibili, legati al momento specifico in cui l’elettore esprime la sua volontà nel segreto dell’urna.
In genere, e non solo in Italia, si assiste a carriere politiche che, una volta intraprese, durano una vita. Segno evidente che l’esperienza acquisita man mano che si frequenta la “stanza dei bottoni” gioca un ruolo fondamentale nella capacità di gestire i destini degli amministrati, a tutti i livelli: dalla più piccola comunità, all’intera Nazione.
Ma questa capacità amministrativa e politica che cresce nel tempo viene sempre e solo utilizzata per governare meglio oppure serve, per lo più, ad accrescere la furbizia necessaria per mantenere nel tempo saldamente le redini del potere? In pratica conviene essere amministrati da un neoeletto poco esperto dei giochi della politica che può anche cadere in banali errori, oppure continuare a dare fiducia al navigato politicante spesso legato a poteri occulti che lo ricattano, che cambia inspiegabilmente casacca, che si allea col nemico di ieri, il quale, nel frattempo, ha pur egli cambiato colore politico?
E se conviene avere amministratori politicamente giovani, qual è la soglia temporale oltre la quale agli amministrati converrebbe puntare su nuove leve?  E bisogna comunque puntare su nuove leve, anche se gli uscenti hanno bene esercitato il mandato ricevuto? Come si può notare, a nessuna domanda si può dare una risposta soddisfacente e condivisa perché la politica di per sé, non si fa sul terreno della certezza e della trasparenza ad ogni costo, ma, principalmente su quello degli accordi spesso spregiudicati, che vengono alla luce solo quando il loro effetto diventa irreversibile.
Ma un metro di giudizio della politica e dei politici potrebbe essere demandato ad un organismo  collegiale esterno costituito per l’occasione col sistema del sorteggio e successivamente non più operativo, che sottoponesse al vaglio il loro operato al termine del mandato ricevuto, confrontandolo con le promesse fatte in campagna elettorale. Solo in caso di un giudizio positivo il politico riceverebbe gli emolumenti maturati nel corso del mandato, ottenendo, altresì, il nulla osta per una sua ricandidatura.
Si tratta di una pura utopia, lo so, ma quante utopie nel corso della storia sono diventate patrimonio dell’umanità.
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