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Il cavallo, il petrolio... e poi?

Il cavallo, ancestrale motore vivente utilizzato nel corso dei millenni come forza motrice a basso costo, ma anche a basso rendimento, sul finire dell’Ottocento dovette cedere il monopolio dei trasporti ad un suo “omologo”: il cavallo/vapore. Si è trattato di una versione tutta meccanica dell’animale a quattro zampe, capace di decuplicare il rendimento in rapporto all’energia consumata, fermi restando i bassi costi di costruzione e di manutenzione.
Mentre l’animale cavallo, infatti, dopo essere stato cresciuto e opportunamente addestrato, può percorrere nell’arco di una mezza giornata di cammino continuativo (in media sei ore), appena una ottantina di chilometri ad una velocità massima di 14 km all’ora, necessitando del fieno prodotto da un ettaro  mezzo di terreno, (comprendendo tutto il lavoro e la spesa  necessaria a produrre  il suddetto quantitativo di “carburante”), il cavallo/vapore, consistente in una trasformazione dell’animale a quattro zampe in un motore elettro-meccanico a quattro ruote capace di consumare derivati del petrolio intrappolato in una struttura di plastica e lamiera adatta al trasporto di persone e cose, è capace di produrre una tale quantità di energia a basso costo (se paragonata a quella prodotta dal cavallo),  che gli permette di raggiungere velocità pazzesche e di procedere senza soluzione di continuità per migliaia di chilometri.
Il rapporto fra consumo e rendimento (quindi fra costi e benefici), è stato senz’altro nettamente favorevole al nuovo ritrovato, che utilizza come carburante, al posto del fieno, il petrolio, elemento che abbondava nelle viscere della terra, che era a buon mercato e sembrava inesauribile. Poi, nell’arco di un secolo, il combustibile fossile mostrò tutti suoi limiti.
Esso è divenuto sempre più caro perché è sempre più difficile trovare nuovi giacimenti, ma anche perché si è creato un solido cartello delle società e delle nazioni nel cui sottosuolo il prezioso liquido abbonda, che hanno tutto l’interesse a mantenere artificiosamente alti i prezzi allo scopo di guadagnare di più anche facendo oscillare i quantitativi di estrazione.
Nel frattempo ci si è anche accorti che il petrolio e tutti i suoi derivati, ivi compresa la plastica, inquinano l’intero pianeta al punto tale da mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’umanità. L’utilizzo sempre più esteso del petrolio e dei suoi derivati, causando modificazioni del clima, particolarmente evidenti nella estremizzazione dei fenomeni di caldo e freddo, attribuibili all’inquinamento globale dell’atmosfera, sta lentamente ma inesorabilmente convincendo politici e scienziati che è giunto il tempo di dire addio al petrolio come elemento più diffuso da cui ricavare l’energia.
Nell’arco di un secolo di utilizzo del combustibile fossile, (un tempo di per se abbastanza breve, se si considera che il precedente mezzo di trasporto – il cavallo – ha servito l’umanità per svariati millenni), la popolazione terrestre è aumenta di sei volte. Si è trattato, indubbiamente, di un successo che, però, ha ormai raggiunto il suo acme essendo destinato ad un veloce crollo per una sommatoria di concause abbastanza note che non è qui il caso di ripercorrere nel dettaglio.
Ora necessita trovare una valida alternativa al petrolio da cui possa derivare una nuova umanità. Eugenio Barsanti non aspettò che finisse il fieno per inventare il motore a scoppio. Allo stesso modo oggi, non è il caso di aspettare il prosciugarsi dell’ultimo pozzo di petrolio, (magari perforato in pieno oceano con tutti i rischi che sappiamo), per passare, all’energia nucleare di terza o quarta generazione, (sempre più sicura, ma sempre pericolosa, senza considerare che l’uranio si esaurirà nell’arco di un ventennio) oppure a quella eolica (scarsamente efficiente e deturpa il paesaggio), o all’utilizzo delle biomasse, (scarsamente efficienti) o delle maree, (poco affidabili), o al solare (il più efficiente, inesauribile, con una percentuale di inquinamento prossima allo zero), o alla reazione nucleare fredda, (di là da venire) o a chissà cos’altro. Una sola cosa può essere considerata certa: sicuramente non ritorneremo alla trazione animale. I cavalli dormano sonni tranquilli!
In una situazione del genere in cui nessuna valida alternativa da sola può, quasi come per magia, sostituirsi al petrolio per produrre i milioni di megawat che servono all’umanità per andare avanti, nulla di più facile che si vada incontro ad una fase transitoria in cui coesisteranno sistemi diversi e fra loro concorrenziali di produzione di energia, fintanto che, grazie anche al concorso della ricerca scientifica, un nuovo sistema nella produzione di energia si imporrà spontaneamente.
Significativa, al momento la posizione dell’Eni espressa dall’amministratore delegato Paolo Scaroni che punta diritto sul solare. «Il petrolio un giorno finirà – dichiara – e gli idrocarburi non giocheranno più lo stesso ruolo nella nostra vita». Spiega quindi le ragioni che hanno spinto l’Eni a investire nella ricerca sulle tecnologie solari avanzate e mostrando sul palmo della mano una cella solare su carta aggiunge: «Alcuni anni fa abbiamo deciso di studiare le tecnologie del solare del futuro e abbiamo lanciato questa iniziativa insieme al Mit. I risultati sono molto promettenti: se solo il 10% di quello che ho visto qui a Boston diventasse operativo, si potrebbe cambiare il mondo».
C’è da aspettare ancora qualche anno, ma – almeno per l’Eni – la strada sembra ormai tracciata. Il che non è poco. © Riproduzione riservata

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