Amministrare: un mestiere ricercato

Non c’è alcun dubbio. Al di là della specifica appartenenza politica, una gran parte degli elettori più o meno equamente distribuiti fra i vari partiti e formazioni, a torto o a ragione, non si fida più di tanto della classe politica, immaginando sempre oscure trame di potere anche quando siano difficili da dimostrare o non sussistano. Il fenomeno, ormai endemico, si verifica ad ogni livello elettorale, sia esso comunale, provinciale, regionale, nazionale, europeo.

La cultura del sospetto cresce ad ogni consultazione, trasformando sempre più l’impegno nel pubblico come una sorta di affare, per di più con risvolti talora inconfessabili. Questo provoca una conflittualità permanente che avvelena la politica e l’attività amministrativa. E quanto più gli amministratori e i politici si impegnano a difesa delle proprie idee e posizioni, tanto più spesso vanno a cozzare contro questo impalpabile muro del sospetto, reso reale nelle coscienze per il propagarsi di questo rifiuto della politica. Né le cose vanno meglio quando il politico abbandona il proprio partito per approdare su altre posizioni. Anche in questo caso, l’immagine quasi sempre si offusca e la sua visibilità non sempre migliora.
In parte ciò è anche dovuto alla caduta degli ideali che fino a pochi anni fa riempivano di orgoglio le appartenenze, dando linfa a lotte sublimi di pensiero e di azione che segnavano le esistenze. Oggi la mercificazione generalizzata delle coscienze che talvolta si palesa con repentini e incomprensibili cambiamenti di fronte, (sebbene sia noto a tutti che, da sempre, la politica è l’arte dell’impossibile per eccellenza), incattivisce gli animi e rappresenta il terreno di coltura del qualunquismo. Quando poi capita che sull’onda della pressione popolare il politico si vede costretto a ripensare decisioni già assunte, la buona azione rischia di trasformasi in boomerang e anche una forte e coesa maggioranza, vista dall’elettorato come incapace di governare, può perdere credibilità e quindi consenso.
Amministrare diventa sempre più un terribile gioco di equilibrio che poggia su alleanze che nascono e muoiono sull’onda di convergenze momentanee che si fanno di notte e si disfano di giorno come una incomprensibile tela di Penelope senza fine. Tutto si basa su decisioni sempre meno condivise e sempre più assunte a livello oligarchico piuttosto che nel più consono confronto democratico a livello consiliare ma anche a livello di maggioranza di governo. La politica tutta diventa ogni giorno di più una “Palude Stigia” per pochi addetti ai lavori e un mondo per iniziati dal quale la maggioranza dei cittadini che accomuna tout court la politica col potere e col compromesso, cerca di starne lontano.
Il politico è così sempre più visto come espressione di una longa manus sul potere da parte di specifiche categorie di cittadini, di lobby di potentati economici capaci di condizionare le scelte democratiche assembleari. Il politico, in questo caso, si rivela come un personaggio a cui rivolgersi per dirimere questioni personali, che occupa il suo tempo a tessere trame occulte, sempre pronto a cambiare fronte, pur di rimanere a galla. Dal primo ministro capo del governo nazionale, al sindaco del più piccolo agglomerato urbano, il politico deve fare i conti prima che con la propria coscienza, con questa parte dell’elettorato che sembra solo interessata a gestire nell’ombra il proprio potere per interposta persona.
Ci si potrebbe chiedere, se sia più utile in una situazione del genere, avere a capo dell’amministrazione un navigato politico capace di tenere testa alle lusinghe del potere, o piuttosto un neofita capace di resistere alle stesse lusinghe con la sola buona volontà e con la veste di “candidato” di romana memoria.
Una risposta univoca e certa non esiste in nessun caso, perché sia il consumato politico che il neo eletto possono comportarsi nel modo giusto o in quello sbagliato. Tutto dipende dalla volontà con cui sono scesi in campo. Se per servire gli interessi della comunità o delle lobby.
In ogni caso bisogna alla fine rendere conto alla propria coscienza partendo dal presupposto che amministrare vuol dire, innanzi tutto, mediare, pur senza cambiare parere ad ogni piè sospinto al solo scopo di cavalcare l’onda anomala espressione di oligarchie di potere sempre in cerca di accordi sottobanco.
E sì che almeno storicamente, il compromesso è sempre stato, di per se, il grimaldello della politica. Ma nel passato, nel bene e nel male, la politica, forse, era un’altra cosa.
Si, era certamente un’altra cosa. Politici italiani del dopoguerra, a quanto è dato sapere, non sono passati alla storia per essere stati coinvolti in scandali di qualsivoglia genere, bensì per aver riportato onorabilità alla carica che ricoprivano. Siano essi stati al governo o all’opposizione, hanno contribuito a ridare dignità all’Italia
Oggi, (è di questi giorni la pubblicazione del libro inchiesta del giornalista Mario Giordano), la casta dei politici, (ma non solo quella, visto che il “bel Paese” è pieno di caste di intoccabili), fa notizia, non certo per i servigi resi alla Patria, ma semplicemente per le pensioni d’oro che i cosiddetti “Onorevoli” percepiscono alla faccia dei poveri operai che non sanno come fare per arrivare alla fine del mese e che da pensionati conducono una vita ancor più misera.
Il giornalista nel suo libro “Sanguisughe, le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasche” elenca nomi, cognomi e vitalizi di parlamentari e non che arrivano anche a tre pensioni al mese, naturalmente ognuna con cifre da capogiro.
«La nostra classe dirigente – scrive – va in pensione senza lavorare… In questo Paese bello e maledetto, sono un esercito di 495 mila unità… E fra loro non ci sono solo i politici. Non mancano gli artisti di grido che percepiscono la pensione già a 50 anni e sempre a suon di migliaia e migliaia di euro. Così come non difettano tante altre categorie quali i magistrati, o i docenti universitari che possono accumulare anche fino a tre vitalizi». Dopo aver fatto una sfilza di nomi e cognomi arci noti, conclude: «Sono davvero meritati tutti questi soldi? Sono davvero produttivi i nostri governanti? E soprattutto: quali saranno le conclusioni che un cittadino normale trarrà quando sentirà parlare di innalzamento dell'età pensionabile? Disillusione. Malcontento. Rabbia. Sgomento. E sempre meno voglia di alzarsi la mattina per fare andare avanti questo benedetto Paese».
Intanto una cosa è certa: governare diventa ogni giorno di più un mestiere, fors’anche un mestieraccio ricercato che in molti paiono aborrire fintanto che non occupano una qualsivoglia poltrona, dopo di che le belle parole, i lungimiranti programmi, le promesse da marinaio, entrano a far parte del mondo dei sogni; tanto si troverà sempre un appiglio cui imputare le mancate promesse, perché l’abilità del politico consiste anche nella capacità di trasferire le proprie colpe sui comportamenti degli altri, avversari o compagni di partito che siano.
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