150 anni e li dimostra

Il prossimo 17 marzo, fra tanti distinguo, l’Italia celebrerà il suo 150° compleanno. Si tratta di un avvenimento sofferto che dimostra ancora una volta come l’impresa dei Mille, scaturita da una diffusa volontà popolare ansiosa di riunificare sotto un’unica bandiera la gran parte dell’area geografica corrispondente alla penisola italica e implicitamente sostenuta dall’interesse delle potenze dell’epoca, ha sanato tante ferite, ma nel contempo ha aperto nuove piaghe, mai completamente rimarginate, anche perché lasciate incancrenire.

Questo sta a dimostrare che le tante migliaia di patrioti che sfidarono e spesso incontrarono la morte sui campi di battaglia o nelle patrie galere, erano, in realtà considerati dal beneficiario ultimo dell’impresa, il Re di Sardegna, poco più che patriottardi in cerca di notorietà a buon mercato. Mettere a disposizione la propria vita per la realizzazione di un sogno di libertà e di giustizia che covava nei loro cuori, è solo servito a prestare il fianco ad un’impresa studiata a tavolino nel corso del cavouriano decennio di preparazione. Una ragnatela diplomatica intessuta al di fuori della volontà e della visione patriottica, che entra in scena solo quando, necessitando il braccio operativo, la figura e l’opera di Giuseppe Garibaldi diventa indispensabile. Un dittatore, l’Eroe dei due mondi, che era coadiuvato nell’impresa, da un clima internazionale nettamente favorevole, in quanto espressione della maggiore superpotenza dell’epoca, direttamente interessata alla sparizione di un reame che pur fra luci ed ombre non era ne peggiore, ne migliore dei consimili in auge in tutto il resto del mondo.
In proposito, per farci un’idea il più possibile rispondente allo stato reale del Regno di Napoli e di Sardegna intorno al 1860, è opportuno leggere due testi fra loro discordanti e perciò complementari(1).
Al di la della condivisione o meno delle rispettive idee che i due giornalisti/scrittori evidenziano con argomentazioni valide e assolutamente convincenti, un dato di fatto balza all’attenzione del lettore: l’intera vicenda unitaria non è stata altro che una guerra fratricida fra italiani che non pensavano di esserlo, protagonisti (vincenti o perdenti), di un evento epocale seppure ufficialmente snobbato dalla casa regnante arroccata nella magnifica e lontana Torino. Arroccata prima, durante e dopo. Una posizione deleteria che creò un terreno di coltura per nulla favorevole all’integrazione successiva all’unificazione, in quanto volto al mantenimento se non addirittura all’accentuazione delle differenze. Un comportamento tipico, questo, di chi conduce una guerra di conquista contro uno Stato ma anche contro il suo popolo, mentre invece, nel caso in questione, il Re di Sardegna, e Garibaldi in suo nome, era legittimato dai patrioti e da tutti a combattere contro il proprio il cugino Vittorio Emanuele, ma non contro il popolo meridionale che voleva essere riportato nell’alveo originario di appartenenza dopo secoli di estromissione.
Al rappresentante dello Stato Sabaudo bastò solo fare, bontà sua, una fugace apparizione a cavallo in quel di Teano per ottenere in regalo, senza eccessivi cerimoniali, salvo qualche frase di circostanza, un intero reame al cui confronto il regno di Sardegna era poco più esteso che l’orticello di casa. Una apparizione quella del “Re Galantuomo” sufficiente, per quanto fugace, a raccogliere i frutti di una guerra vinta, sebbene mai dichiarata in quando condotta per interposta persona. Una fugace apparizione, quindi, che non gli diede nemmeno il tempo di esprimere un “grazie” alle migliaia di morti che da ambo le parti offrirono il proprio petto come cieco atto di fede verso lontani semidei che ancora aleggiavano in un empireo fatto di sacralità gratuita che affondava le proprie radici in una società di esclusiva marca medievale che già non era più quella originaria strutturata in forma piramidale ove vassalli, valvassori e valvassini si stracciavano le vesti per ottenere altisonanti titoli nobiliari da tramandare ai posteri.
Mi domando cosa sarebbe potuto accadere se a Teano Garibaldi avesse deciso di tenere per sé il regno appena conquistato, trasformandosi da dittatore per conto terzi a novello monarca per conto proprio. Avrebbe potuto instaurare una sua dinastia auto proclamandosi “Garibaldi I, Re del regno della due Sicilie”!
In questo caso cosa avrebbe deciso il re di Sardegna? Avrebbe protestato come un bambino a cui viene tolto da sotto il naso il vasetto della marmellata, oppure avrebbe dichiarato guerra contro l’infedele che si sarebbe appropriato di titoli e ruoli che non gli erano propri e che non erano fra quelli concordati? E la tanto decantata Unità d’Italia che fine avrebbe fatto?
Si sarebbe concretizzato con analoga drammaticità il fenomeno del brigantaggio meridionale innescato in epoca post unitaria con l’introduzione dalla leva obbligatoria? E la “perfida Albione” che aveva di mira le miniere di zolfo della Sicilia, avrebbe continuato a difendere e appoggiare sottobanco il rivoluzionario massone “eroe dei due mondi”? E Garibaldi avrebbe marciato contro Roma papalina? E in questo caso, quale sarebbe stato il comportamento della Francia? Avrebbe lasciato correre riscoprendo in se l’Imperatore figlio della più che laica Rivoluzione francese, oppure sarebbe sceso in campo per impedire il sorgere di un forte Stato Unitario davanti la porta di casa?
E gli italo – albanesi che tanta parte ebbero in tutto il processo unitario, gridando allo scandalo, avrebbero potuto rivoltarsi contro l’osannato dittatore amico semplicemente perché non avrebbe smesso i panni dell’assolutista impedendo così la realizzazione del sogno unitario? Un sogno poi naufragato in una “piemontesizzazione” selvaggia (che procurò dopo un effimero tentativo di occupazione delle terre in alcune realtà specifiche), solo e sempre nuova emigrazione, nuova emarginazione, nuova rincorsa verso un sempiterno sogno di riscatto socio – economico.
E poi ... e poi ...
Ma la storia non si fa con i “se” e con i “ma”.
E oggi siamo qui a celebrare una “Unità” senza unitarietà. Una ricorrenza che pesa, che dà un poco a tutti fastidio perché fra Tolmezzo ed il Lilibeo corre sì qualche migliaio di chilometri, ma principalmente corre una cultura diversa, che origina una diversa visione del mondo, più realistica e pragmatica al Nord, più filosofeggiante e idealista al Sud dove si è capaci, grazie all’eredità di Bisanzio, discutere senza limiti temporali sulle possibilità e modalità di dividere un capello in quattro, senza accorgerci che nel frattempo un altro giorno si affaccia all’orizzonte.


(1) In proposito, per farci un’idea il più possibile rispondente allo stato reale del Regno di Napoli e di Sardegna intorno al 1860, è opportuno leggere due testi fra loro discordanti. Si tratta del lavoro del giornalista Antonio Caprarica: “C’era una volta in Italia” – Sperling & Kupfer Rai Eri – Stampa Mondadori Trento – novembre 2010 e del testo di Silvano Trevisani: “Borboni & briganti” – intervista con Giovanni Custodero – Capone Editore – Lecce 2002.
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