Il ritorno della kappa dimenticata

Ha più di mille anni ma non li dimostra. Si tratta della “K” una lettera che nel nostro alfabeto non ebbe molta fortuna da quel lontano “Placito Capuano” del marzo 960, quando un prezioso testimone dichiarò: “Sao ko kelle terre per kelli fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.

Un linguaggio già sganciato dalla costruzione sintattica della lingua latina, ma che non ha ancora raggiunto l’autonomia e la musicalità dolcestilnovista, elementi che permetteranno all’Alighieri di esprimersi in maniera sublime in quella sua “Commedia” (poi arricchita dall’aggettivo “Divina”) che a tutt’oggi conserva intatta la freschezza espressiva che si addice al sentimento dell’amore, all’esercizio della fantasia, alla descrizione del divino e dell’ultraterreno in termini rimasti insuperati perché insuperabili.
La pur breve frase in una lingua in trasformazione denominata “volgare” che all’epoca era utilizzata cioè dal volgo, (il popolo ignorante), incapace ormai di comprendere il linguaggio forbito di Cicerone, appannaggio della sola ristretta cerchia intellettuale e per di più ormai utilizzata per la stesura dei soli atti ufficiali della burocrazia statale e della solennità religiosa, tradotta in italiano moderno così suona: «So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto».
In effetti sia il suono che il simbolo della lettera “K” vennero presto abbandonati nel corso dell’evoluzione linguistica che di fatto ne decretò l’inesistenza nel nostro alfabeto. Inesistenza che, seppure lentamente, pare stia per finire, considerato che la “kappa” sistemata all’undicesimo posto dell’alfabeto italiano, sta riconquistando il terreno perduto nei secoli, in primo luogo sostituendosi al gruppo “ch”.
Si tratta, per ora, di una scrittura riservata agli “sms”, i “messaggini” che i ragazzi si scambiano fra loro grazie ai telefoni cellulari, dove la velocità di scrittura e lo spazio occupato sono elementi determinanti. Il costume prende piede e si allarga. Parole come “chi”, “perché”, diventano “ki” e “perkè”. Ma il fenomeno riguarda tutti i vocaboli che è possibile abbreviare. Parole come “comunque” perdono completamente le vocali divenendo “cmq” e interi gruppi come “se dici” si trasformano in “16”, divenendo quindi un numero. La necessità di inviare un messaggio il più lungo possibile racchiuso nelle 160 battute che permette il telefonino, aguzza l’ingegno dei giovanissimi.
È così che si scopre un nuovo modo di comunicare. Le regole tradizionali codificate dall’Accademia della Crusca perdono man mano parte del loro valore. Sa scrivere meglio chi è più capace di trasmettere un maggior quantitativo possibile di notizie, utilizzando uno spazio ben definito e limitato.
Così la “k”, incalzata anche da altri espedienti nella trascrizione di un testo che diventa quasi criptato per i non addetti ai lavori, riappare anche se, per ora, solo in comunicazioni di carattere personale e privato.
Ma siccome le abbreviazioni fanno comodo (ci si sbriga prima se un “per” lo si trasforma, semplicemente nel segno matematico “ics” (x), e così via), il nuovo sistema di scrittura, che peraltro potrebbe essere considerato come una varante della stenografia rischia, riferendoci sempre alle categorie giovanili, di essere utilizzato anche dentro un componimento scolastico dilagando malgrado l’opposizione istituzionale.
In loro aiuto viene il pensiero del prof. Michele Cortelazzo, preside della facoltà di lettere e filosofia dell’università di Padova, per il quale la semplificazione del linguaggio burocratico, rappresenta ormai una autentica necessità. La reintroduzione della “k” nel nostro sistema linguistico, fra l’altro, potrebbe risolvere un equivoco storico: la discrasia esistente fra grafia e fonetica. Si tratterebbe, infatti, sempre secondo il cattedratico, di conservare la lettera “c” davanti alle vocali palatali (città, cesto) e di generalizzare la sostituzione della c con la k in tutti gli altri casi: (krema, kuoio, kavallo).
Sempre secondo il linguista si tratterebbe di una riforma dal basso e non di una regola imposta dagli accademici della Crusca. Non ci sarebbe quindi molto di cui scandalizzarsi se fra qualche decennio scriveremo tranquillamente “skerzo” e “anke” invece di scherzo e anche.
La possibile reintroduzione a pieno titolo nel nostro alfabeto della lettera “k” si ricollegherebbe proprio al passato storico della lingua italiana rappresentato da quel placito capuano del 960, ove la lettera in questione, nel sia pur breve testo, è rappresentata per ben quattro volte; un autentico trionfo.
Un discorso diverso merita il dilagare, sempre fra i giovanissimi, delle abbreviazioni mediante l’eliminazione tout court delle vocali a volte accompagnata dall’inserimento al loro posto di numeri. Tale modalità di scrittura alfa numerica del tutto disordinata non ha nulla a che vedere con una qualsivoglia evoluzione linguistica, rivestendo il carattere esclusivo di un linguaggio criptato.
La frase “Amiko 16 ke mami 80 flct xke ai la kiave ke apre il mio cr” (che tradotta significa: Amico se dici che mi ami ho tanta felicità perché hai la chiave che apre il mio cuore) occupa solo 58 battute. Basta questo perché venga preferita ad una stesura “normale” che di spazi ne occupa 84. Ma è chiaro che con questo sistema non si va molto lontano e, pur volendo essere indulgenti, è scontato che nessuna altra Divina Commedia potrà mai vedere la luce.
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