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San Valentino? No, grazie!

Il calendario nostrano è ormai pieno di festività che il tempo, la cultura, la memoria, hanno svuotato del loro significato originario. Si tratta di festività e ricorrenze in buona parte ormai consolidate nella loro genesi in un tempo ormai mitico che di per se le pone al di fuori del tempo e della storia com’è, appunto, la festa degli innamorati legata alla figura di San Valentino, ma non manca la new entri, per quanto provvisoria, che riguarda la celebrazione del 150° dell’unità d’Italia stabilita per il prossimo 17 marzo.

Qualunque sia la festività, quella dei lavoratori da celebrare il primo maggio o quella del papà che ricorre il 19 marzo, passando per la festa della donna (8 marzo) e per quella della mamma (seconda domenica di maggio), tutte si risolvono in manifestazioni analoghe di carattere consumistico del tutto slegate dalla peculiarità della celebrazione.
L’inflazione delle manifestazioni banalizza la ricorrenza le cui motivazioni originarie sono sempre meno note ai più. Del resto non ha molto senso celebrare un giorno l’Unità d’Italia e poi dimenticarsene per i rimanenti 364 giorni; oppure recarsi un giorno ad Assisi per celebrare la giornata della pace, e poi avere tutt’altri comportamenti per il resto dell’anno. Così come non ha senso celebrare la festività di San Valentino semplicemente consumando una serata in discoteca o in pizzeria, salvo poi tradire il proprio partner alla prima occasione adducendo come unica scusante l’essersi accorti che il grande amore è svanito alla prima sia pur minima difficoltà e incomprensione.
Emerge in tutto questo un dato allarmante: tutti credono di poter vivere una vita felice priva di rinunce, in un mondo dominato dal più sfrenato consumismo che comporta la conduzione di un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità economiche immersi in una società dell’apparire piuttosto che dell’essere. Una società che ha abbandonato nel giro di una generazione valori che sembravano perpetui, senza la capacità o la possibilità di crearne di nuovi in così breve tempo, per cui tutto ciò che era sacro e immutabile è improvvisamente divenuto obsoleto.
Ma nessuno pensa di dover fare un passo indietro. Nessuno crede più di poter trovare la felicità nelle piccole cose del vissuto quotidiano. Tutti credono ormai che la felicità non è più tanto una categoria dello spirito che ci pervade quando si è convinti di aver fatto il proprio dovere, di aver avuto in ogni circostanza un comportamento retto e corretto. Ma più semplicemente si crede che la felicità e quindi il benessere morale ed economico, è direttamente proporzionale alla notorietà. E la notorietà la si ottiene solo se si è capaci di arrivare a “bucare lo schermo”, qualunque sia il mezzo, ivi compresa la partecipazione ad un programma a quiz, che distribuisce ricchi premi senza grande fatica (sebbene si tratti di gettoni d’oro che poi vanno convertiti nella valuta corrente e opportunamente sottoposti al pagamento delle tasse).
Ma altre volte è ancora peggio. E questo accade quando ci si accorge che nonostante tutto la notorietà non arriva. Allora si ricorre alle droghe (alcool compreso). L’illusione di aver vissuto una vita libera da condizionamenti non ci fa accorgere di aver sprecato l’unica vita che ci era stata data per vivere e lasciare una traccia del nostro passaggio su questa terra.
Naturalmente non è per nulla scontato che la società odierna sia negativa e distruttiva di se stessa. Ogni epoca porta con sé pregi e difetti e, a conti fatti, si può tranquillamente ammettere che la società odierna è molto migliore che nel passato. Questo anche se ancora oggi in alcune parti del pianeta si muore per fame e in altre si muore per aver trangugiato un eccessivo numero di brioche. Ma è chiaro che il paragone col passato, sia recente che remoto, registra una sia pur lenta ma continua evoluzione verso una società sempre più globale, sempre più democratica. Questo anche se, per evolversi, l’umanità ha lasciato dietro di sé una scia di cadaveri.
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