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Anche il mio bisnonno credeva...

Quando penso alla cosiddetta “epopea risorgimentale” non posso fare a meno di ripercorrere la figura del mio bisnonno Francesco (11/10/1823 – 03/09/1871), uno dei tanti patrioti che 150 anni fa, dando credito all’“Eroe dei due mondi”, abbracciarono l’ideale di un’Italia unita sotto la dinastia sabauda giudicando povero, arretrato e tiranno lo Stato borbonico, senza nemmeno paventare il rischio di una caduta dalla padella alla brace.
Una brace che a tutt’oggi non accenna a spegnersi e della quale tutti si resero ben presto conto già al momento della proclamazione del nuovo Regno d’Italia, quando il nuovo re Vittorio Emanuele II, di nuovo, rispetto al vecchio Ferdinando II, non aveva proprio nulla, nemmeno il nome in quella parte ordinale che avrebbe dovuto sancire la fine di un passato da dimenticare.
Tutti gli ormai ex patrioti se ne resero conto e capirono che la “piemontesizzazione” selvaggia non preconizzava nulla di buono circa la costituzione di una società fondata sulla giustizia, sulla libertà, sul progresso economico e sociale. Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro e coloro che ancora una volta tentarono la strada della ribellione riuscirono solamente a guadagnasi il marchio di brigante, una qualifica che portava diritto al plotone d’esecuzione.
Coloro che, invece, avevano pensato di “spendere” in ambito politico la notorietà acquisita sul campo di battaglia, dovettero presto tirare i remi in barca, abbandonando ad un triste destino quella stessa Patria che pure avevano contribuito a far nascere con tanto amore.
Si era nel 1860 e Francesco Fera, alla non più tenera età di 37 anni, abbracciava in pieno gli ideali unitari grondanti quel sano nazionalismo che aleggiava in tutta l’Europa già alla fine del congresso di Vienna. Ogni etnia chiedeva una patria. Ogni patriota lottava per una giusta causa. Ogni monarca era visto come un tiranno, una sorta di divinità intoccabile, lontana dai bisogni dei sudditi che, incantati dalla rivoluzione francese, volevano diventare a tutti i costi cittadini.
Queste ed altre motivazioni percorrevano anche gli animi dei patrioti italiani che lottavano per l’unificazione territoriale di tutta la penisola, per fare di quella che il Metternich aveva definito come una semplice “espressione geografica”, una Nazione sotto un unico governo, fosse esso di ispirazione religiosa e cattolica capeggiato dal Papa come voleva il Gioberti; o di orientamento laico e repubblicano come aspirava il Mazzini; oppure retto da un monarca, nella fattispecie espressione di Casa Savoia che già deteneva il Piemonte e la Sardegna. L’unica casa dinastica che poteva mettere a disposizione un potere politico e militare capace di impensierire le superpotenze dell’epoca, quali Francia e Inghilterra in particolare, era quella sabauda. Il re di Sardegna era altresì il solo che potesse contare, anche se mai ufficialmente dichiarato per ovvi motivi strategici, su di un condottiero come Garibaldi, personaggio controverso che ricoprì i più alti gradi della Massoneria, all'epoca fiorente in particolar modo in Inghilterra: la “perfida Albione” che non vedeva di buon occhio l’esistenza di un Regno delle due Sicilie situato al centro del Mediterraneo, posizione che sarebbe divenuta fortemente strategica economicamente e militarmente con l’apertura del Canale di Suez, poi avvenuta nel 1869.
I giochi di potere, le alleanze, le lotte partite dal basso con i moti popolari del 1821 - 1831 - 1848 e culminate con l'impresa dei Mille nel 1860, vollero che fosse al fine la monarchia sabauda ad avere le maggiori possibilità di realizzare il sogno di un’Italia quanto meno geograficamente unita come non lo era stata più da 1.384 anni, cioè dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente.
l'Italia venne spezzettata dai congressisti di Vienna non certo per fare un favore ad una obsoleta nomenclatura di principi, duchi e reami di scarso peso internazionale, bensì per sottili e lungimiranti calcoli politici che, perpetuando il romano "divide et impera", intendevano continuare a tenere sotto controllo tutta l'Europa ed in particolare proprio la penisola italiana con i suoi tanti cospiratori, che si immolavano per una Patria di cui ancora non erano definite né l'estensione geografica, né tanto meno la forma di governo ed i relativi governanti.
Un formidabile ostacolo all'unificazione dell'Italia era proprio rappresentato dal Regno delle due Sicilie con capitale Napoli, città all'epoca ancora abbastanza fiorente, al terzo posto in Europa dopo Parigi e Londra per numero di abitanti, e dallo Stato Pontificio, che campava grazie alla incondizionata protezione della Francia, in funzione nettamente anti italiana.
Dalla risistemazione a tavolino operata dal Congresso di Vienna, non a caso passata alla storia come una restaurazione dello status quo antecedente la rivoluzione francese, una sola volontà percorreva gli animi di tutti i rivoluzionari italiani ed europei: la creazione di una propria Patria geograficamente delineata, che contenesse la propria etnia. Per la realizzazione di questo ideale, intere generazioni di patrioti pagarono col proprio sangue il desiderio di libertà, uguaglianza, giustizia, tutti valori che la rivoluzione francese del 1799, aveva sparso a profusione per l’Europa intera.
Nell’ambito del regno di Napoli, lo scontro fra liberali e monarchia borbonica era divenuto endemico. Le liberaleggianti modifiche statutarie non soddisfacevano i sudditi che non perdevano occasione per organizzare guerriglie e attentati, spesso sfocianti in autentica guerra in campo aperto. Significativa in proposito la rivolta del 1848 conseguente la strage del 15 maggio perpetrata da Ferdinando II in occasione dell’insediamento a palazzo Montoliveto, del nuovo parlamento napoletano che pure era frutto di tutta una serie di compromessi e di faticosi accordi, andati in fumo alla prova dei fatti.
La prova di forza venne superata dal Borbone grazie alla disparità di uomini e armamenti, ma la situazione restava esplosiva in tutto il reame e in modo particolare nell’ambito delle comunità di origine albanese di Calabria. In questo clima agitatissimo i cospiratori, in primis quelli di etnia arbëreshë, non mancarono. Nel 1852 il nostro concittadino Gennaro Mortati, (25/05/1826 – 05/05/1890), figura poliedrica (fu anche prof. di filosofia) e personaggio di primo piano in tutta la vicenda antiborbonica assieme a Vincenzo Luci “Il Maggiore” (20/02/1826 – 18/08/1898), volendo ridare vita all’esperienza calabrese del 1848, presiedette una riunione di un comitato rivoluzionario dei paesi albanofoni del circondario di Castrovillari. Scoperto, venne rinchiuso nelle carceri di Santa Maria Apparente in Napoli dove languì per sette anni. L’8 dicembre del 1856 Agesilao Milano, (12/07/1830 – 13/12/1856), arbëreshë di San Benedetto Ullano attentò alla vita di Ferdinando II. La ferita infertagli al petto ne causerà la morte poi avvenuta nel 1859. Il figlio e successore Francesco II, non saprà o non vorrà fare nulla per placare gli animi e concedere quelle libertà costituzionali che i tempi richiedevano all’assolutismo monarchico europeo. L’atmosfera era diventata sempre più incandescente. La monarchia dei Borboni era alle corde. I tempi erano maturi per il colpo di grazia. A questo penserà Giuseppe Garibaldi ed i suoi Mille che partono dallo scoglio di Quarto presso Genova la notte del 5 maggio 1860.
Le popolazioni calabresi, man mano che il Generale Garibaldi risale vittorioso lungo tutto il meridione, (sulla spedizione dei Mille in particolare è risaputo il ruolo di appoggio giocato dalla potenza navale inglese), gli preparano il terreno esautorando tutta la vecchia nomenclatura che ancora deteneva il potere civile e amministrativo, sostituendola più o meno pacificamente, a seconda dei casi, con esponenti della cosiddetta “Guardia Nazionale”, un organismo provvisorio formato da volontari, chiamato a gestire la transizione e la cui presenza faceva capire in via preventiva a Garibaldi da che parte stesse la popolazione dei rispettivi paesi che si preparava a conquistare in nome di Vittorio Emanuele di Savoia.
Sulla costituzione della guardia nazionale a Spezzano Albanese, scrive il Serra:1 «Per la costituzione della guardia nazionale il 19 luglio la popolazione fu convocata nella casa comunale dove don Giuseppangelo Nociti, il nostro letterato storico, propose una commissione di dieci autorevoli spezzanesi col compito di scegliere le persone degne di far parte della guardia nazionale.
Dopo osservazioni e proposte, ai dieci furono aggiunti il sindaco e sette decurioni nonché altri quattro membri. Tutti insieme costituirono la giuria che mediante fave bianche e nere assentivano o respingevano l’ammissione del candidato. Così dopo un lavoro paziente e serio fu costituito un corpo di 223 guardie, comprese le guardie urbane decadute dal servizio.
L’indomani, 20 luglio, dovendosi eleggere il capo, secondo il regolamento pervenuto da Cosenza, la guardia nazionale proclamò a gran voce Vincenzo Luci. La nomina fu accolta con giubilo da tutta la popolazione.
Lo stesso giorno, data l’affluenza dei volontari, fu proposta una aggiunta per la quale nei giorni successivi la guardia nazionale raggiunse il numero di 450. Sempre ai sensi del regolamento cosentino, bisognava ora scegliere sei ufficiali (tenenti ed alfieri), ciò che avvenne domenica 22 luglio. Furono scelti: Peppino Cucci, Luca Marini, Francesco Mortati, Francesco Fera, Pasquale Cucci e Giuseppangelo Nociti».
In merito agli aderenti alla Guardia Nazionale, una rilettura di copia del documento originale, fra cancellature e nominativi non conteggiati, farebbe salire il numero a 467 cittadini.
Furono complessivamente 132 gli spezzanesi che, in parte estrapolati dagli aderenti alla guardia nazionale, seguirono Garibaldi fino alla conclusione delle operazioni militari avvenuta il 2 ottobre nella piana del Volturno. Inquadrati nel reggimento Pace, essi costituirono un battaglione al comando di Vincenzo Luci col grado di Maggiore e vissero sulla loro pelle l’emozione della “liberazione” del Sud dalla “tirannia borbonica”.
Il quadro complessivo dei graduati comprendeva oltre al capitano Francesco Fera, i tenenti Gennaro Cassiani, Emilio Chefalo, Eugenio Greco e Giulio Luciano Longo della limitrofa comunità di San Lorenzo del Vallo; come Portabandiera venne indicato Nicola Pisarro.
Ogni aderente alla guardia nazionale, una volta ammesso a farne parte, aggiungeva il proprio nominativo in calce all’elenco. Al numero 50 è affiancata la firma di Francesco Fera. Per l’esattezza, non è dato sapere se l’adesione veniva suggellata apponendo la propria firma o se, come appare più probabile, considerato che all’epoca l’analfabetismo la faceva da padrone, era l’addetto alla registrazione delle adesioni che ne riportava i nominativi, attribuendo così anche il numero progressivo. Un altro elemento di notevole importanza che va sottolineato è dato dal numero degli aderenti rapportati alla popolazione residente. L’adesione di 467 persone rappresenta un numero a dir poco sorprendente alla luce delle seguenti considerazioni:
il censimento del 1854, l’ultimo in epoca borbonica, aveva registrato la presenza a Spezzano di 3.725 abitanti (di cui 1.946 maschi e 1.779 femmine), mentre il primo censimento post unitario del 1861 certifica una popolazione di 4.035 abitanti. Utilizzando tali dati certi, è possibile ricostruire con un accettabile grado di rispondenza alla realtà, la situazione anagrafica riferita al 1860 che si può così sintetizzare: totale abitanti 3.983 di cui 2.081 maschi e 1.902 femmine, in percentuali considerate paritarie a quelle del censimento del 1854 che erano, rispettivamente del 52,24 % per i maschi e del 47,75 %, per le femmine.
Ad un primo esame sembrerebbe che la costituzione della Guardia Nazionale, esclusivamente riservata agli esponenti del solo sesso maschile (nessuna firma del gentil sesso compare fra i 467 componenti), con appena l’11,72% del totale degli abitanti, sia stata espressione di una sparuta minoranza. Ma proprio così non è se si considera che all’epoca le donne vivevano ancora confinate in un dorato gineceo e che dal numero ipotizzato di maschi (2.081 persone) vanno anche esclusi i minori e gli anziani, in misura non statisticamente quantificabile, ma comunque sempre significativa. Una ragionevole stima potrebbe portare al dimezzamento della componente maschile in età lavorativa che si ridurrebbe all’incirca a 1.040 persone delle quali 467, per l’appunto, hanno dato vita alla “Guardia Nazionale Garibaldina”. Sotto questo profilo il numero degli aderenti si attesterebbe intorno al 44,90%, una percentuale di tutto rispetto se si considera che essa conteneva i più motivati e qualificati esponenti dal punto di vista sociale, culturale, economico e politico.
Una percentuale, quindi, che rimane senza dubbio alta e che dà il senso dell’entusiastica partecipazione all’impresa dei Mille da parte del nucleo trainante di persone capaci di coinvolgere la quasi totalità degli abitanti.
Il fenomeno inverso relativo alle conseguenti delusioni per il clima di repressione instauratosi con la forzata “piemontesizzazione” post-unitaria presto sfociato nel fenomeno non nuovo del brigantaggio meridionale, ne rappresenta la logica, inevitabile conclusione.
Francesco Fera terzo di quattro figli, era nato l’11/10/1823 da Raffaele e D. Maria Teresa Cucci. Aveva sposato il 22/06/1851 D. Caterina Cucci. Nel 1860 aveva già due figlie femmine: Carolina (nata il 25/03/1853) e Marianna (nata l’8 maggio 1855). Ebbe in epoca successiva altri tre figli: Raffaele (nato il 23/04/1866, nonno dello scrivente, deceduto novantenne il 18/04/1956), Maria Grazia Carolina (nata il 20/07/1867) e ancora, il 02/05/1869 un’altra figlia, anche costei chiamata Carolina, segno evidente che le precedenti due Caroline erano nel frattempo passate a miglior vita, a conferma che all’epoca la mortalità infantile era una triste realtà.
Ripercorrendo, sia pure sinteticamente, i principali eventi che segnarono la fine di un Regno che non era né povero né arretrato; che non era più assolutista dei consimili sparsi lungo la penisola o nel resto d’Europa, una fine voluta a tavolino dalla diplomazia internazionale dell’epoca, manovrata da poteri occulti che fondavano il loro potere politico su mai espressamente dichiarati potentati economici, che per questo si servirono di volontari che offersero la propria vita in olocausto, si vedono emergere, frammisti agli episodi di valore, anche tante incongruenze, defezioni e tradimenti che non stiamo qui a specificare nel dettaglio.
L’intera operazione dei Mille partita nella notte del 5/6 maggio dallo scoglio di Quarto con 1.089 volontari, si concluse con la battaglia del Volturno il 1° e 2 ottobre 1860. Sei mesi e tre sole battaglie degne del nome: Calatafimi (ove pure aleggia il comportamento incomprensibile del generale Landi che ordina la ritirata proprio quando i garibaldini, nonostante il valore dimostrato, stavano per essere sopraffatti dalle forze regolari borboniche); quindi Milazzo, la più sanguinosa delle battaglie di tutta l’impresa ove la colonna del Generale Medici era composta da dieci compagnie provenienti per il novanta per cento dalle città lombarde di Cremona, Bergamo, Brescia, Milano; e infine, la famosa battaglia sulla piana del fiume Volturno. Una memoranda battaglia durata ben due giorni, dagli esiti incerti che vide scontrarsi 5.653 garibaldini contro circa 8.000 regi.
Garibaldi percorrendo l’allora statale 19 delle Calabrie, il 1° settembre è a Spezzano Albanese. Ad accoglierlo trova un intero paese in festa, ivi compreso il battaglione Luci costituito appena un mese prima e già operativo. Nella tarda serata del 22 agosto, infatti, giunta notizia del disarmo della gendarmeria di Cosenza, che preferì deporre le armi piuttosto che combattere, anche i gendarmi di Spezzano si arresero al maggiore Luci senza colpo ferire. Non altrettanto avvenne coi soldati che difendevano la postazione di Castrovillari, finché non vennero snidati dall’intervento del battaglione Luci che la sera del 23 agosto si recò nella cittadina del Pollino con un contingente di 300 guardie, ivi compresi 40 militi della limitrofa San Lorenzo e 10 provenienti dalla vicina Terranova.
I garibaldini restavano sulla difensiva a Cosenza ove il generale Cardarelli, forte di uomini e armamenti, aveva la meglio. Anche in questo caso, l’intervento il 26 di agosto del reggimento Pace, schieratosi alle falde della collina di San Salvatore, in territorio di Spezzano Albanese, rafforzato altresì con l’arrivo il giorno 27, della guardia nazionale di Spezzano al comando del Luci, valse a volgere le sorti della battaglia in favore dei garibaldini, il cui compito venne ancor più facilitato dal riposizionamento, poi rivelatosi inutile, delle forze borboniche operato dal Cardarelli, deciso a sbarrare l’avanzata di Garibaldi sul fronte di Soveria Mannelli.
Il dì 29, grazie anche ai 150 fucili pervenuti da Cosenza, i garibaldini uniti riuscirono a sbaragliare le forze regolari, giusto in tempo per sgomberare il campo e recarsi a Soveria Mannelli, ove il 30 agosto il generale Ghio con i suoi 10 mila uomini e 12 cannoni, sbarrava l’avanzata di Garibaldi. Almeno così doveva essere. Ma il generale Ghio, convinto anche dal ricco possidente roglianese Donato Morelli, si arrese senza combattere. Per questo tradimento il Ghio venne ricompensato con la nomina da parte di Garibaldi quale Comandante di Sant’Elmo, la Piazza di Napoli, mentre il Morelli venne nominato Governatore della Calabria Citeriore.
Eppure Garibaldi dettò a Donato Morelli il testo di un telegramma rimasto famoso che parla sì di resa del generale borbonico, ma non che essa era avvenuta senza nemmeno sparare un colpo: «Dite al mondo che ieri, con i miei prodi calabresi feci abbassare le armi a dieci mila sodati comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu di dodici cannoni da campo, diecimila fucili, 300 cavalli, un numero poco minore di muli ed immenso materiale di guerra. Trasmettete a Napoli ed ovunque la lieta novella».
Da palazzo Morelli ove Garibaldi venne ricevuto prima di fare il suo ingresso trionfale a Cosenza, (erano le ore 20 del 31 agosto 1860), emise anche tre decreti: abolizione della tassa sul macinato, diminuzione della tassa sul sale e, in via provvisoria, concessione ai poveri dell’uso gratuito di pascolo e semina nelle terre demaniali della Sila. Provvedimento quest’ultimo che rimase sostanzialmente sulla carta, considerato che andava a cozzare contro gli interessi dei latifondisti di cui il Morelli era esponente di rilievo.
Come già accennato, dopo aver pernottato nel palazzo dell’Intendenza, la mattina del 1° settembre 1860, Garibaldi scortato dal suo Stato Maggiore, percorre in carrozza l’ultimo tratto in terra di Calabria. Ripartito da Tarsia alle ore 16, impiega più di un’ora per raggiungere Spezzano. L’accoglienza fu memorabile. La guardia nazionale rappresentata dall’Ufficiale Giuseppangelo Nociti gli rese gli onori militari mentre la popolazione in festa gremiva le strade, i balconi e persino i tetti delle case. Le donne elevarono in onore del dittatore Garibaldi (la qualifica di dittatore non aveva ancora assunto l’accezione negativa che in epoca successiva contraddistinse un ben più tragico personaggio della nostra storia recente) le antiche valie, paragonandolo a Skanderbeg. Ma quel che più conta fu l’atteggiamento della Chiesa locale rappresentata dall’arciprete Don Paolo Nociti che gli andò incontro in processione alla testa di tutto il clero locale con la croce e in mozzetta.
Evidentemente non sapeva di avere davanti a se uno dei nemici per antonomasia della Chiesa Cattolica, ovvero un esponente di primo piano della massoneria mondiale che nel 1862 arrivò a rivestire il 33° grado del rito scozzese. Ma il nostro arciprete si commosse a tanta partecipazione di popolo ed indirizzando all’illustre ospite un discorso ispirato in favore dell’indipendenza ed unità d’Italia, esclamò, addirittura: «Ecco la vera rivoluzione». Conclusesi, alfine, tutte le celebrazioni, Garibaldi si intrattenne ancora in casa di Davide Chefalo da dove ripartì dopo qualche ora per raggiungere Castrovillari, ove arrivò dopo tre ore di cammino.
Quì Garibaldi, alloggiando in casa di Muzio Pace, padre del colonnello Giuseppe e fratello di Rachele, (madre del Maggiore Luci), lo nominò quale governatore del Circondario. Il mattino seguente riprese la sua marcia trionfale attraversando gli altri centri del Pollino per raggiungere Scalea da dove si imbarcò per Sapri.
Il contingente partito da Spezzano Albanese, partecipò a tutte le altre battaglie e in particolar modo allo scontro del 1° e 2 ottobre nei pressi del fiume Volturno.
La collaborazione delle popolazioni autoctone permise a Garibaldi di arruolare nel proprio corpo di spedizione molti siciliani e, successivamente, anche altri volontari meridionali, e di conquistare in soli cinque mesi sia l'isola che l'intero Mezzogiorno italiano. Come sia stato possibile per la spedizione garibaldina, composta originariamente da un migliaio di volontari male addestrati e male armati, sconfiggere un esercito regolare di migliaia di soldati ben armati, è ancora oggetto di discussione. Alcuni ipotizzano operazioni di corruzione ad opera di emissari del Regno di Sardegna nei confronti di generali dell'esercito borbonico, già prima dell’inizio della spedizione garibaldina portando come esempio proprio la battaglia di Calatafimi,in cui truppe regolari dell'esercito Borbonico composte da circa 4000 soldati si ritirarono lasciando campo libero ai garibaldini, quando l'esito della battaglia sembrava ormai decisa a sfavore dei Mille.
Come era ormai consuetudine, Garibaldi, lasciando i vari centri abitati che attraversava, dava disposizioni alla guardia nazionale del posto circa i provvedimenti da applicare inerenti l’ordine pubblico e la prosecuzione dell’attività amministrativa, ma anche provvedimenti di carattere umanitario nei confronti dei militi dell’esercito sconfitto che stanchi, laceri, feriti, disarmati, cercavano di raggiungere altri gruppi di commilitoni diretti verso Napoli. Altri passaggi di ben altro tenore erano costituiti dai volontari che seguivano Garibaldi eroe vincitore, man mano che questi si avvicinava alla capitale partenopea. Il primo settembre quindi, il battaglione Luci, incorporato nel reggimento Pace, lasciò Spezzano per seguire Garibaldi.
Nella battaglia del Volturno, i garibaldini inseriti nel Reggimento Pace, fra cui erano anche i 132 spezzanesi del Battaglione Luci, facevano parte, assieme alla Brigata dell’inglese Ferdinando Eber, dell’Azzanti e della “Milano” del Giorgis (tutti sotto il comando di Stefano Turr), della Riserva di Caserta e destinati alla difesa del Quartier Generale.
Il battaglione Luci, assieme alla brigate Eber e Giorgis, venne schierato in prima linea il 2 ottobre, quando la battaglia si fece più dura e Garibaldi dovette fare appello alla riserva. Il battesimo del fuoco per i nostri volontari avvenne nel centro abitato di Santa Maria sulla strada S. Maria – S. Angelo. Per fermare la loro avanzata, Francesco II in persona ordinò al Maresciallo Generale Giosuè Ritucci di impegnare la Guardia Reale. E Ritucci mandò all’assalto il 1° e 2° granatieri. Ma la loro scarsa preparazione fu fatale; alle ore cinque pomeridiane Ritucci ordinò la ritirata generale. Gli assalti alle postazioni garibaldine di S. Maria e S. Angelo costarono ai napoletani un alto tributo di sangue: 260 caduti, 731 feriti e 322 prigionieri, quasi tutti appartenenti alla Guardia Reale.
La più grande battaglia della spedizione dei Mille era terminata con la disfatta dell’esercito napoletano. Le cause furono diverse. In primis la mancanza di preparazione e le defezioni verificatesi anche fra alti gradi dell’esercito. A favore dei garibaldini, spregiativamente denominati “garibaldesi”, giocarono la forte motivazione e l’eroismo, non disgiunti da qualche pizzico di fortuna come quello occorso allo stesso Garibaldi, che, sempre in prima linea per incitare i suoi, rischiò di lasciarci la pelle, ma anche da provvidenziali aiuti esterni in uomini e armi giunti anche via mare dalla reale marina britannica che pattugliava la costa campana.
Dopo la stabilizzazione delle cariche pubbliche operata dal nuovo regime che abolì il Decurionato di origine medievale sostituendolo con un consiglio comunale sempre capeggiato dalla figura del Sindaco, l’ex capitano dei garibaldini Francesco Fera fu il primo a ricoprire la carica oggi comunemente indicata come “primo cittadino”. Erano i tempi in cui gli ex patrioti, ancora speranzosi di aver fatto la scelta giusta nel minare dalle fondamenta la Real Casa dei Borbone, tentavano di utilizzare il prestigio appena acquisito in campo bellico, riversandolo nella società civile. Analoga luminosa carriera politica avrebbe percorso il Maggiore Luci appena eletto Consigliere Provinciale, se non fosse rimasto inorridito dal clima di degrado e di corruzione che già permeava la politica post unitaria; fattore questo che lo convinse al ritiro a vita privata, costringendolo a finire i suoi giorni, novello Cincinnato, in completa solitudine, appartato da quella società che aveva contribuito a costruire. Ancor più triste l’epilogo terreno di Fera segnato dalla prematura e improvvisa dipartita a soli 48 anni avvenuta domenica 3 settembre 1871. Anch’egli ritenne di aver fatto la scelta giusta nel combattere il regno dei Borboni. Credette in una nuova stagione di libertà, di giustizia e di benessere. Aveva soltanto contribuito a cambiare il flusso di provenienza degli ordini che invece di partire da Napoli, città che conosceva e amava, arrivavano ora, per di più redatti in una lingua pressoché incomprensibile, da Torino, una località geograficamente e culturalmente lontanissima che trattava il civilissimo Meridione come terreno di conquista da bonificare al crepitio delle fucilazioni di massa, grazie alle leggi speciali sul brigantaggio.
Il costo umano della spedizione dei Mille fu di 3.423 uomini, di cui 506 caduti, 1.528 feriti e 1.389 fra prigionieri e disertori. Le perdite napoletane si attestarono su 3.725 uomini, di cui 308 caduti, 820 feriti e 2.507 prigionieri.
Garibaldi aveva esaurito il suo compito e l’incontro di Teano, fuggevole e sfuggente, testimonia l’insofferenza di Vittorio Emanuele di Savoia nei confronti dell’Eroe che pure consegnò su di un piatto d’argento, un grande regno comprendente tutta l’Italia Meridionale. Nessun riconoscimento, quindi, per Garibaldi che di fatto venne semplicemente esautorato sul posto. E nessun riconoscimento per le migliaia di soldati che riuscirono a portare a casa la pelle. L’esercito garibaldino venne semplicemente sciolto come se nessuna goccia di sangue fosse stata versata.
L’esercito piemontese si incaricò di compiere l‘ultimo atto: assediare a Gaeta tutta la famiglia reale borbonica con l’intero esercito che poco o nulla poté fare per salvare la pelle, anche se tanto fece per salvare l’onore, per quanto macchiato da defezioni e tradimenti nelle più alte cariche militari che valsero solo a confermare il marciume di chi cambiava casacca all’ultimo momento, avendo fiutato per tempo la fine, per quanto onorevolissima e dignitosissima che tutta la famiglia reale Ferdinandea si preparava a vivere in maniera ormai irreversibile.
L’assedio di Gaeta iniziato il 13 novembre 1860, si concluse il 13 febbraio del 1861 con la resa incondizionata dell’esercito borbonico
Dopo 150 anni credo si possa ragionevolmente affermare che si è trattato di una rivoluzione tradita, di una amara vittoria che fruttò solo ulteriore degrado sociale, civile, economico, culturale, mentre le ricchezze del regno di Napoli sono servite solo ad appianare i debiti di guerra contratti da Vittorio Emanuele II, un uomo che non mantenne alcun impegno, a cominciare dalla mancata integrazione nell’esercito regolare delle truppe garibaldine, che non degnò neppure degli onori militari, rifiutando di passarle in rivista.
Garibaldi non so, ma i garibaldini certamente combatterono col cuore per rifondare, almeno nei suoi confini territoriali storici, una Nazione dal passato glorioso. La famosa frase attribuita a Massimo d’Azeglio, circa la necessità di fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia, è rimasta una pia intenzione e oggi, ironia della sorte, non rappresenta più una impellente necessità, considerato che è più necessario misurarsi in una dimensione sovra nazionale. D’altronde per una Nazione che a tutt’oggi ha dei conti aperti con la storia, resta ancora più difficile dire ai propri cittadini che se si vuole emergere bisogna ancora e sempre emigrare. Ieri dal sud al nord Italia; oggi dall’Italia tout court all’Europa e poi ancora dall’Europa al resto del mondo. Emigrare, sempre emigrare. Ieri con in mano la valigia di cartone, oggi con la stessa valigia computerizzata nel cervello. Fuggire, sempre fuggire senza mettere più radici, perché non ci è stata data la possibilità quando era possibile farlo, di guardare alle proprie radici. Ma chi lo va a dire a Mortati a Pace, a Luci, a Cassiani, a Fera e a tutti gli altri che in buona fede hanno combattuto per un’Italia migliore che a tutt’oggi non si sa dove cercarla ?
Naturalmente non pretendo che altri la pensino allo stesso modo. So solo che sull’argomento tanto altro ancora ci sarebbe da dire. In merito, consiglio di dare una sbirciatina su Internet. Il dossier di Giuseppe Ressa – il Sud e l’unità d’Italia – credo sia illuminante.
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