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Ma davvero siamo tutti, solo, Charlie?

E adesso cosa ci resta? A 5 giorni dall'attacco al settimanale francese Charlie Hebdo, con un bilancio di 20 morti, 17 i “buoni” e 3 i “cattivi”, cosa cambia nella Storia?
Il mondo intero oggi si interroga sul futuro della libertà di espressione, dopo che oltre 2milioni di cittadini, uniti tutti sotto lo stesso segno del “Je suis Charlie”, senza distinzione di razza, di sesso, di età, di religione..., hanno sfilato, a braccetto, nel centro di Parigi, della Francia, in Europa.


E' questo il prezzo da pagare perché Hollande e Sarkozy, il palestinese Abu Mazen e l'israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente ucraino Petro Poroshenko e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, il re Abdallah II di Giordania con la regina Rania e il premier turco Ahmet Davutoglu, Angela Merkel e Matteo Renzi, David Cameron e Mariano Rajoy, con altri 50 tra capi di governo e di Stato, potessero ritrovarsi per dire no, insieme, al terrorismo?
Non sono bastate le stragi nel mondo, fatte finora, anche contro i giornalisti, per accendere una lampadina e scaturire una riflessione profonda sulla questione? Evidentemente no...
Dunque, ricapitolando, alcuni terroristi il 7 gennaio scorso irrompono nella redazione del giornale “Charlie Hebdo”, dopo aver sbagliato indirizzo (si saprà subito dopo che si tratta dei fratelli Kouachi e di Ahmid Mourad), e massacrano a colpi di kalashnikov 8 giornalisti, 2 agenti della polizia, un ospite e il portiere dello stabile. Restano ferite 5 persone che non sono in pericolo di vita. Durante l'assalto, uno degli attentatori perde una scarpa e continua il massacro scalzo, e nella fuga, abbandonando l'auto usata per il blitz di sangue, lasciano una carta d'identità nell'abitacolo. Non passa molto tempo e, sempre nel centro di Parigi, mentre un'imponente squadra di militari è impegnata in una caccia all'uomo nel nord della Francia, Amedy Coulibaly, complice dei fratelli Kouachi, fredda a colpi di kalashnikov una poliziotta. E mentre i Kouachi trovano rifugio presso una tipografia della zona industriale della Seine-et-Marne, a nord-est di Parigi, a ridosso dell'aeroporto Charles de Gaulle di Roissy, Coulibaly in un supermercato di prodotti kosher a Vincennes, periferia residenziale di Parigi, prendeva in ostaggio una decina di persone fra cui donne e bambini.
L'offensiva sincronizzata delle teste di cuoio francesi metteva fine alla tre giorni più lunga della Francia, con un pesantissimo bilancio di altre quattro vittime, oltre ai tre attentatori, sul totale di sangue.
La Francia, il mondo intero, non ci sta e una folla oceanica si riversa per le strade della capitale francese, matite in pugno, a manifestare contro questa violenza. Resterà l'emblema del dopo strage la matita contro i kalashnikov, ma anche il più grande punto di domanda su quanto sia servito consacrare alla storia il nome di un giornale (e dei suoi giornalisti -e non solo-) pagando questo sacrificio.
I leader del mondo hanno sfilato tenendosi a braccetto per manifestare in difesa della libertà d'espressione, ma prima cosa hanno fatto? E allora perché non pensiamo un attimo a quello che sta accadendo sul Pianeta, magari riflettendo su quanti diritti, al di là di quello di espressione, ogni giorno vengono calpestati bistrattati massacrati.
Forse solo così, credo, ognuno di noi si renderà conto che probabilmente non siamo tutti solo “Charlie” ma anche qualcos'altro. Sempre contro le logiche della violenza e del terrore.

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