Palazzo Chigi: una poltrona costituzionalmente traballante

Com'è noto l'inefficienza istituzionale determina esternalità negative per la collettività con ricadute gravose ed avvilenti per i cittadini. Sotto altro profilo, il patologico immobilismo politico nostrano ha fatto (e tuttora fa) pagare un prezzo molto alto all’Italia, anche, in termini di competitività globale del sistema, non avendo avviato a tempo debito, a differenza delle altre democrazie occidentali, quel processo di modernizzazione ed efficienza delle istituzioni tanto attese da diversi decenni. In effetti, malgrado il tema delle riforme costituzionali abbia incentrato il dibattito politico da circa trent'anni, oltre a qualche trascurabile aggiustamento, l'impianto statuale è rimasto inalterato.

Per cui, prescindendo dalle sensibilità politiche di ognuno, va dato merito al neo-premier, Matteo Renzi, che “l'accelerazione riformatrice” intrapresa dal suo governo rappresenta una novità positiva.
Epperò, in realtà, il disegno riformatore dell'esecutivo, limitato all'approvazione di una legge elettorale di stampo maggioritario, mi sembra insufficiente, oltre che incapace di raggiungere i risultati sperati.
Paradossalmente l'attuale classe politica ripercorre, purtroppo, i medesimi errori delle esperienze passate, caricando, in modo sbagliato, l'adeguamento del sistema, soltanto, sulle spalle della riforma elettorale, la quale, senz'altro, ha un peso non secondario nella configurazione istituzionale, ma per essere efficace deve inserirsi in un quadro costituzionale complessivo e coerente.
Quindi, mi domando: l'Italicum (Patto Renzi-Berlusconi) sarà il toccasana a tutte le criticità dello sclerotico sistema politico istituzionale italiano oppure esprime il solito slogan ingannevole della classe politica?
Credere che un sistema elettorale sia sufficiente ed idoneo a risolvere il problema della solidità ed efficienza dello stato mi pare una mera illusione.
In nessun sistema democratico una buona legge elettorale basta di per sé a garantire maggioranze parlamentari stabili ed omogenee.
Difatti, sia il “Mattarellum” che il “Porcellum” (sistemi elettorali maggioritari) docent!!!
Un dato per tutti: negli ultimi vent'anni in Italia, nonostante la vigenza dei predetti sistemi elettorali, sono stati formati ben 14 nuovi esecutivi (Berlusconi I- Dini- Prodi I-D'alema I-D'alema II- Amato II- Berlusconi II- Berlusconi III- Prodi II-Berlusconi IV- Monti -Letta e Renzi), mentre, viceversa, per esempio, in Germania, Francia, Spagna e Inghilterra (sistemi elettorali differenti) nel medesimo periodo non si è riscontrata, assolutamente, l'anzidetta precarietà.
Sono, quindi, certamente, altri gli strumenti su cui fare leva.
Ed invero, ciò che incide, soprattutto, sulla governabilità e stabilità di un paese, resta, sempre e comunque, la figura del capo del governo e dei suoi poteri. Finanche la maggior parte delle stesse forze politiche italiane si sono convinte che le criticità del nostro ordinamento statuale siano riconducibili sostanzialmente all'atavica debolezza del Governo ed in particolare del Presidente del Consiglio. Quest'ultimo, pur rappresentando il centro nevralgico dell'intera attività di governo, ha di fatto limitati poteri precettivi ed esigue zone di competenza specifiche, contrariamente ai colleghi stranieri. Tale figura (Presidente del Consiglio) è stata concepita dai padri costituenti, non solo sotto l'ossessione di un ritorno alla dittatura, che ha fortemente condizionato e viziato l'istituto, ma, altresì, avendo ereditato l'esperienza problematica (diarchia) dello Statuto Albertino del 1848, nonché ceduto alla strategia di affievolimento dei poteri dell'esecutivo, architettata lucidamente dall'opposizione rossa defenestrata dal governo di Alcide De Gasperi.
E' di lapalissiana evidenza che, sebbene il premier italiano sia il dominus della politica italiana, nonché la maggior fonte di produzione normativa dell'ordinamento giuridico, nella gerarchia costituzionale, esso rappresenta la quarta carica dello stato che fino al 1960 era addirittura sprovvisto di una sede propria.
Tale evidente debolezza, per esempio, è stata avvalorata giuridicamente dalla stessa Consulta, allorché ha bocciato il lodo Alfano, sostenendo, lapidariamente nelle motivazioni che “sia i presidenti delle Camere rispetto ai parlamentari, sia il presidente del Consiglio dei ministri, non hanno funzioni superiori rispetto agli altri componenti degli organi che presiedono, ma partecipano alla stesso modo a tali funzioni”. La predetta equiparazione giuridica (presidente del consiglio = primus inter pares) è una prova lampante della fragilità della figura del Primo Ministro all'interno del quadro costituzionale italiano. L'ordinamento si è dotato più che di un capo dell'esecutivo, forte ed autorevole, bensì di “un lacchè” del parlamento, delle segreterie di partito oppure del capo dello stato a seconda delle contingenze storiche.
Pertanto, considerata l'attuale “fase costruttiva e di collaborazione”, nonché di “voglia costituente” del parlamento, perché, insieme all'introduzione del monocameralismo, non si mette mano alla parte della costituzione relativa alla forma di Governo?
Sarebbe un gravissimo errore sprecare una così importante opportunità, cedendo all'insopportabile conservatorismo costituzionale che induce a rifiutare qualunque intervento di revisione.
D'altronde, l'intervento finalizzato ad incidere sulla debolezza dell'esecutivo è reso più evidente a causa delle note difficoltà di superare la crisi economica attuale per la cui soluzione è richiesta, non soltanto una volontà politica, ma, altresì, adeguatezza di strumenti decisionali da spendere sia all'interno del sistema paese sia nei rapporti con il consesso internazionale. Per cui l'obiettivo è un assetto che garantisca la formazione di esecutivi stabili, sorretti da maggioranze certe e durature, nonché in grado di assumere le decisioni necessarie per incidere con efficacia e risolutezza sulle questioni importanti della nazione.
Pertanto, come sostiene giustamente il Presidente Renzi: “Basta con le parole. E' il tempo delle scelte”.
Pertanto, la classe politica deve cogliere le sfida del futuro o con l'avviamento di un progetto ambizioso attraverso l'introduzione del “semi-presidenzialismo” di stampo transalpino ovvero del “Premierato”, oppure accontentarsi di una forma di governo parlamentare irrobustito, inserendo la revoca dei ministri, l'abolizione del bicameralismo perfetto (eliminazione del Senato) il meccanismo della sfiducia costruttiva, modifiche dei regolamenti della camera con un potere di intervento del governo sull'agenda dei lavori, con voto di approvazione o rifiuto senza possibilità di emendamento, rafforzamento delle commissioni parlamentari, al fine di superare la macchinosità della funzione legislativa.
Per cui Matteo Renzi deve correre, essendo la poltrona di Palazzo Chigi, la più traballante d'Italia con il serio rischio di farsi male.
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