La storia assolverà Giulio Andreotti?

Nelle settimane scorse non ho apprezzato la querelle storico-politica sulla figura di Giulio Andreotti, incentrata, quasi esclusivamente sulle note vicende giudiziarie del Senatore. Mi è sembrato, francamente, un dibattito storiografico spicciolo, partigiano e del tutto assimetrico!
Niente di più scorretto è stato (e resta tuttora) quello di esprimere giudizi storici  attraverso le lenti del processo penale.

Deve ricusarsi il principio, ormai, consolidatosi, a seguito della celebrazione del processo di Norimberga, che la verità processuale coincida alla verità storica, identificando, quindi, il giudizio storico col giudizio penale.
Tale equazione deve ritenersi fuorviante!
Sebbene le predette verità sono entrambi di natura approssimativa e probabilistica, considerato che la verità assoluta non appartiene al mondo delle cose umane, nonché sussista un approccio gnoseologico affine, il giudizio penale e quello storico si distinguono in maniera profonda, poiché perseguono obiettivi diversi, nonché oggetti di indagine differenti.
Difatti, il processo penale, oltre ad essere limitato ad una scadenza (sentenza), non è interessato all'individuazione della verità reale ed assoluta dei fatti, bensì intende, soprattutto ed esclusivamente, verificare l'ipotesi accusatoria formulata, attraverso un percorso conoscitivo pieno di regole relative l'ammissione, l'assunzione e la valutazione delle prove conformemente ad un metodo preciso, imperniato sullo strumento della discussione critica e del contraddittorio. Viceversa, la verità storica è verità scientifica ovvero ricerca continua che si costruisce per approssimazioni successive, restando pur sempre suscettibile di revisione.
Per cui il processo di “tribunalizzazione della storia”, oltre a rimanere un'operazione incompleta, si appalesa rischiosa, essendo espressione di una valutazione, meramente politica, perché di questo si tratta, che offusca di fatto la verità con tutte le conseguenze annesse e connesse.
Per tali ragioni il processo penale, proprio per la sua intima struttura, ha rappresentato  sempre uno degli strumenti più efficaci di lotta politica oltre che una delle armi più letali per l'eliminazione degli avversari politici.  
In tal senso la storia è generosa di esempi emblematici.
Non si può non rammentare che nel 399 a.C, nella democratica Atene, Socrate è stato condannato a morte, per accuse pretestuose di empietà, mentre esse celavano l'avversione del potere costituito alla visione politica del filosofo (supremazia del  sistema politico aristocratico) in contrasto con la costituzione democratica in vigore all'epoca del processo.
Nel gennaio del 49 a.C., Caio Giulio Cesare fu costretto ad attraversare il Rubicone, pronunciando la storica frase "alea iacta est", dando avvio alla guerra civile per evitare il processo ordito dal Senato a Roma in suo danno.
Lo stesso Gesù Cristo è stato vittima di un processo al Sinedrio la cui decisione è stata confermata da Pilato.
Nella Firenze del 1300, il sommo Poeta, Dante Alighieri, il “ghibellin fuggiasco”, preferì la via dell'esilio che il sottoporsi ad un processo infame per baratteria.
George Jacques Danton, protagonista della Rivoluzione Francese, fu processato alla pena capitale, insieme a Desmoulins ed altri amici dal Tribunale della Rivoluzione sulla base delle accuse del giacobino  Saint-Just, braccio destro di Robespierre e componente influente del Comitato di Salute Pubblica.
La stessa sorte la ebbero gli avversari di Stalin tra il 1936-38 con l'avvio della stagione delle grandi purghe. Il dittatore Georgiano epurò il partito comunista, mandando a morte esponenti politici del calibro di Lev Trotsky, Kamenev, Zinov'ev, Bucharin e tanti altri padri della rivoluzione di ottobre.
Tuttora nel mondo esistono numerosi processi che tentano di forzare la storia!!!
Proprio per queste ragioni bisogna attrezzare l'opinione pubblica ad innalzare la soglia di guardia nel delicato rapporto Giustizia e Politica, facendo tesoro dell'esperienza storica passata, nonché tenendo presente il sempre più frequente esercizio arbitrario ed invasivo del potere giudiziario che ha condizionato (e tuttora tenta di condizionare) i percorsi della storia.  
Su tali premesse, dunque, liquidare la storia politica di Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, 19 volte Ministro, attore principale di 50 anni di Governo della Repubblica Italiana, limitandone l'oggetto di indagine esclusivamente sulle vicende giudiziarie, peraltro concluse positivamente, mi pare un esercizio frettoloso, sbrigativo e superficiale oltre che dannoso ad una ricostruzione storica complessiva del nostro paese.
Andreotti fu sostanzialmente un uomo delle istituzioni. Un uomo di Stato. Per cui, per il ruolo che ha tenuto, è stato un uomo di potere, anzi di grande potere che l'ha esercitato secondo le forme, le logiche e le regole sottese nell'interesse dello Stato.
In tale veste ha interagito, con razionale cinismo, con tutti gli altri poteri esistenti nello Stato, compresa Cosa Nostra, soggetto anch'esso di potere “legittimato” da ragioni storiche che affondano le radici nel Risorgimento italiano, nella seconda Guerra Mondiale, nonché in tutte quelle vicende che riguardano la nascita dello Stato repubblicano.  
Tutto ciò può certo scandalizzare l'opinione pubblica, ma, giammai, il giudizio storico, il quale ha chiara contezza o dovrebbe essere consapevole che i rapporti fra politici e cosa Nostra sono un male che l'Italia si porta dietro dall'Unità Nazionale.
Sarebbe ipocrita ignorare che anche l'Italia Repubblicana, libera e democratica, affonda le sue radici sul contributo fattivo della mafia allorché i picciotti siciliani hanno favorito lo sbarco delle truppe americane in Sicilia, acquistando di fatto un credito spendibile nel nuovo Stato.
Dunque, il rapporto Stato-Mafia non è risolvibile in termini processuali e personali, perché non riguarda la posizione singola di Andreotti, ma bisogna estenderlo a tutta la classe dirigente dello Stato democratico, il quale non ha mai voluto ovvero è riuscito a fare i conti con la evidente e bruciante verità storica.
L'intreccio tra politica e mafia non l'ha inventato il Senatore Andreotti, ma è un rapporto costruito, consolidatosi e modellatosi precedentemente al suo operato politico.
In tale ottica, quindi devono inquadrarsi i fatti, posti a base del processo di Palermo, come manifestazione ovvero espressione di un rapporto tra poteri, ove il Senatore non ha avuto alcuna partecipazione organica diretta o collusiva, ma viceversa, realistica presa d'atto di una necessaria coesistenza storica, per come peraltro ha sostenuto l'on.le Macaluso, importante dirigente siciliano del PCI.
Per cui è necessario inculcare una cultura giuridica civile, la quale ha l'obbligo di fornire un'informazione razionale, al fine di evitare che l'Opinione Pubblica da spettatrice finisca per farsi attrice, parte in causa, e Tribunale essa stessa.
© Riproduzione riservata
Torna in alto

Video di Approfondimento

ozio_gallery_lightgallery

Sport

Editoriali

Rubriche

Informazioni

Partners