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Padri e figli, di Ivan Turgenev

Il rapporto tra padri e figli è il problema più spinoso che l’uomo necessariamente dovrà affrontare nell’arco della propria esistenza. Essere genitori è un compito estremamente pericoloso: sbagliare potrebbe significare incenerire i sogni dei propri figli e distruggere il loro futuro in maniera definitiva. Essere figli è altrettanto difficile: non riconoscere alcuni valori trasmessi dai propri genitori o calpestare il loro ruolo significherebbe di fatto spezzare le maglie di una catena d’amore che si prolunga nel tempo e che trova i suoi punti di congiunzione nell’atto di dare la vita ad una creatura.

Al di là di questa premessa generale, Turgenev affronta la delicata questione sotto un ulteriore punto di vista: quello del contrasto tra generazioni così diverse che non hanno la volontà e la possibilità di comunicare o, comunque, fare sintesi tra loro.
Protagonista di “Padri e figli” è Bazarov, un uomo (o meglio un personaggio) estremo, uno di quelli che si può amare o odiare e che non lascia spazio a soluzioni di compromesso.
Il suo atteggiamento e il suo pensiero rientrano nella categoria del nichilismo (termine coniato proprio da Turgenev per indicare l’«uomo che non s’inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun principio come fede, di qualunque rispetto questo principio sia circondato»), mentre le sue azioni sono attorniate da una patina di impertinenza che ne accentua il carattere aspro e polemico.
Bazarov si muove con sicurezza e spavalderia (pur essendo caratterizzato solo da una pars destruens che ne fa, in fin dei conti, un personaggio negativo) sullo sfondo di una Russia agricola ancorata alle vecchie tradizioni, ma stimolata dalle idee liberali degli aristocratici più illuminati e dalle progressive riforme agrarie (contadini salariati che prendono il posto dei servi della gleba).
Il suo atteggiamento critico incarna in pieno il processo di estremizzazione dell’individualismo anarchico che, in quegli anni, lottava per la distruzione dell’ordinamento politico e sociale in vigore nelle sterminate terre russe.
Un simile intento non può che contrastare con chi si pone a difesa delle antiche tradizioni pur lasciando spazio a qualche innovazione attraverso un moderato liberalismo di tipo inglese. Da ciò nasce l’insanabile contrapposizione tra Bazarov e Pavel Petrovič Kirsanov, zio del giovane Arkadij, nella cui residenza il seguace del nichilismo è ospitato per diverso tempo.
Lo scontro tra questi due sistemi di pensiero profondamente diversi sottende in realtà l’astio tra due generazioni prive di capacità comunicative e culmina in un duello nel quale Bazarov ferisce il vecchio Pavel Petrovič uscendo, solo apparentemente e temporaneamente, vincitore.
Di lì a poco infatti, per una strana legge del contrappasso (l’amante delle scienze naturali è ucciso dalla scienza stessa), lo stesso Bazarov rimarrà ferito durante un’autopsia da lui eseguita sul cadavere di un contadino morto a causa del tifo e contrarrà l’infezione che lo condurrà alla tomba.
Insomma, due “ferite” che possono essere lette anche in chiave metaforica: un liberalismo moderato e riformatore (Pavel Petrovič) che, nonostante qualche ammaccatura, sopravvive e uno spirito rivoluzionario che, al di là dell’apparente vittoria, è destinato a soccombere.
Ad un primo impatto “Padri e figli” sembra racchiudere tra le pagine l’insanabile contrasto tra due generazioni che culmina in un duello ma, ad una lettura approfondita, è possibile ricondurre la lotta alle pretese di ben tre contendenti.
Esiste infatti una terza generazione che combatte in modo silente ma efficace la sua battaglia, benché si tratti di una competizione persa in partenza. La terza protagonista del romanzo è abbastanza defilata dagli eventi, ma incarna in toto l’ancien régime. Si tratta di Arina Vlas’evna, la madre di Bazarov, «una vera nobile russa del tempo antico», pia e superstiziosa, incline a credere «a ogni genere di presagi, di divinazioni, di scongiuri e di sogni», una donna di vecchio stampo che simboleggia il pensiero di una generazione remota e patriarcale destinata ad essere spazzata via non già dal nichilismo di Bazarov, ma dal moderato e pragmatico liberalismo di Pavel Petrovič.
Anche Arina Vlas’evna combatte il suo duello, uno scontro durissimo con la vita, dal quale esce sconfitta e ferita profondamente per la morte dell’amato figlio Bazarov.
Insomma “Padri e figli” è il romanzo del contrasto tra idee e valori che risultano incomprensibili nel passaggio da una generazione all’altra; il dettagliato resoconto di un universo privo di dialogo, unico strumento efficace per costruire ponti e abbattere muri nelle nostre società sempre più tecnologiche e sempre meno disposte al confronto.
«[…] non c’è uomo che non abbia un compito, non foss’altro che quello di morire: in questo, e sia pure in questo soltanto, Turgenev è più grande di Tolstoj, che pretendeva di ridurre l’uomo a uomo comune: è più grande di Dostoevskij, che pretendeva il contrario, non vi fossero altro che eroi – demoni o santi» (Franco Cordelli).


Titolo: Padri e figli
Autore: Ivan Sergeevič Turgenev
Traduttore: Giuseppe Pochettino
Editore: Einaudi
Collana: Et classici
Pag. 238
ISBN: 88-06-18162-9
© Riproduzione riservata



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