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Poesia e Novecento ritrovato

Non son chi fui; perì di noi gran parte:
questo che avanza è sol languore e pianto.
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
del lauro, speme al giovanil mio canto.

Così disegna, Foscolo, il ben del Tempo -il bel cavallo dalla gran criniera- col suo trotto gentile, uguale per tutti e per nessuno, onesto e grato, giusto…
Siamo nell’Ottocento e le coscienze politiche vanno maturando. La Letteratura è Vita e coglie, intuendo, codici e segni, aliti e scintille…
La Poesia è sempre coscienza e di più. Essa coglie, annusa, respira prima degli altri, prima di tutti…
La Poesia della consapevolezza ispira la Musa della nostalgìa sino alla malinconìa e impegno politico e responsabilità civile issano al cielo aperto una bandiera: la più bella bandiera del mondo, quella che mescola i colori e li rifrange -qual caleidoscòpio che all’essenza mira- la bandiera della Libertà.
Libertà ch’è sì cara va cercando / come sa chi per lei vita rifiuta.
Il Novecento remerà contro, distruggendo sogni e speranze, chimere e misteri, scienza e creatività. Il Novecento remerà contro: contro l’Umanità, contro se stesso, contro la Libertà: il peggiore nemico della dittatura. Il Novecento infliggerà al cuore della Poesia una lama rovente, un punteruolo…
E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore, / fra i morti abbandonati nelle piazze / sull’erba dura di ghiaccio, al lamento / d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero / della madre che andava incontro al figlio / crocifisso sul palo del telegrafo? / Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento.
***
Il caino che c’è nell’uomo si agitò. Si stiracchiò, socchiuse gli occhi e pensò: -È giunto il tempo! Il caino di sempre, che affonda le radici nella Storia, ahimé!, -sempre sopìto e mai davvero morto!- il caino che c’è nell’uomo si risvegliò.
Più animoso che mai e prepotente, cattivo sino alla negazione di se stesso… Si risvegliò e urlò, e il suo blasfemo ràntolo si udì nel cielo che pianse lacrime di stelle…
Pieno di baldanza e di miseria, dalle foibe ai gulag, con le camere a gas e le torture -… mentre il fumo saliva lento…- la Poesia, accovacciata sulla sua ombra, con la testa tra le mani e dentro il cuore, continuava a spargere fiori e profumi, sospiri e papaveri…
Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso! Nei campi di sterminio, Dio è morto…
Dio abita il tetto del mondo e più non alita, buono, l’Universo e l’Armonia che sempre lo governa.
La Pittura che impressiona e il Canto greve, la Danza e la Scienza che l’esplora, … sorelle e fratelli a lutto, mesti e opàchi, come l’autunno dello Spirito e l’inverno…
Chiodo scaccia chiodo
e quattro chiodi formano una croce…
***
Ma Qualcuno cantò che aveva un sogno…
Qualche altro sorrise e ironizzò: povero Poeta, così semplice e piccolo, così insignificante, così inutile e magari, perché no!, fastidioso…
Ma cosa vuoi, Poeta? Cosa cerchi? Tu vivi di poco, ti accontenti di niente: non insolentire, non infastidire, va’, vai per la tua strada, uomo senza tempo, senza Patria, uomo senza…
Tri, tri tri / fru fru fru, / uhi uhi uhi, / ihu ihu, ihu. / Il poeta si diverte, / pazzamente, / smisuratamente. (…).
Ah!, questi disturbatori, questi diversi, questi pensatori… Rompono sempre, soprattutto le uova nel paniere della consuetudine, dell’abitudine, del dèjà-vu…
e più nessuno più niente… / Che razza di gente è questa / che non è stata capace / di contare fino a venti? / Luigi I / Luigi II / Luigi III (…) Luigi XVII / Luigi XVIII / e più nessuno più niente… / Che razza di gente è questa / che non è stata capace / di contare fino a venti?
Ma, c’è un altro Prévert, ci sono tanti Prévert, probabilmente: uno, nessuno, centomila…
Et ne m’en veux pas si je te tutoie / Je dis tu à tous ceux que j’aime / Memê si je ne les ai vus qu’une seule fois / Je dis tu à tous ceux qui s’aiment / Même si je ne les connais pas / (…). / Oh Barbara / Quelle connerie la guerre /
Qu’es-tu devenue maintenant (…).
***
Poesia e Canzoni, Poesia e Musica, Poesia e danza. Un Novecento da dimenticare e un Novecento da ri-trovare. Gli specchi vanno distrutti… Tutta la vita è così…
Il Mare ama la Riva soprattutto quando è calma e la sua battigia è dolce ed accogliente; soprattutto quand’è serena e ricettiva, la Riva, e si lascia pigliare e possedere, per con-fondersi e fondersi per essere di più. Per essere tutto, il Tutto.
E andiam di fratta in fratta, / or congiunti or disciolti / (e il verde vigor rude / ci allaccia i mallèoli / c’intrica i ginocchi) / chi sa dove, chi sa dove! / E piove sui nostri volti / silvani, / piove su le nostre mani / ignude, / su i nostri vestimenti / leggieri, / su i freschi pensieri / che l’anima schiude / novella, / su la favola bella / che ieri / m’ illuse, che oggi t’illude, / o Ermione.
Quale Novecento? La risposta è ampia, complessa, variegata, …
A mo’ d’esempio, la Poesia d’Amore. Un Novecento amorosamente ri-trovato, probabilmente, mai perso.
Juan Ramón Jiménez, poesie d’amore, a cura di Claudio Rendina, Newton Compton editori, Roma 1983; Federico García Lorca, Poesie erotiche, a cura di Piero Menarini, Guanda, Milano 1997; Pablo Neruda, poesie d’amore, a cura di Giuseppe Bellini, Newton Compton editori, Roma 1984.
Ebbene, il fuoco d’Amore, la passione e il pudore sono alcuni degli ingredienti prelibati della tavola apparecchiata a festa della Musa. Una Musa che, col suo tocco magico, ben intreccia -accarezzando esplorando sondando- vizi e virtù, sacro e profano, luci ed ombre di Cent’anni di solitudine o giù di lì…
L’Amore dell’Uomo e della Donna -in Jiménez, García Lorca, Neruda- si intreccia, si fonde e si con-confonde con la Terra e il Mare, il Sole e la Natura… E così i baci e le carezze, i sospiri e gli odori, i richiami e gli echi sono i sogni lontani o vicini di un’esperienza umana che trascende il tempo; sono fantasie e realtà primitive, ataviche, ancestrali.
***
Se è vero che Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie è anche vero, però, che La morte / si sconta / vivendo.
E allora, per questo ed altro, io ho un sogno, noi abbiamo un sogno e Martin Luther King ce lo canta: Ho un sogno: / che un giorno questa nazione possa sollevarsi / e vivere autenticamente in armonia con il suo credo: / che tutti gli uomini sono stati creati uguali. / Ho u sogno: / che un giorno sulle rosse colline della Georgia / i figli di coloro che furono schiavi / possano sedere gli uni accanto agli altri / al tavolo della fratellanza. / Ho un sogno: / che un giorno i miei quattro figlioletti / possano vivere in una nazione / che non li giudicherà per il colore della pelle / ma per il loro carattere. / Oggi ho un sogno. / Ho un sogno: / che un giorno lo stato dell’Alabama / si trasformi in un luogo / dove i bambini neri e le bambine nere / possano prendere per mano / i bambini bianchi e le bambine bianche / e camminare insieme come fratelli e sorelle.
***
Questo è stato ed è -anche questo- il Novecento poetico della Letteratura fonte di Vita e di Libertà. Fonte dei Diritti umani e della Solidarietà. Della Democrazia di sostanza e del Pluralismo…
Anche questo è il Novecento. Che lascia in eredità al primo secolo del nuovo millennio sconfitte ed amarezze, perché il bambino che è il padre dell’uomo -con M. Montessori e, prima ancora, con S. Freud- soffre quando non può cantare e sorridere, quando non può Lavorare nella Giustizia, per le Culture che liberano dall’ignoranza e per le Civiltà delle Genti e dei Popoli.
E con Foscolo, l’eroe degli eroi, l’uomo della migliore Umanità, l’epico Istrione d’altri Tempi e d’altri luoghi, cantiamo e suoniamo la chitarra battente:
Non son chi fui; perì di noi gran parte:
questo che avanza è sol languore e pianto.
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
del lauro, speme al giovanil mio canto.
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