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Lingua italiana stracciona. Ignoranti e arroganti: che bella storia!

Quando si dice: -Asini in cattedra! E non solo nelle scuole e nelle università…Qualcuno, anche autorevole, attribuisce al Sessantotto (1) la colpa del declino e dell’abbattimento della Lingua italiana in generale, e dell’italiano e dintorni in particolare: smantellamento e distruzione oggi imperversanti e sotto gli occhi di tutti; pertanto, se tantissima gente laureata oggi non sa scrivere, se non mastica bene e, a volte, affatto grammatica, sintassi, lessico e quant’altro, ebbene tutto ciò sarebbe la conseguenza di una deleteria apertura ‘sessantottina’ della Scuola sino allo sbracamento, alla libertà sino al libertinaggio, alla licenza sino alla licenziosità.

Assolutamente non condividiamo questo tipo di analisi, che sa di pressappochismo e di arruffoneria; non sfugge, comunque, che la questione sia complessa e che ieri e soprattutto oggi occorra rimboccarsi le “maniche politiche” e scommettere veramente sulla Scuola del nostro Paese e sulla Università, senza continuare a solo sciacquarsi la bocca e parlottare -sia e soprattutto a livello italiano, ma anche a livello dell’Unione Europea- sull’importanza di Cultura e Scuola che trasmettono ed elaborano Saperi, blablablà.
Occorre un impegno vero, visibile e tangibile di chi governa; occorre, finalmente!, selezionare e puntare sulla meritocrazia; abbandonare definitivamente la diffusa concezione comparistica, mafiosistica e clientelaristica, ahimé!, secondo la quale: «Saper fare il proprio lavoro è considerata l’ ultima delle prerogative per ottenere un posto. Molto più importanti sono considerati, in un giovane, la capacità di adattarsi all’ andazzo corrente, tipico degli imbecilli, il servilismo nei confronti dell’ oligarchia dominante, una certa elasticità nei confronti di mezzi più o meno illeciti» (Curzio Maltese in: Il Venerdì di Repubblica del 25 agosto 2.006).
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Asini in cattedra, con tanto di rispetto per gli asini (ahimé!, anche in via di estinzione…), prove alla mano: Concorso per l’ accesso in Magistratura.
Roma, gennaio 2.008, 4.000 candidati circa, 380 posti: vincono il concorso in 322 con ben 58 posti non assegnati: in un’ Italia, notoriamente, ‘affamata’ di giudici…
Perché mai? “Testi troppo sgrammaticati”. «Per pudore, dichiara un commissario, il giudice M. Frasca (Corte d’ appello), vi risparmio le indicibili citazioni».
Eppure, i concorrenti erano tutti laureati e anche di più…
Le parole usate dalla commissione, per spiegare la bocciatura di circa 3.700 laureati, sono state: -“Prove irricevibili” sul piano linguistico e suonano come una cannonata in un orecchio al tempo della superCultura e della superCiviltà, immerse (sommerse?), Cultura e Civiltà, nella super-Tecnologia virtuale che tutto avvolge e stravolge…
«La politica di questi anni -continua il ‘disturbatore’ Maltese- è stata la dimostrazione di come una nazione moderna possa applicare un po’ ovunque il criterio della Roma decadente di nominare un cavallo senatore, direttore o presidente, senza offesa per i cavalli. Molti problemi italiani si potrebbero risolvere tornando al vecchio, borghese metodo dei concorsi, in una parola alla meritocrazia».
Come non sottoscrivere queste parole? Difatti, le firmiamo con convinzione e in più aggiungiamo -con Leo Longanesi- che se «le madri dei cretini sono sempre incinte», il mondo, pieno di persone mediocri, può e deve essere cambiato.
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“Quanti svarioni, chiarissimo professore”: così esordisce Francesco Erbani (la Repubblica, 3 gennaio 2.008) e aggiunge: lo studio sugli errori, a mo’ d’ esempio, commessi dai docenti universitari di Salerno prende in esame una quarantina tra testi e dispense. Ed ecco: ‘Joice’, ‘Nietzche’, ‘Ficht’, Wojtila. Ma anche “un’ altro” e “qual è”; insomma: «Nomi storpiati, sfondoni grammaticali, errori ortografici, spropositi sintattici commessi da professori universitari…».
Erbani cita il saggio di Dora De Maio, L’ italiano dei (super?) colti che davvero tanto incuriosisce chi ha voglia di studiare e di capire fino a che punto l’ italiano corretto, parlato e soprattutto scritto, sia latitante e ormai soltanto una chimera…
Per ridere! Ecco alcune giustificazioni di persone titolate (?): -Non leggo oggi, perché non serve! Ancora: -Leggere è un strumento lento (?), preferisco altre forme di comunicazione sociale! Infine, per moltissimi asini, ahimé!, laureati e dunque pericolosissimi per gli studenti/esse se insegnano, “se potrei” o “se potessi”, laurearsi “per il rotolo della cuffia” o “per il rotto della cuffia”, “gli analisi” o “le analisi”, chiedere una ‘prologa’ o una ‘proroga’, ecc. è la stessa cosa…
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Né è tenero il filosofo Alain Finkielkraut (Libération, 21 gennaio 2.008) quando afferma con chiarezza, in un acceso dibattito di idee con Daniel Pennac, che: «Non è la bontà, non è l’ amore per gli alunni che risolverà il problema della miseria linguistica tra gli adolescenti. (…). Si è talmente sentimentalizzato la scuola da arrivare a criminalizzare i voti. Se non si fa differenza tra l’ alunno e il bambino, succede che un brutto voto dato all’ alunno diventa un insulto fatto al bambino».
Pennac, che ha fatto il Sessantotto, svolge alcune considerazioni sul tema e dà suggerimenti validi, preziosi ed efficaci alla scuola del nostro tempo allegro e zuzzerellone, che è ‘contro’ la serietà degli studi, l’ affermazione della meritocrazia, la competizione positiva tra i migliori cervelli prima dei giovani e poi degli adulti (si pensi alla cosiddetta “fuga dei cervelli”!).
Ecco le riflessioni di Daniel Pennac, classe 1944: (A) «Ne ha dette di stupidaggini la mia generazione sui rituali considerati segno di cieca sottomissione»; (B) elogio esplicito per le pratiche scolastiche del ‘dettato’, dell’ “imparare a memoria”, dei ‘voti’; (C) il pericolo vero non è tanto la diffusa concezione che il disagio dei giovani porti alla criminalità (soprattutto delle periferie), quanto l’ imperante consumismo, per il dogma del quale si richiedono incessantemente, costi quel che costi (compreso rubare, drogare, sparare…), oggetti di consumo variamente firmati (dalle scarpe ai telefonini, dai jeans alle merendine…) che, incredibilmente ma diffusamente, attribuirebbero visibilità ed identità a chi li possiede…
La soluzione del disagio dei giovani che poi diventa il disagio degli adulti (quale Società del futuro andiamo preparando?) Pennac ce l’ ha: si tratta di una soluzione poetica ed etica che si chiama AMORE (si veda il suo Chagrin d’ école, Mal di scuola).
Essa ci convince appieno, con una precisazione per chi lavora a Scuola (Scuola italiana, europea, planetaria): alla dimensione d’ Amore (atteggiamento di empatìa e simpatìa, e comportamento vissuto con l’ esempio e la testimonianza) verso gli studenti/esse va strettamente collegata la dimensione di professionalità competente.
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Dulcis in fundo. Nell’ Italia di questi primi anni del Duemila registriamo quasi ottocentomila analfabeti e sei milioni di persone senza titolo. Pertanto, il 12% circa della popolazione del nostro bel Paese viaggia allegramente nell’ ignoranza in quella che è stata definita la “società conoscitiva”.
I laureati. A fronte del 15% circa di laureati nei Paesi Ocse, da noi solo l’ 8,8% raggiunge il titolo. «Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all’ Istat: mancano quelli che se ne vergognano. Altri sette leggono solo l’ indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico 1 su cinque» Michele Smargiassi (la Repubblica, 6 febbraio 2.008).
Chiudiamo con una riflessione di Umberto Eco sul valore della Scuola e del docente. Eco, alla domanda dello studente al professore: -Ma lei, nel tempo di Internet, a Scuola, che ci sta a fare?- commenta: lo studente si sbaglia, perché Internet «gli dice “quasi tutto”, salvo come cercare, filtrare, selezionare, accettare o rifiutare quelle informazioni. A immagazzinare nuove informazioni, purché si abbia buona memoria, sono capaci tutti. Ma decidere quali vadano ricordate e quali no è arte sottile» e in questo l’ insegnante conta molto (L’espresso, 2.007).

(1) Con Stefania Rossini condividiamo che: «Il Sessantotto, detto in sintesi, fu una grande rivolta generazionale contro una Società culturalmente chiusa dove tutto doveva ancora trovare cittadinanza: la parità tra i sessi, il divorzio, la possibilità di amarsi liberamente, di dichiararsi omosessuale, di interrompere una gravidanza indesiderata, di contraddire l’autorità dei padri, dei potenti, del clero. La libertà, insomma» (in: L’espresso del 10 febbraio 2.011).
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