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Dialetti: coriglianese e albanese - a contatto dal XV secolo ad oggi -

francesco fuscaCorigliano Calabro e gli Arbёreshё
Il I Congresso degli Albanesi d’Italia (degli ARBЁRESHЁ, degli Italo-Albanesi) si tenne a Corigliano Calabro (Cosenza) in due giorni e, precisamente, il 1° e il 2 ottobre 1895. Ma, sebbene si fosse caratterizzato, inizialmente, come Convegno linguistico, ben presto, dai fatti, fu molto di più.
Probabilmente, si trattò di una scintilla sfavillante lucentissima sfolgorante, che accese un gran fuoco di Cultura e di Civiltà, sicuramente di Passione e di Orgoglio.
Un fuoco che covava sotto cenere e che teneva calde tenere ardenti la consapevolezza e la coscienza di radici appartenenza identità, senza fine, profondamente amate.


Ebbene, proprio in occasione del I Congresso degli Albanesi d’Italia venne costituita la Società nazionale albanese, di cui Anselmo LORECCHIO fu eletto vicepresidente, mentre il Decano (in tutti i sensi) Girolamo DE RADA fu eletto Presidente onorario, e Presidente effettivo Pietro CAMODECA DE’ CORONEI).
È importante, da molti punti di vista, qui ricordare quali erano gli obiettivi che la Società nazionale albanese intendeva perseguire. Si trattava di obiettivi/finalità che, a prima vista, erano obiettivi/finalità prettamente culturali; di fatto, però, veicolavano anche (se non ‘soprattutto’) finalità/obiettivi politici. I quali, in sintesi, erano:
1) alfabeto unico;
2) compilazione di un dizionario;
3) pubblicazione di una rivista italo-albanese;
4) apertura di relazioni con la madre patria.
Perché Corigliano e non un altro luogo della Calabria o d’Italia? Perché Il mattino di Napoli (19-20 agosto 1895) indicò la cittadina calabrese della Provincia di Cosenza come il luogo (il quale, poi, nei fatti, fu un LUOGO DELL’ANIMA) del Convegno, su indicazione del Comitato promotore presieduto da Girolamo DE RADA? È difficile dirlo, anche se si intuisce facilmente l’evidente Amicizia tra la Comunità di Corigliano e le varie sparse disseminate Comunità albanofòne del Territorio intorno alla città del grande Poeta Francesco MARADEA (1865-1941) e della sua bellissima U core i re fimmini:

U CORƏ I RI FÌMMINI
'U corƏ i ri fìmmini è 'na càggiƏ,
Mìsiru chill'aciellu chi ci trasƏ!
Trova ra porta apertƏ, e si 'ncuraggiƏ,
Ma quannu è dintrƏ, 'ncàrciri è rimastƏ.

Gghija quannƏ truovi càggiƏ di sta sciortƏ,
Li girƏ 'ntuorni, e nun ci trasi maji:
Mi fiermi supr'u zinnu i ra portƏ,
Ci fazzu 'na cantatƏ, e mi nni vaiu...

IL CUORE DELLE DONNE
Il cuore delle donne è una gabbia,
Povero quell'uccello che ci entra!
Trova la porta aperta, e si incoraggia,
Ma quando è dentro, prigioniero resta.

Io quando trovo gabbie come questa,
Le giro intorno, e non ci entro mai:
Mi fermo al limitare della porta,
Lì faccio una cantata, e me ne vado...

* *** *


Il dialetto è una lingua
«Il dialetto è in realtà una lingua -scrive Cecilia MÒTZO DÈNTICE D’ACCADÌA (1)- con le proprie regole grammaticali, con un lessico più ricco di sfumature e di colori: una lingua in cui una larga sfera della vita soggettiva -amori, dolori, passioni, sentimenti d’ogni genere- si può esprimere meglio che non nella lingua, mentre gli oggetti d’uso quotidiano trovano una serie di nomi, perfettamente atti a definirli.
Qual è dunque la differenza tra il dialetto e la lingua?
Si potrebbe dire che la lingua ha un notevole plusvalore, in quanto ha una letteratura, che il dialetto non possiede.
Ma ciò non è in tutto vero, poiché molti dialetti hanno trovato prosatori e soprattutto poeti, come il BELLI, TRILUSSA, PASCARELLA, DI GIACOMO.
La differenza va cercata altrove» (in: Vita dell’Infanzia, n. 2, novembre 1975, p. 9).

* *** *


In effetti, L’ANIMA DELLE PERSONE DI UNA COMUNITÀ:
l’Humus antropologico (antropologia - nel senso di scienza dell’uomo, considerato sia come soggetto o individuo, sia in aggregati, comunità, situazioni);
il Pathos (nel senso di insieme di passionalità, concitazione, grandezza proprio della tragedia);
l’Ethos (nel senso di "teoria del vivere", da cui il termine moderno etica); e, infine,
l’Eros (nel senso di energìa dinamica di esplorazione esistenziale e di esaltazione della Vita),
è sempre legata, radicalmente (con più o meno consapevolezza-coscienza da parte del singolo e del gruppo sociale) a un Luogo e a un Tempo, ed essa -l’Anima del Popolo- può essere colta, fino in fondo, solo attraverso il Dialetto e l’efficacia del Dialetto nell’AFFERRARE le intime profonde umane sfumature (colori tinte tocchi), le sensazioni (percezioni e impressioni), le emozioni (suggestioni e commozioni), le azioni (i gesti e gli eventi), …
    Una spiritualità forte chiara immensa lega il Dialetto alla LINGUA MADRE (2) e viceversa. Ed è per questo che accade il MIRACOLO dell’unicità peculiarità esclusività di ‘quella’ parola e/di ‘quel’ motto e/o di ‘quella’ frase, …, e dei significati veicolati da ‘quella’ parola, da ‘quel’ motto, da ‘quella’ frase, …

Dialetti di Lingue diverse
Il DIALETTO CORIGLIANESE: Dialetto della Lingua d’Italia; il DIALETTO ARBЁRESH: Dialetto della Lingua di Albania.
La “cultura dialettale” ha la sua piena forza fino a che si definisce come “cultura municipale” garantendo dunque l’identità di un luogo circoscritto (sia esso città, vallata o contado) proprio differenziandolo da un altro.
    A sostenerlo è, nietepopodimenoché, Italo CALVINO!
Difatti, in una intervista del 1976 (2) -che riguardava un’inchiesta sull’uso dei Dialetti nella Letteratura e sull’influenza dei Dialetti sulla Cultura contemporanea, e sul loro contributo alla Lingua italiana, l’Autore delle Lezioni americane esplicita, modulando, come la Cultura dialettale è veramente tale solo se è Cultura municipale.
    Dunque, Cultura dialettale e (è) Cultura municipale. Che non è, assolutamente, un ‘circoscrivere’ un ‘rimpicciolire’ un ‘minimizzare’ … Semmai, viceversa, un ESALTARE identificando valorizzando proiettando!
    In effetti -continua ad argomentare Calvino- Il dialetto non può essere che "municipale", infatti quando per ragioni sociali o storiche diventa "regionale" esso diventa un "inter-dialetto" ed entra nella fase della sua decadenza; questo fenomeno è accaduto, ad esempio, per la necessità di creare realtà linguistiche più ampie quando masse di emigranti si sono mossi verso paesi stranieri
partendo dalla stessa regione, ma non dagli stessi paesi o vallate. (…).
    Sì che: La ricchezza lessicale (oltre che espressiva) è una delle grandi forze del dialetto.  Il dialetto fa aggio sulla lingua quando comprende voci per cui la lingua non ha corrispondenti. Ma questo dura fino a quando durano tecniche (agricole, artigiane, culinarie, domestiche) la cui terminologia si è creata o depositata nel dialetto più che nella lingua.
Invece quando il dialetto si snatura e decade passa in secondo piano e fino a diventare dipendente e lessicalmente tributario della lingua, poiché in queste occasioni non fa che dare desinenze dialettali a nomi nati nel linguaggio tecnico. E anche fuori della terminologia dei mestieri, le voci più rare diventano obsolete e si perdono.
L’identificare nel dialetto una cultura di un’identità municipale, geograficamente limitata, ma connotata da una identità e vitalità espressiva specifica attribuisce al dialetto la possibilità di definire "un’identità municipale caratterizzante ed autosufficiente" e perciò insostituibile.


* *** *


Oggi -nel nostro Tempo della Società conoscitiva liquida, che fluttua nell’oceano delle Teconologie multimediali sempre più cangianti melliflue s-personalizzanti (nel bene e nel male)- ebbene, oggi: in questo nostro Tempo del mordi e fuggi e dell’usa e getta, il problema principale cruciale inderogabile è chiedersi: Verso dove andiamo? Qual è il destino dei Dialetti? Che fine faranno i Dialetti nel tritacarne dei dis-Valori della nostra -velocemente perdente- Società allegra e zuzzerellona?
Di certo, a nostro parere, il nuovo Umanesimo ha bisogno dei Dialetti. La loro preziosità è sintomo di vera Democrazia, di autentico Pluralismo, di Diritti umani universalmente rispettati …
E, comunque, una risposta alla domanda: -Verso dove vanno i Dialetti delle varie Lingue della Terra?, la mutuiamo ancora da Italo Calvino. Il quale propone a tutti di chiedersi: se e come sia ancora possibile preservare e conservare strutture linguistiche, vocaboli e lessico dialettali dall’inevitabile decadenza che si instaura quando accade che i ‘parlanti’ dei dialetti municipali ancora esistenti "smettono di parlare", qualunque ne sia la causa. E se tra i possibili strumenti da utilizzare non vi sia ANCHE IL RECUPERO E LA VALORIZZAZIONE, NONCHÉ LA DIVULGAZIONE, DI TESTI IN DIALETTO: FOLCLORISTICI E POPOLARI O ANCHE LETTERARIAMENTE PIÙ ‘ALTI’.

L’uguaglianza e la diversità del Dialetto
Che i Dialetti si influenzino si suggestionino si affascinino tra di loro non c’è alcun dubbio. Che si intersechino si attraversino si intreccino -prendendo e donando, in una simbiòsi feconda di creatività di mano sinistra di originalità- anche su questo non ci dovrebbero essere molti dubbi.
Le ‘contaminazioni’ e i ‘contagi’ pertanto, sono sempre stati (e sono) felici forieri precorritori di ulteriori “maturazioni orali”, generalmente, di varia Cultura: glottologica (linguistica), sintattica e grammaticale, fonologica e morfologica, …; ovviamente, l’IDENTITÀ di un Dialetto (la sua ‘storicità’ nel Tempo che scorre tra variegate vicende umane, in cui, tra l’altro, cambia il Senso dei Valori e degli Ideali) resta punto fermo sia nella micro che nella macro-Storia di una Comunità, e in senso diacronico e in senso sincronico …
La ricchezza lessicale (oltre che espressiva) -sostiene ancora Calvino- è una delle grandi forze del dialetto. Il dialetto fa aggio sulla lingua quando comprende voci per cui la lingua non ha corrispondenti. Ma questo dura fino a quando durano tecniche (agricole, artigiane, culinarie, domestiche) la cui terminologia si è creata o depositata nel dialetto più che nella lingua.
Invece quando il dialetto si snatura e decade passa in secondo piano e fino a diventare dipendente e lessicalmente tributario della lingua poiché in queste occasioni non fa che dare desinenze dialettali a nomi nati nel linguaggio tecnico. E anche fuori della terminologia dei mestieri, le voce più rare diventano obsolete e si perdono.
In tutto ciò, il DIALETTO CORIGLIANESE (Dialetto della Lingua italiana) e il DIALETTO ARBЁRESH (Dialetto della Lingua d’Albania) hanno forti intime profonde somiglianze.
Entrambi, difatti, hanno il grosso grande enorme problema dell’Identità (Radici e Appartenenze nelle Differenti Dis-uguali Diversità …) nella Società mondiale delle Lingue (multi-linguismo, trans-linguismo, inter-linguismo, meta-linguismo …), che è, intimamente, Recupero e Tutela, Valorizzazione e Prospettiva. In una Società, speriamo e auguriamo, che sia Società del Lavoro.

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(1) Nel novembre 1999 l’UNESCO ha proclamato il 21 FEBBRAIO “Giornata internazionale della lingua madre”.
Le celebrazioni della “Giornata internazionale della lingua madre” hanno l’obiettivo di promuovere la diversità linguistica e culturale, e il multilinguismo nella convinzione che una CULTURA DELLA PACE possa fiorire solo dove ognuno possa comunicare liberamente nella propria lingua, in tutti gli ambiti della propria vita.
L’UNESCO crede fermamente che nell’ISTRUZIONE sia fondamentale non solo la diversità linguistica e culturale, ma anche la tutela, protezione, conservazione delle lingue in pericolo di estinzione -
(2) L’intervista integrale è pubblicata nel volume: Italo Calvino, Eremita a Parigi - Pagine autobiografiche, Oscar Mondadori, Milano 2005.

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