Il 28 maggio scorso è morto Giorgio Albertazzi, aveva 92 anni. Attore e regista. Ha calcato le scene fino all’ultimo, dimostrando estrema bravura, maestria, lucidità. È stato uno dei primi divi televisivi: acclamato, bello, affascinante, supponente, sfacciato, vanesio. È stato protagonista di letture poetiche e di sceneggiati di grande successo. Nel 1943 aderì alla Repubblica di Salò, nel 1945 fu arrestato per collaborazionismo e trascorse due anni in carcere, grazie all’amnistia voluta da Togliatti fu liberato nel 1947. Albertazzi non rinnegò mai la sua adesione alla Repubblica di Salò, ed è ovvio (e giusto: il fascismo è anticostituzionale, è un crimine non un’ideologia, come sosteneva Pertini) che ciò creò non poche polemiche. Giorgio Albertazzi ha sempre sostenuto di aver combattuto per l’Italia, dichiarando che sia i repubblichini che i partigiani “Hanno abbracciato una posizione di dignità, di morale e di fermezza”.

L’equiparazione risulta essere grottesca, ma d’altronde Albertazzi aveva il senso del paradosso e della provocazione. Dei miti classici e shakespeariani: una vita sul palcoscenico, a volte, può mistificare la realtà storica. Esordì con i fotoromanzi, per poi passare al cinema, televisione, teatro. Il teatro la sua casa. Memorabile la sua interpretazione di Amleto al teatro Old Vic di Londra: il suo spettacolo, con la regia di Franco Zeffirelli, restò in cartellone per più di due mesi. Indimenticabile anche il suo “Edipo Re”. Ha portato sulla scena Ibsen, Dante, Dario Fo, Italo Calvino, Sofocle, ma su tutti ha regnato Shakespeare. In una sorta di identificazione totale con personaggi complessi, dove si perdono e smarriscono le antinomie fra bene e male. Ed è proprio così che ha vissuto la su lunga vita “L’imperatore” Giorgio. Pago di essere amato ed odiato nella stessa misura: contemporaneo Macbeth, o Riccardo III, cattivissimo e capace come pochi di sedurti con la parola. Amato ed odiato: sempre. Il cane di Carmelo Bene (Bene aveva chiamato il suo cane Giorgio). “Un perdente di successo”, così come egli stesso si definì in una sua autobiografia. Sì, un perdente di successo (paradosso degno di Shakespeare) … Di gran successo.

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