Navanteri

Nonostante si viva oggi in un’epoca caratterizzata dall’affermarsi di una società fra le più libere e democratiche in cui è istituzionalmente garantita la libertà di pensiero, di parola e di stampa, ci sono persone che stentano ad uniformare il loro pensiero e la loro azione ai suddetti valori, preferendo comportamenti di tutt’altra natura. Il fatto è di per sé più sconcertante quando si è costretti a constatare che è fra i più giovani che si annida il germe dell’apatia e della mancanza di una visione libertaria che non sia liberticida.

Il discorso ci porterebbe indubbiamente lontano. Sicuramente coinvolgerebbe la scuola, la famiglia, e – perché no – la politica. Certamente, scavando anche negli aspetti sociali dei modelli assunti come icone dalle nuove generazioni, emergerebbe il quadro di una società che ha poca voglia di combattere per affermarsi e affermare quei tre valori di cui si diceva in apertura. Perché, pur essendo le libertà di pensiero, di parola e di stampa, giuridicamente garantite, bisogna che ognuno faccia la sua parte per vedersele riconosciute. Ma, a quanto pare, non mancano i casi di giovani che preferiscono le scorciatoie, convinti come sono che, tutto sommato, non vale la pena esporsi più di tanto, visto e considerato che molti sono i casi di coetanei che, magari aiutati dai comportamenti poco ortodossi dei genitori e di chi gli sta intorno, hanno ottenuto senza l’adeguato sforzo un posto di rilievo nella società, col conseguente ritorno economico, autentico miraggio questo che pervade negativamente la società contemporanea basata sul consumismo e su una sfrenata ostentazione di ricchezza spacciata come “status simbol” di pieno successo.
Si ha quindi il quadro, almeno nelle grandi linee e fatte le debite eccezioni, di una generazione che non prende posizione nel timore di vedersi danneggiata. L’assunto, ci rendiamo conto, è di una gravità eccezionale, in quanto, se anche in piccola parte vero, certificherebbe un quadro desolante: i giovani vogliono tutto e subito e per averlo non sono disposti a seguire un comportamento lineare, retto e corretto, ma sono piuttosto propensi a scendere a poco onorevoli compromessi.
Nel campo che ci interessa, l’esercizio della professione giornalistica, sia essa condotta in maniera professionale ed esclusiva, oppure a livello di pubblicista, (la forma non cambia la sostanza), abbiamo constatato che sempre più giovani sono attratti da questa professione. Anche se, in pochi casi per la verità, taluni sono convinti di poter esternare il loro pensiero, fermandolo sulla carta o su qualsiasi altro supporto informatico, senza avere il cosiddetto “coraggio” di sottoscriverlo, pretendendo altresì, di dare suggerimenti e consigli, di censurare concetti e, persino, di stigmatizzare il classico e banale “refuso”. Tutto ciò, naturalmente, coperto da un infantile anonimato.
Ci rendiamo conto che non sono più i tempi in cui i giovani abbracciavano la propria fede politica difendendola sempre, ovunque e comunque, ma non possiamo non respingere con fermezza il comportamento di una classe giovanile, e, comunque, di quei suoi rappresentanti che pretendono di ricoprire il ruolo di prossima classe dirigente senza avere certezze e convinzioni da difendere e da portare avanti in prima persona, preferendo nascondere la fragilità della propria esistenza dietro un paravento che ha tutta l’aria di una sconfitta, di una totale resa, ancor prima di iniziare la battaglia, ai peggiori comportamenti che gli adulti abbiano potuto trasmettere.
Agli anonimi pseudo giornalisti  possiamo tranquillamente dire che la loro battaglia è persa in partenza. Resteranno anonimi per il resto della loro vita, che sia spesa in campo giornalistico o per qualsiasi altra nobile idea.
Solo la firma, nel bene e nel ma, può fare la differenza.

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