Il 30 settembre l’Istat ha comunicato che l’inflazione è salita al 4,2 per cento, il dato più alto degli ultimi tre anni. Negli stessi giorni il gasolio ha toccato i 2,35 euro al litro, un prezzo che in Italia non si era mai visto.
Dietro questi numeri c’è una guerra cominciata il 28 febbraio a migliaia di chilometri da qui, attorno a uno stretto di mare che molti di noi non saprebbero indicare sulla cartina. Eppure da Hormuz passa un quinto del petrolio del mondo e, infatti, da sette mesi ogni decisione presa su quelle acque arriva puntuale al distributore sotto casa. Il gasolio muove i camion che portano la frutta, la pasta e le medicine, così il rincaro finisce nello scontrino del supermercato e nella bolletta della luce. Le associazioni dei consumatori parlano di oltre mille euro in più all’anno per una famiglia media. A nessuna di quelle famiglie, ovviamente, qualcuno ha chiesto un parere.
A decidere sono stati in pochi, seduti in stanze dove il prezzo del pane non è mai un argomento. Chi ha voluto questa guerra e chi la tiene in piedi ha i suoi motivi, che hanno a che fare con il consenso, con le elezioni da vincere e con le posizioni da difendere. Il conto, però, lo hanno girato a gente che di quei motivi non sa niente e che da quelle scelte non guadagnerà mai nulla.
Il potere affascina da sempre perché promette una cosa semplice, cioè decidere al posto degli altri. Lo si insegue giurando di volerlo mettere al servizio della comunità e, una volta raggiunto, si scopre quanto sia comodo usarlo per sé.
Sarebbe facile fermarsi qui e prendersela con i potenti della terra, che tanto sono lontani e non ci sentono. Il fatto è che la stessa smania la conosciamo bene anche nei nostri paesi, dove basta una manciata di voti perché qualcuno cominci a sentirsi padrone. La vediamo nella strada asfaltata fino a un certo cancello, nell’incarico che finisce sempre nella stessa cerchia, nella pratica che per qualcuno si sblocca in una settimana mentre per gli altri resta ferma dei mesi. Sono cose che non arrivano sui giornali nazionali, ma chi vive in un paese le riconosce una per una. Sia chiaro, c’è anche chi amministra con onestà e spesso ci rimette del suo, solo che fa molto meno rumore.
Tra Hormuz e un consiglio comunale cambia la misura del danno, che là si conta in miliardi e qui in un lampione spento o in un servizio che non parte. Il meccanismo resta quello di pochi che aggiustano le cose nella direzione del proprio tornaconto, mentre la comunità aspetta e paga.
In mezzo a tutto ciò ci siamo noi, che questo modo di fare lo critichiamo al bar e lo cerchiamo quando ci serve. Chiediamo la telefonata giusta, il favore, la corsia più veloce, salvo poi indignarci quando la stessa corsia la prende un altro. Quanti, tra quelli che oggi protestano contro chi comanda, saprebbero davvero usare lo stesso potere in un altro modo?
Domani a Cosenza si manifesta contro il caro carburante ed è giusto che sia così. Quel prezzo, però, prima o poi scenderà, perché le guerre finiscono e le petroliere tornano a passare. L’abitudine di trattare il potere come una proprietà privata, invece, dalle nostre parti non ha mai avuto bisogno di una guerra per restare al suo posto.
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