Albania, Belgio, Francia, Italia, Spagna. Paesi diversi, problemi diversi, ma una cosa in comune: la gente è stanca di pagare sempre il conto.
C'è chi protesta contro la corruzione, chi contro l'austerità, chi non riesce più ad arrivare a fine mese, chi lavora senza guadagnare abbastanza per andare avanti e chi non può permettersi nemmeno una casa. E la politica cosa fa?
Continua a ripetere slogan, promettere soluzioni e chiedere pazienza. Sembra capace di fare la voce grossa solo con chi è più debole, mentre quando deve scontrarsi con interessi economici potenti diventa improvvisamente prudente.
Questi signori vengono pagati per trovare soluzioni, non per recitare una parte. Eppure sembra che l'unica cosa che sappiano fare sia spiegare perché i problemi non si possono risolvere.
Poi la gente scende in piazza e, puntualmente, si parla soltanto degli scontri e delle vetrine rotte. Tutto il resto passa in secondo piano.
Sia chiaro, danneggiare il negozio di un piccolo commerciante o l'auto di un lavoratore è sbagliato. Significa prendersela con persone che spesso hanno gli stessi problemi di chi protesta.
Ma condannare questi gesti non può diventare una scusa per ignorare tutto quello che ha portato la gente in strada.
È troppo facile indignarsi per una vetrina rotta e non indignarsi per chi lavora tutto il mese e non riesce a vivere dignitosamente. È facile chiedere calma a chi è esasperato, molto meno affrontare gli interessi di chi ha il potere di condizionare le decisioni politiche.
Non giustifico tutto quello che succede durante le proteste. Ma non riesco nemmeno a condannare automaticamente chi arriva al limite dopo essere stato ignorato per anni.
La piazza può sbagliare, certo. La rabbia da sola non risolve nulla e servono proposte concrete. Ma se la politica non ascolta, non interviene e continua a rispondere con gli stessi slogan, non può poi stupirsi se la gente perde fiducia.
Il problema è che abbiamo una classe politica incapace di pestare i piedi ai forti e fin troppo brava a pestare i deboli.
E allora la domanda è semplice: perché siamo sempre pronti a giudicare chi perde la pazienza, ma così poco severi con chi avrebbe il dovere di evitare che si arrivi a quel punto?
Francesco Panebianco
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