anna de blasiIn questo appuntamento del Lunedì voglio raccontarvi una storia (vera). Succede anche nel 2014, anche nell’era del “Siamo tutti brillanti eternamente giovani e belli”, anche nell’era social, di poter essere soli. La solitudine non è sempre una condanna o una scelta, è un caso. Uno dei tanti casi della vita, che nasce da altri casi: la vedovanza, figli lontani o impegnati, o semplicemente figli di madri troppo intelligenti ed altruiste che con i fatti rendono la propria prole della vita, e non proprietà privata, amicizie non proprio tali o semplicemente “il logorio della vita moderna” che ci allontana gli uni dagli altri, cittadine con poche offerte ludiche/divertenti/culturali.

La solitudine può avere i suoi lati positivi, a parere di chi scrive, può essere declinata con la parola più bella del mondo: la libertà. La libertà non è sempre data da grandi battaglie o conquiste, è fatta da piccole cose o piccoli gesti: guardarsi un film comodamente sul divano assaporandosi una sigaretta (sì, lo so, il fumo fa male… ma sono ricordi… ricordi pre maternità…), leggere un libro, scrivere un libro (o almeno provarci…), ascoltare musica, una pizza/una birra/ sit- com. Prendersi cura di sé. Cambiare taglio o tinta. Un caffè al bar. Shopping (che potrebbe essere anche l’acquisto di un rossetto, libro, calze… non per forza si deve svaligiare una boutique). Momenti per sé. I momenti, però, quando si protraggono in ore, e giorni, e mesi, possono allontanare la patina della libertà, ad essa può subentrare il silenzio. I giorni diventare infiniti. Succede di avere 70 anni con dignità e non comportarsi come se se ne avessero sempre 20 o 30. Succede di essere un’insegnante di filosofia in pensione, così lontana per intelligenza e cultura e stile di vita dall’apparire banale e smagliante di certe sessantenni/settantenni ridicole e piene di vezzi, che inseguono con varie gite l’illusione di poter fermare il tempo. Succede, anche in quest’epoca un po’ balorda, che esista ancora qualcuno capace di accettare gli anni che passano. Resta la passeggiata del pomeriggio. Sono belle le atmosfere un po’ malinconiche di scorci autunnali che si offrono al nostro silenzio, al quale noi regaliamo i nostri pensieri. Placando la nostra anima. Succede che in una di queste passeggiate la professoressa di filosofia in pensione incontri un’amica. Le due donne si rincontrano dopo tempo, si narrano le loro vite: l’una vedova, l’altra senza più il negozio. E così l’una stretta all’altra, nel tramonto paesaggistico e della vita, sembrano trovare in questo rito un conforto piacevole, non chiassoso e che rimandi ad altre tappe dell’esistenza. La passeggiata sembrerebbe un afflato fa due donne, un’amicizia che si fonde con i colori dell’autunno. Succede che le due amiche si rivedono nei giorni seguenti, l’insegnante di filosofia parla, anche con intelligente rassegnazione, della sua solitudine, e di come quella passeggiata le servi. L’amica, che non ha più un lavoro, viene folgorata da un’idea: farsi pagare, sette euro all’ora. E ci sta che la nobile arte delle passeggiatrice richieda un compenso, ma è uno scambio. Tra l’altro consapevole. In questo caso l’ignara insegnante di filosofia non sapeva di dover pagare (l’ex) amica per quella ora di quiete. La storia si è così conclusa: l’insegnante di filosofia ha pagato il suo debito, ed ha continuato a godersi le sue passeggiate. Sola. Perché godere di un bel paesaggio, così come dell’amicizia non ha prezzo. Altrimenti è un bluff.

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