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Nessuno (almeno si spera) può restare indifferente al grido di disperazione collettivo che in queste settimane si è levato dalle campagne calabresi, a seguito dell’iperbolico rincaro del prezzo del carburante che mette a rischio la sopravvivenza stessa di decine di migliaia di aziende agricole regionali.

A fronte di un aumento medio complessivo dei costi di produzione in agricoltura che ha superato il 35%, i prezzi di vendita all'origine sono crollati di circa il 16%, generando una carenza di liquidità tale da risultare fatale per qualsivoglia attività produttiva. Tuttavia la mobilitazione di oltre duemila agricoltori che esortano legittimamente la solidarietà e la partecipazione di tutti i cittadini, non potrà mai decollare (come al momento, purtroppo sembra) se si reiterano le solite, azioni rivendicative puramente assistenziali, viste e riviste in questi decenni, di ottenimenti di sussidi e interventi a pioggia. Affinché la protesta abbia successo deve trasformarsi in una proposta di riforma strutturale del settore, segnando il definitivo superamento di logiche assistenzialistiche che, negli anni, hanno solo procrastinato i nodi della questione senza mai scioglierli.
Ricevere contributi una tantum serve solo a rinviare il problema di qualche mese senza risolverlo come l’ultimo stanziamento di 15 milioni di euro annunciato dalla Regione Calabria per calmierare il prezzo del carburante agricolo.
Una goccia nel mare (circa un centinaio di euro) di fronte a bollette e fatture triplicate, dividendo quella cifra per le oltre 13.000 aziende strutturate del territorio.
Al contrario, la mobilitazione di questi giorni deve considerarsi una straordinaria chance per ridisegnare (e verificare) l'intera linea di sviluppo dell'agricoltura calabrese.
Questo non è solo il momento di aprire un tavolo programmatico serio per capire quale direzione debba prendere il comparto nel lungo periodo, ma, altresì, rappresenta il tempo del coraggio di cambiare il modo di fare impresa nella nostra regione.
La protesta di Firmo-Sibari deve riaccendere i riflettori sulle fragilità storiche del modello calabrese, avviando una profonda riforma del comparto agro-alimentare che vada nella direzione di fare rete, limite atavico del sistema agricolo calabrese, attraverso il rafforzamento del processo di cooperazione settoriale, oltre che favorire la rimozione (o almeno la riduzione) della frammentazione produttiva composta da micro -imprese isolate, il più delle volte, sul mercato.
Per cui certamente ad un obbligo di solidarietà nei confronti degli agricoltori calabresi, deve però seguire una condotta di rinnovata responsabilità degli stessi, tesa alla modernizzazione dell’agricoltura regionale, la quale, sebbene i grandi progressi realizzati, deve superare quella “cultura del contributo pubblico”, dell’aiuto, percepito come fine, ovvero come un'integrazione del reddito familiare o aziendale per sopravvivere, anziché come mezzo, inteso come carburante per fare investimenti in innovazione delle proprie aziende.
La Terra “non è un fatto di famiglia”, come ancora viene vista in Calabria, bensì come un’azienda complessa, la quale non può lasciare spazio ad imprenditori improvvisati, una classe imprenditoriale carente di una diffusa formazione manageriale che richiede competenze in marketing, pianificazione finanziaria, logistica e contrattualistica internazionale.
Fino a quando la Calabria produrrà materie prime eccezionali, ma ne regalerà il valore aggiunto ad altre regioni o Paesi, si scenderà sempre in piazza a raccogliere le briciole.

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