Ha ragione il Sindaco di San Lorenzo del Vallo -dott. Luciano Marranghello- a porre la questione della necessità “di un confronto libero e democratico all'interno di un grande partito che si chiama Popolo della Libertà”.
Ma il problema del confronto e della dialettica interna tra maggioranza e minoranza è stata (e sarà) sempre un tema essenziale e vitale nei sistemi democratici, come quello italiano, fondato sui partiti, i quali hanno la funzione di offrire alla nazione una sintesi progettuale-programmatica, sulla base delle istanze e aspirazioni dei cittadini.
Bnl

Senza scomodare Max Weber, Sartori e tanti altri, non a caso, la Costituzione Italiana stessa (art. 49) prescrive, lapidariamente, il “metodo democratico” alle formazioni partitiche – politiche come condizione per “concorrere alla politica nazionale”.
Orbene, quindi, nessuna perplessità e incertezza sorge sulla convenienza e validità del problema sollevato dall'acuto Sindaco Marranghello, il quale è perfettamente consapevole dell'importanza della discussione e del dibattito  come momento irrinunciabile della vita dei partiti e come processo di formazione di una proposta politica - programmatica credibile, seria, concreta e fattibile.
Tenuto conto di ciò, francamente, a mio avviso, non è altrettanto condivisibile il ragionamento conseguente del Sindaco di considerare opportuno la prospettazione di una eventuale formazione di correnti all'interno del Pdl.
Va da sé che nulla di scandaloso rappresentano le correnti all'interno delle formazioni politiche, purtuttavia, esse hanno sempre espresso, comunque, una  evidente patologia  dei partiti stessi.
Non potrà sfuggire al dott. Marranghello che le correnti nella storia dei partiti italiani (vedi democrazia cristiana e Psi) più che espressione del dissenso interno, hanno costituito meri strumenti di lotta per il potere, logorando, alla lunga, le fondamenta delle formazioni stesse.
Diciamola, schiettamente, tutta. Mi pare sospetta la “conversione sulla via di Damasco” del Presidente Fini, nel sostenere l'importanza del confronto democratico, del rispetto delle minoranze e sulla necessità della libertà di realizzare  una corrente all'interno del Pdl.
Proprio lui non è credibile a sostenerlo!!!
Se non ricordo male, il 3 luglio 2005, in un'infuocata assemblea nazionale di An, Fini si scagliò contro le varie componenti del partito. «An - disse l'attuale presidente della Camera - va liberata dalle correnti: sono una metastasi che rischia di distruggere il corpo del partito». In quella occasione Fini mise ai voti una sorta di mozione di fiducia sulla sua guida, annunciando: «Se avrò il consenso governerò il partito senza riconoscere l' esistenza delle correnti».
La storia politica del Presidente Fini racconta tutt'altro rispetto alla posizione attuale.
Quest'ultimo, si rammenta, è stato il curatore fallimentare di due soggetti politici nazionali.
Ha dichiarato (Congresso Fiuggi) unilateralmente il fallimento del MSI, senza intavolare un dibattito, un confronto aperto, non curandosi della contrarietà della minoranza interna (Rauti ed altri), lasciandola al proprio destino.
Medesimo comportamento ha tenuto, ultimamente nello sciogliere il partito di Alleanza Nazionale e confluire nel PDL, strafrengandosi, cinicamente dell'opposizione interna di Storace, Santachè ed altri.
Bisogna avere il coraggio di dire le verità dei fatti: ora che il Presidente Fini, per sua scelta, è rimasto solo, ha rivendicato, ipocritamente, il diritto al dissenso ed il diritto delle minoranze (che lui ha sempre calpestato), soltanto, per ragioni di potere, poiché intende mantenere le sue comode posizioni, strumentalizzando la buona fede degli iscritti.
Dunque, la posizione di Fini, a mio modesto parere non ha prospettive di successo, perché “ca nisciunu è fess”.

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