“State meglio oggi rispetto a quattro anni fa?”, quando Ronald Reagan pronunciò l’anzidetta frase nel memorabile dibattito presidenziale del 1980 contro Jimmy Carter, non stava semplicemente ponendo una domanda retorica, bensì stava attivando la domanda standard del voto economico retrospettivo.
Per cui il governo Meloni, anziché le provocazioni mediatiche del generale Vannacci o le “geometrie variabili” del Campo largo, dovrebbe temere il carrello della spesa che pesa sempre maggiormente, checché ne dicano i dati Istat. Oltre ai conflitti bellici, l’inflazione percepita costituisce, ormai, il reale elemento destabilizzante (o di rottura) degli assetti politici democratico-liberali la cui dinamica appare ben nota all'esecutivo italiano, consapevole dell'impatto dirompente di un fenomeno che ha già palesato i propri effetti e conseguenze nell’Oltreoceano.
Negli Stati Uniti, l’inflazione ha di fatto riconsegnato le chiavi della Casa Bianca a Donald Trump, poiché la narrazione dell’amministrazione Biden, tutta tesa a esibire macroscopici indicatori economici di segno positivo, è naufragata dinanzi alla quotidianità delle famiglie americane, costrette a fare i conti con un aumento cumulativo dei prezzi vicino al 20%. Di conseguenza, la nostalgia per il benessere perduto della middle class è diventata così il carburante elettorale che ha riportato il tycoon alla presidenza, avendo cavalcato durante la campagna elettorale l’impatto psicologico e reale dell’inflazione.
Per l'esecutivo italiano il confronto con il modello americano rischia però di essere persino più impietoso, atteso che, se negli Stati Uniti i salari nominali hanno quantomeno provato a inseguire l'aumento del costo della vita, la penisola, invece, sconta una stagnazione salariale cronica che dura da oltre trent'anni. In tale scenario in cui le buste paga rimangono bloccate davanti a rincari quotidiani, la contrazione del potere d'acquisto si trasforma rapidamente in conflittualità sociale e mobilitazione di piazza.
In effetti, secondo le ultime stime OCSE, i salari reali in Italia nel 2026 rimangono inferiori del 6,1% rispetto ai livelli del 2021, mentre i rapporti dell'Unione Europea certificano che le retribuzioni reali del Bel Paese affondano del 3,9% sotto i livelli pre-pandemici del 2019.
L’inarrestabile aumento del costo della vita ha smesso di essere una crisi esclusivamente economica per trasformarsi in una vera e propria emergenza d'ordine pubblico nelle principali città italiane. Negli ultimi giorni di ottobre, suddetto andamento economico non ha fatto altro che esasperare gli animi, innescando duri scontri di piazza e accese manifestazioni a Milano, Torino e Bologna. Questa nuova ondata di proteste segna un punto di svolta, la cui mobilitazione non è più circoscritta alle sole rivendicazioni settoriali di agricoltori o autotrasportatori, ma raccoglie e amplifica la rabbia diffusa di una fetta sempre più ampia di cittadinanza.
L’effetto inflazione, dunque, sebbene inizialmente sottovalutato, sembra scalzare le questioni tradizionali, tanto care alla destra, sulla sicurezza, sulla gestione dei flussi migratori o sull'ordine pubblico, posizionandosi come il vero e proprio ago della bilancia elettorale.
Attualmente i cittadini italiani, come peraltro quelli europei (in linea con l'elettorato statunitense), chiedono innanzitutto una sicurezza economica, intesa come la protezione della tenuta finanziaria del proprio nucleo familiare dagli shock globali.
Il cortocircuito cognitivo per chi governa risiede nel fatto che la percezione dei cittadini prevale sistematicamente sui dati statistici ufficiali.
Per cui l'elettore non vota sulla base dei trionfalismi occupazionali, liquidati spesso come propaganda distante dalla realtà, ma misura la salute del Paese sulla propria capacità di spesa. Quando la percezione di impoverimento diventa permanente, la responsabilità politica viene addebitata direttamente a chi siede nella stanza dei bottoni, ignorando le pur reali cause internazionali o i nodi geopolitici.
Senza risposte economiche tangibili ed immediate, il rischio che questo scontento si traduca in un travaso di voti verso le opposizioni appare concreto, pronto a ridisegnare anzitempo gli equilibri politici nazionali, rendendo inefficace qualsiasi tentativo di blindatura istituzionale o elettorale da poco approvata.
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