Il vero, drammatico problema della modernità è la tendenza alla semplificazione, il vizio di cedere alla tentazione della sintesi che, ovviamente, è incapace di scandagliare l’essenza delle cose e relega nel dimenticatoio della Storia i secoli di filosofia che ci hanno preceduto e le eroiche fatiche di pensatori che hanno cercato di far luce sulle questioni più rilevanti dell’esistenza e del vivere civile.
Twist, il nuovo romanzo di Colum McCann, rompe gli schemi e celebra profondità reali e metaforiche nelle quali è necessario immergersi per sfuggire ad una triste consapevolezza: «il male dei nostri tempi è che passiamo troppo tempo sulla superficie».
Eppure, a ben riflettere, veloci e iperconnessi nella distanza, fatichiamo a ricordarci che informazioni, comunicazioni, conversazioni oziose o grandi idee ‒ in una parola: ciò che siamo e ciò che vogliamo manifestare ‒ viaggiano sotto forma di impulsi luminosi in cavi deposti sul fondo degli oceani e attraverso fragili fibre di vetro ricavate dalla sabbia, materia inerte ed effimera e simbolo di un ritorno alla terra che è comune e inevitabile destino.
Quando un guasto si consuma negli abissi, subentra la paralisi: l’essere umano ritrova ostacoli e difficoltà comunicative, comprende ‒ seppure solo per il lasso di tempo indispensabile al ripristino ‒ di essere dipendente da una diabolica rete che, per quanto pervasiva, potrebbe scomparire, costringendo ad un salto temporale retroattivo e al recupero di carte e penne troppo sbrigativamente soppiantate da monitor e tastiere in una corsa affannosa verso una meta non chiara e non visibile neppure all’orizzonte.
È proprio da un cavo tranciato che prende avvio il romanzo di McCann. L’immensa massa di detriti trasportati dalla piena del fiume Congo ha stravolto i fondali africani provocando un black-out nelle comunicazioni che, ben presto, potrebbe estendersi a livello globale. La nave Georges Lecointe, specializzata nelle riparazioni sottomarine, salpa seguendo le direttive di John A. Conway, enigmatico capo spedizione, e ospitando a bordo Anthony Fennell, scrittore irlandese in piena crisi di ispirazione a cui un giornale online ha affidato il compito di redigere un reportage sulla complicata missione d’altura.
I giorni in mare, caratterizzati dalla fatica e dalla visione continua della mutevole distesa liquida, affinano i pensieri di Fennell che, turbato dallo spettacolo della natura primordiale, prova sgomento dinanzi a «profondità [che] vibrano di tutto ciò che è possibile immaginare, trasmesso a velocità inconcepibili» e stupore per l’aura epica, quasi mitologica, che ammanta quel laico miracolo tecnologico.
L’avventura marinara dello scrittore si trasmuta, con sorprendente naturalezza, in un percorso di riparazione di sé stesso che lo conduce a rompere ogni legame con l’alcol ‒ sordido compagno degli anni trascorsi a terra ‒ e a ricreare ‒ tramite la stesura di una lunga lettera ‒ un legame con un figlio da cui lo separa un immotivato silenzio durato un intero lustro.
Se Fennell insegue dunque la redenzione, il suo strano contraltare Conway si addentra in un labirinto della mente in cui è costretto ad affrontare i fantasmi di un passato non vissuto, desiderato e, in fin dei conti, sfortunato. La figura dell’imperturbabile uomo di mare che scruta dal ponte della nave le lontane coste dell’Angola ‒ in un silenzio gravido di rimpianti, promesse non mantenute e frammenti di un amore agognato, ma mai totalmente posseduto ‒ ci restituisce una lacerante e «invisibile accordatura, […] una nota segreta che lo rende presente e altrove nello stesso momento», un meandro psicologico ‒ ma non per questo meno autentico ‒ nel quale cova il progetto che sarà messo in atto al rientro in porto.
Conway ripara cavi, ma non ha pace, riannoda fili, ma non riesce a riportare ordine in una storia personale convulsa sin dalla giovinezza, movimentata come le onde che osa sfidare ogniqualvolta sprofonda in apnea rallentando i battiti cardiaci e calandosi nelle oscurità oceaniche in cui i confini svaniscono e si confondono in un enorme grembo che ha donato la vita, ma è pronto a riprendersela in qualsiasi istante. Su tutto aleggia la presente assenza ‒ l’ossimoro è d’obbligo ‒ di Zanele, complice, compagna, madre e attrice che è ossessione, amore e repulsione per il misterioso marinaio e che rappresenta l’unica chiave interpretativa su cui poter fare affidamento per comprendere, sino in fondo, le cause delle sue sparizioni e di un finale assolutamente imprevisto.
Del resto, Conway è personaggio universale, incarnazione delle eterne contraddizioni umane e di quei silenzi taglienti che, a volte, incidono chirurgicamente la realtà più di mille parole. Mirabile sotto molti punti di vista, attore consumato, lucido, atletico, versatile, sa essere l’uomo della strada e il genio rivoluzionario, l’avventore di taverna e l’ideologo fanatico, l’uomo d’azione e la rassegnata vittima di una cattiva stella. È il perfetto opposto di Fennell che, non a caso, a differenza sua, ripercorre la via della ragione e consola il proprio spirito condensando la ritrovata saggezza in due aforismi di vigore e sapore antico: «Gran parte di ciò che siamo è ciò che non possiamo essere»; «Ci sono troppe cose che non possiamo sapere. La mente implora la logica, ma ottiene il mondo com’è. E allora ricorriamo all’invenzione».
Il cuore di Conway è «una lanterna colma di benzina» e, pertanto, basta «una scintilla per farlo divampare», ma la riparazione ‒ non più dei cavi, ma dell’anima ‒ non può avvenire in chi, come lui, è sopraffatto da quello sfinimento per il dolore del mondo che lo scrittore Jean Paul (1763-1825) racchiuse nella magnifica parola tedesca Weltschmerz.
Così, se il marinaio, da sempre abituato agli abissi, è predestinato a soccombere, lo scrittore ‒ che questi stessi abissi ha appena conosciuto ‒ è, per paradosso, votato alla salvezza in nome di un’ancestrale legge del mare: «sopravvivere all’arpione, sfuggire al gorgo, portare a termine il lavoro e tornare da dove eravamo venuti». Sembra un passaggio di testimone e, di fatto, lo è a tal punto da trasformarsi nel naturale avvicendamento delle generazioni nel corso del tempo.
Twist è un romanzo solo apparentemente semplice o almeno reso tale dalla prosa magnetica di McCann che gioca con le parole, le costruisce e le destruttura, le affianca e le allontana, facendo compenetrare in continuazione la vastità dell’oceano e quella dell’anima. Molteplici sono i significati, le metafore, le domande e le risposte che fluttuano tra le pagine ma, sopra ogni cosa, svetta l’elogio di una profondità perduta a cui, nonostante tutto, non smettiamo di anelare.

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