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Ho sempre amato il latino per due motivi paradossalmente antitetici, se non sotto il profilo concettuale, almeno dal punto di vista dell’etica di fondo che li alimenta. Se da un lato considero la lingua di Cicerone e Virgilio «un capolavoro di logica, di sintesi e di musica» ‒ la definizione è di Vittorio Feltri e non si può che condividerla ‒, dall’altro non nascondo un certo vezzo ‒ frutto di una piccola dose di narcisismo da cui spero che il lettore voglia bonariamente assolvermi ‒ per la citazione, il gusto di inframmezzare nel discorso qualche sentenza latina, non tanto per impressionare il prossimo quanto per sentirmi piccola parte di quella «repubblica delle lettere» di cui si vagheggia da secoli.


Ciò premesso, se l’intero impianto de Il latino lingua immortale del già menzionato Feltri merita un elogio per la schiettezza delle tematiche e la passione con cui si difende a spada tratta la dignità della cultura classica contro gli assalti di detrattori che ne vorrebbero cassare le tracce a colpi di penna e cattive intenzioni, è necessario ‒ per onestà intellettuale ‒ prendere le distanze da un assioma sul quale l’intero libro si fonda. Per quanto ci si sforzi a dimostrare il contrario, è inevitabile ammettere ‒ e qui le mie parole susciteranno il fastidio di una bestemmia politicamente scorretta ‒ che il latino è sostanzialmente una lingua morta.
I fatti confermano che è impossibile incontrare per strada un passante che, dopo un educato sorriso e qualche parola di circostanza, si congeda con un salus atque vale!, così come è altamente improbabile rinvenire indicazioni o informazioni ‒ fatta eccezione per gli sportelli Bancomat del Vaticano ‒ nella lingua che fu di Catone, Cesare e Catullo.
Pertanto, per buona pace di latinisti e accademici ‒ che, ovviamente, parteggiano per una causa (la propria!) ‒, è necessario reperire con urgenza un’argomentazione forte e convincente affinché il latino possa continuare a dirsi utile e, di conseguenza, ad essere studiato. È per l’appunto in ciò che il libro di Feltri ‒ pur partendo da una constatazione iniziale facilmente contestabile ‒ ci viene in soccorso e lo fa con razionalità ed eleganza, proponendoci una motivazione efficace che, a ben vedere, trasforma la lingua classica in uno strumento addirittura essenziale per il futuro. 
Prima di svelare l’arcano, è d’obbligo riflettere su due elementi complementari che ben chiariscono il passato e il presente della lingua della romanità.
Coloro che si affannano a sostenere che il latino non sia mai scomparso, ma si sia semplicemente evoluto tout court nell’italiano corrente e nelle cosiddette lingue neolatine, sono imputabili nella migliore delle ipotesi di superficialità, nella peggiore di malafede.
Sebbene nessun esame necroscopico possa stabilire con esattezza la data, l’ora e il luogo del decesso, è palese che la vita del latino non si concluse di colpo. Nessuna mannaia cadde sul capo del defunto, ma fu fine lenta e dolorosa, con tante parole d’uso quotidiano disperse in mille rivoli nelle “nuove” lingue volgari e altrettante scomparse per sempre in un oblio determinato dalle consuetudini e dalle diverse sensibilità della civiltà borghese che, gradualmente, sorse sulle vestigia del glorioso impero romano.
La lingua non è monolitica e l’idea dell’italiano classificato come una sorta di latino 4.0 è semplicemente mostruosa e smentita dallo stesso Dante Alighieri che avvertì l’esigenza di rendere illustre il volgare al fine di farne una lingua letteraria evidentemente in contrasto ‒ e non in forzata continuità ‒ con il passato del progenitore latino.
Seconda questione: non più di utilizzo giornaliero, il latino ‒ al pari di qualsivoglia lingua straniera ‒ abbisogna di metodo per essere tramandato e qui, in molti casi, si è in balia della fortuna. Ci si può imbattere ‒ così come mi è accaduto ‒ nell’insegnante di liceo da ricordare con devozione per aver mutato l’apprendimento delle declinazioni e dei casi in una sfida giocosa da cui era impossibile non uscire vincitori o, al contrario, ‒ anch’esso evento della mia biografia ‒ in un professore universitario dotato dell’empatia di una stele funeraria e di una pedanteria demodé riversata in un modesto manuale di letteratura latina imposto ‒ non allo studio, ma quasi alla venerazione ‒ di discenti in gran parte infastiditi.
Quindi, anche nella corretta trasmissione del latino c’è una componente aleatoria ‒ per definizione incontrollabile ‒ cui si può porre parziale rimedio abbandonando vetusti schemi di insegnamento e adottando approcci innovativi ‒ primo tra tutti il validissimo metodo natura ‒ che la linguistica più avanzata sviluppa per poter continuare ad assaporare l’antica lingua degli avi.
Assodato ciò, la domanda relativa all’utilità presente e futura del latino trova nel libro di Feltri una duplice risposta. La prima è di carattere pratico: tradurre ‒ soprattutto una lingua ostica ‒ significa ragionare e chi ragiona, si sa, escogita soluzioni ai problemi. Non è un caso che numerosissime aziende anglosassoni scelgano, per ricoprire ruoli dirigenziali, figure che hanno alle spalle percorsi di studi comprendenti la filosofia e il latino. 
Il secondo riscontro è invece di natura prettamente teorica e l’autore ne sintetizza gli aspetti in tal modo: «[…] la storia della cultura umana […] viaggia a due velocità molto diverse. Da una parte abbiamo il progresso della tecnica e delle tecnologie, e questo ci rende diversissimi da ognuna delle generazioni che ci hanno preceduti. […] Ma se parliamo di progresso del pensiero, invece, tutto si fa diverso. La nostra saggezza attuale, la nostra capacità di indagare il senso della vita sono veramente diventate così superiori a quelle dei latini e delle generazioni tanto lontane da noi? Se oggi leggo Seneca, se leggo Orazio o Virgilio, mi accorgo che il loro intuito, il loro talento nel decifrare la realtà, e nel saperla interpretare e trasformare in concetti o addirittura in versi, restano tuttora sorprendenti».
Vittorio Feltri ci indica dunque la giusta via per non soccombere dinanzi a chi vitupera una lingua di fatto morta, ma che ha ancora qualcosa da offrirci, e lo fa con una prosa insuperabile, la fluidità tipica di un decano del giornalismo italiano e quell’ironia che, sempre e comunque, dovrebbe accompagnarci per non cadere nella tentazione di prendersi troppo sul serio.
Non mancano incursioni dedicate alla stampa, al rapporto con gli editori, all’arte e alla politica, quest’ultima vero e proprio cavallo di battaglia per un editorialista che, seppur schierato su posizioni poco condivisibili, merita apprezzamento in quanto a entusiasmo e coerenza.
Il latino lingua immortale non è ritorno al passato, ma riscoperta delle fonti, ricerca delle tracce di un lievito madre che, quantunque in maniera sotterranea, continua a fermentare nell’odierna lingua d’uso. Feltri ci regala pagine gradevoli, lontane dalle fumose trattazioni accademiche e dalle superficiali difese d’ufficio del mondo classico sbandierate in occasione di eventi di orientamento per studenti. 
«I libri sono scritti bene o male» sentenziava, laconicamente, l’eccentrico Oscar Wilde. Non c’è dubbio che il volume di Feltri appartenga alla categoria dei libri degna di nota e, pertanto, di lettura.

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