Domenica sera si è chiusa a Spezzano Albanese la seconda edizione di Expo Arbëria. Sono arrivati sindaci dall'Albania, dal Kosovo, dalla Macedonia del Nord e dal Montenegro, insieme a studiosi, artisti e centinaia di visitatori.
Nelle due serate, che chi scrive ha condotto, si è parlato soprattutto di una cosa, cioè di come trasformare la nostra identità in lavoro. A febbraio il governo albanese aveva già mandato una delegazione nei nostri paesi per preparare a Vuno, sulla riviera di Himarë, un museo dedicato agli arbëreshë.
Dall'altra parte del mare hanno capito una cosa semplice. La nostra storia si può visitare e chi la racconta può viverci. Qui, invece, continuiamo a ripeterci che con la cultura non si mangia.
La frase fu attribuita nel 2010 a un ministro dell'Economia, intanto noi l'abbiamo adottata e al Sud è diventata l'alibi perfetto per non provarci nemmeno. Eppure l'ultimo rapporto della Fondazione Symbola dice che ogni euro prodotto dalla filiera culturale italiana ne attiva altri 1,70 nel resto dell'economia. In Calabria quella filiera pesa poco più della metà della media nazionale. Quella differenza è lavoro che lasciamo sul tavolo.
Il guaio è che da noi, quando qualcuno prova a raccoglierlo, parte il processo. Chi organizza un evento a pagamento specula. Chi vende un prodotto tipico svende l'identità. Chi chiede un compenso per insegnare un canto tradisce lo spirito del volontariato. Sia chiaro, il volontariato ha tenuto in piedi le nostre comunità per decenni e merita tanto rispetto, chi scrive crede nel volontariato e continua a praticarlo. Ma una cultura che vive solo di buona volontà, lo si capisce, dura il tempo della pazienza di chi la porta avanti.
Proviamo allora a guardare la faccenda da un'altra angolazione. Quando entriamo in un museo paghiamo il biglietto e nessuno si scandalizza. Sappiamo che quei soldi servono per la luce, le pulizie, i restauri, lo stipendio di chi ogni mattina apre le sale e la sera le richiude. Nessuno pensa che il biglietto degli Uffizi abbia trasformato Botticelli in merce.
Ecco, a parer di chi scrive l'Arbëria è a tutti gli effetti un museo. Anzi, è un museo abitato, con una differenza sostanziale: in un museo si entra per vedere come viveva una comunità. In Arbëria si entra per vedere come la comunità vive ancora. Le sue opere, infatti, non stanno dietro una teca. La lingua (anche se forse ancora per poco) la si ascolta al bar e in piazza, il rito bizantino si celebra ogni domenica, le vallje tornano nelle strade con la Pasqua. I canti passano di bocca in bocca, gli abiti escono dagli armadi nei giorni di festa, le ricette si imparano nelle cucine delle nonne. Anche la gjitonia, quel vicinato che per secoli si è preso cura di tutti, è un pezzo della collezione.
In un museo normale il visitatore cammina tra gli oggetti. In questo, invece, si siede a tavola, ascolta una lingua arrivata qui cinque secoli fa, entra in una chiesa dove si prega in greco e in arbëresh. I custodi non indossano una divisa perché sono gli abitanti. Le sale, invece, sono una cinquantina di paesi sparsi tra sette regioni d'Italia.
Il museo abitato ha però una fragilità che nessun altro museo conosce. Un quadro dimenticato in un magazzino si rovina ma resta dov'è. Le nostre opere, se nessuno se ne prende cura, se ne vanno. Una lingua che non dà da vivere a nessuno fa la valigia insieme ai ragazzi che partono. Ogni volta che una casa del centro storico chiude, il museo perde un'area della sala.
E allora la domanda va fatta senza giri di parole. Perché questo museo dovrebbe restare aperto a tutti senza che nessuno ne sostenga le spese?
Il Giappone se l'è chiesto più di sessant'anni fa. Dal 1964, infatti, lo Stato versa ogni anno un contributo ai suoi tesori nazionali viventi, i maestri di arti e mestieri tradizionali, a patto che insegnino quello che sanno a chi viene dopo. Lì hanno capito che una tradizione sopravvive quando diventa un mestiere.
Da noi il mestiere ci sarebbe. Un museo abitato ha bisogno di guide che parlino arbëresh, di custodi, musicisti, cuochi, artigiani, insegnanti. Di qualcuno che accolga, che racconti, che tenga aperte le porte. Sono posti di lavoro veri, di quelli che permettono a un ragazzo di restare nel paese in cui è nato senza doverlo fare per sacrificio.
Non c'è niente da costruire, il museo esiste già. Manca solo chi lo apra la mattina.
Servono però un nome e una rete. Il nome conta più di quanto sembri. Negli anni Ottanta qualcuno guardò un borgo italiano mezzo vuoto e pensò che le case sfitte potessero diventare le stanze di un unico albergo. Lo chiamò albergo diffuso e oggi quella formula la usano in Svizzera, in Croazia, perfino ai Caraibi. Una decina d'anni prima, in Francia, era nata la parola ecomuseo. Erano idee semplici. Sono diventate modelli perché qualcuno ha avuto la forza di chiamarle per nome.
La rete serve perché un museo con cinquanta sale non può avere cinquanta biglietterie che si fanno la guerra. Finché ogni paese penserà di custodire la sua stanza meglio del vicino, il visitatore troverà porte chiuse e cartelli scritti a mano. Il museo abitato funziona soltanto se i comuni dell'Arbëria decidono di essere un'unica collezione. Su questo torneremo presto, con una proposta concreta.
Qualcuno dirà che così la cultura diventa merce. È un'obiezione che sentiamo da anni. Intanto le porte restano chiuse.
Se non decidiamo di avere il coraggio di rimboccarci le maniche e cambiare atteggiamento, tra qualche anno a Vuno ci sarà un museo con la nostra storia dentro. Ci lavorerà qualcuno e ci entreranno dei visitatori. Da questa parte del mare resterà l'originale. Gratis e chiuso per mancanza di personale.
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