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Il Caso ‒ che detta tempi e sceglie modi a nostra insaputa, beffandosi allegramente di piani e previsioni ‒ ha decretato che leggessi, a distanza di poche ore, due libri incentrati sul tema della lettura e concepiti entrambi in area anglosassone.


Del primo, intitolato Il cuore segreto dei libri e scritto da Cathy Rentzenbrink, è meglio tacere: fatta eccezione per una copertina gradevole al punto da indirizzare erroneamente i neuroni verso una storia di affascinanti brughiere ventose, tutto il resto suscita le medesime emozioni di una casalinga lista della spesa o di un datato elenco telefonico. Pertanto, al dir male preferiamo il silenzio, nutrendo altresì la speranza che l’autrice si ravveda dalla banalità e ci faccia dono di pagine degne di discussione.
Del secondo, intitolato La sovrana lettrice e scritto dal poliedrico Alan Bennett, vergheremo qualche noterella, nel tentativo di dar merito ad un autore la cui lunga carriera e l’età avanzata non hanno minimamente scalfito la brillante patina di ironia che costituisce il nerbo della sua ampia produzione bibliografica, teatrale e cinematografica.
Protagonista di questo romanzo breve è la regina Elisabetta II che, per un improbabile incidente domestico, si ritrova nel cortile di un’ala poco conosciuta e ancor meno frequentata della tenuta reale. Qui la regnante si imbatte nel furgone della biblioteca circolante di Westminster che, benché carico di libri, ospita un unico utente: Norman Seakins, magrissimo, dai capelli ramati ma, soprattutto, sguattero delle cucine di palazzo.
L’imbarazzo scaturito dall’insolito avvenimento ‒ sentimento più adatto ad una comune anziana signora inglese che alla sovrana in carica ‒ induce la regina a chiedere in prestito un libro. Tanto basta a far scoccare la scintilla che cambierà il corso degli eventi. 
Sebbene ligia al mandato che «le richiedeva di manifestare interesse, non di provarlo» nei confronti delle cose e delle situazioni, Elisabetta II scopre la lettura come esperienza diversa e dai tratti totalizzanti rispetto a quanto le era stato inculcato sin dalla giovinezza. Quel primo libro innesca dunque un circolo virtuoso che si concretizza con l’accumulo di testi sulla scrivania e una serie di episodi che ottimizzano l’organizzazione degli impegni pubblici al fine di ritagliare maggiori spazi da riservare alla lettura.
Così, tra frequenti consultazioni bibliotecarie e la promozione a cameriere personale dello sgraziato ma intelligente Norman, prende avvio un nuovo corso nella vita e nelle azioni della sovrana, nonostante le pacate proteste dell’entourage e le inappropriate domande su autori e libri che la lettrice neofita rivolge a presidenti, ministri e ambasciatori anche in occasione di cerimonie ufficiali.
La lettura riporta colore tra le severe grisaglie dei cortigiani e i rigori dell’etichetta, consentendo alla regina di riflettere sulla democrazia intrinseca alla natura stessa della cultura e sulla assoluta uguaglianza degli uomini dinanzi al ricchissimo universo dei libri: «L’attrattiva della letteratura […] consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. Un lettore valeva l’altro e lei non faceva eccezione. La letteratura, pensò, è un commonwealth; le lettere sono una repubblica».
Ben presto, al ruolo di lettrice Elisabetta II affianca quello più impegnativo di scrittrice, superando la semplice e limitante categoria delle memorie di chi ha trascorso i propri giorni in giro per il mondo e a contatto con il potere e adottando un punto di vista più filosofico che la sovrana espone, tra la sorpresa generale, al Consiglio della Corona convocato in occasione dei festeggiamenti per il suo ottantesimo compleanno. In tale circostanza, la regina annuncia una decisione ‒ che il lettore scoprirà solo nelle ultime due righe del romanzo ‒ alla quale perviene grazie all’inevitabile trasformazione che la lettura esercita sugli animi e alla maturità che è in grado di infondervi.
Bennett conclude il romanzo con un finale inaspettato, un coup de théâtre da navigato frequentatore di narrazioni, pellicole e copioni di varia recitazione. La lettura, da fatto privato, si evolve in realtà «disordinata, dispersiva e sempre invitante», che genera un caos creativo nel quale il raffronto con altre esistenze ‒ seppur di carta e di epoche magari remote ‒ si traduce nello spuntare di germogli di saggezza. 
L’incontro con ogni libro scardina l’accomodante comfort zone, ci cambia inesorabilmente all’interno e nel profondo, dando soddisfazione alla fame di bellezza che ab immemorabili ci accompagna e offrendoci in dono l’utopia di un domani migliore. È questo l’insegnamento più importante de La sovrana lettrice ed è ciò che auguriamo a ciascun lettore.

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