La mano alzata di Stasi e un sorriso che non esce

Giovedì 5 novembre la gip distrettuale di Catanzaro ha revocato gli arresti domiciliari a Flavio Stasi. La stessa giudice il 28 ottobre aveva firmato l’ordinanza dell’operazione Ginestra, contestando al sindaco di Corigliano-Rossano di aver accettato voti di area mafiosa in cambio di promesse di lavoro alle comunali del 2024.

In mezzo a questo mare, ci sono otto giorni con un braccialetto elettronico.
Di quegli otto giorni resta soprattutto una fotografia: Stasi esce dal tribunale di Catanzaro dopo l’interrogatorio, la giacca a quadri aperta e la camicia azzurra senza cravatta. Alza la mano verso le telecamere, accenna un sorriso a labbra strette e tiene gli occhi bassi, senza dire una parola. Su quel viso non c’è rabbia. C’è l’espressione di un uomo che si sente solo nonostante il mondo intorno, convinto di pagare per qualcosa che non sa di aver fatto. È lo sconforto di chi ha capito che quello che sta accadendo non dipende più da lui.
Quell’uomo, che ricordiamo di aver visto con l’espressione di chi ha in mano una città, in quella foto sembra un’altra persona, vinta e impotente pronta a pagare.
Su cosa poggiasse quella misura lo hanno raccontato i giornali, con ampi stralci dell’ordinanza. Nei passaggi pubblicati, lo ricordiamo, delle accuse mosse non c’è una sola frase registrata del sindaco e non risulta un’assunzione ottenuta in cambio. Secondo quanto riportato oggi da alcune testate, davanti alla gip quell’intermediario avrebbe ammesso di essersi inventato l’interessamento del sindaco per darsi importanza.
Ovviamente il reato contestato non richiede che la promessa sia stata mantenuta. Davanti alla gip, Stasi ha detto di non conoscere quell’uomo né di avere il suo numero e, a quanto riportano le cronache, lo ha dimostrato. La misura è caduta anche per l’intermediario e, per questo capo d’accusa, per il presunto contabile.
Qui la domanda diventa inevitabile. Se il punto era stabilire se quei due si conoscessero davvero, perché non lo si è chiarito prima di mettere un braccialetto al sindaco di una città di settantamila abitanti?
Sia chiaro, le motivazioni complete della revoca non sono ancora pubbliche. La revoca non equivale a un’assoluzione, le indagini proseguono e la Dda può impugnare. Ma chi indaga sulla ‘ndrangheta nella Sibaritide, è bene sottolinearlo, lavora in un posto dove si è tornati a uccidere, anche le donne.
Su questo punto bisognerebbe fermarsi più a lungo. Dal 2018 a oggi, tra Corigliano-Rossano, Cassano, Sibari e le campagne di Castrovillari, si contano dodici morti in dieci episodi di sangue e tre di loro sono donne. L’ultima si chiamava Silvana Sibarelli, aveva sessant’anni ed è stata uccisa a fine ottobre a Lattughelle, davanti l'ingresso di casa, con una raffica di colpi. Il suo nome era nella stessa ordinanza che ha portato il braccialetto alla caviglia del sindaco. I killer sono arrivati pochi giorni prima dei carabinieri.
Per anni ci siamo raccontati che certe regole, almeno quelle, tenevano. Che le donne restavano fuori, che c’era una pax tra le famiglie della piana e che finché reggeva si poteva vivere quasi normalmente. Quella pace, secondo le ricostruzioni della stessa Dda, si è rotta nell’ultimo anno e mezzo. E una comunità che vede ammazzare una donna di sessant’anni davanti al cancello e dopo una settimana discute soprattutto del sindaco deve chiedersi dove stia guardando.
Il rischio vero è proprio questo. Quando un’inchiesta antimafia inciampa sul nome più conosciuto, alla gente resta in testa l’inciampo e non la guerra che c’è sotto. E la credibilità di chi indaga, che in questa terra è l’unica protezione seria che abbiamo, si consuma un po’ ogni volta. Non conviene a nessuno, tanto meno a chi le cosche le combatte davvero.
Il meccanismo però resta quello e riguarda tutti noi. Per i reati di mafia l’indagato viene ascoltato dal giudice dopo che la misura è scattata. A quel punto la sospensione dalla carica è già arrivata e il suo nome gira nei telegiornali accanto alla parola mafia. Per una settimana a raccontare chi fosse Flavio Stasi sono state le frasi di altri, anche da persone che lui sostiene di non aver mai frequentato. Otto giorni passano in fretta, ma quella parola accanto a un nome resta nelle ricerche online per anni.
In quella settimana c’è anche chi ha fatto in fretta a trarre le conclusioni. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, poche ore dopo l’arresto, ha pubblicato un video sui social. Qualche settimana prima aveva parlato di infiltrazioni criminali nelle proteste degli agricoltori. Stasi, che quei trattori li aveva sostenuti, gli aveva risposto che se chi protestava era un criminale allora si sarebbero costituiti tutti. Nel video il ministro ha ricordato che il sindaco non aveva avuto bisogno di costituirsi, perché i Ros lo avevano arrestato. Poi ha chiuso dicendo che finora si era provato soltanto che «purtroppo avevo ragione». Peccato che l’accusa riguardasse le elezioni del 2024 e non le proteste di quest’autunno. Lo ha fatto notare anche un ex consigliere regionale di Forza Italia, Antonello Talerico, che ha definito vergognosa quell’uscita. Un ministro della Repubblica che usa un’ordinanza cautelare per vincere una polemica con un sindaco fa un danno che va oltre Stasi. A revoca firmata, resta da vedere se arriverà una parola con la stessa velocità.
Sarebbe comodo fermarsi qui e farne una storia di destra contro sinistra. Ma la memoria corta, in Italia, è un vizio che non ha colore. Nel maggio del 2024, quando ai domiciliari finì il presidente della Liguria Giovanni Toti, il centrodestra fece quadrato e parlò di garanzie, mentre Pd e Cinque Stelle chiesero subito le dimissioni. Con Stasi le parti si sono rovesciate quasi alla perfezione. Questa volta a invocare la presunzione d’innocenza è stato soprattutto il centrosinistra, mentre una parte della destra se n’è dimenticata in fretta. E nella stessa ordinanza c’era un consigliere comunale di Forza Italia, accusato di un’ipotesi analoga, per il quale la solidarietà di chi difendeva il sindaco è stata molto più tiepida.
Le eccezioni ci sono state e vanno dette. Il presidente della Regione Roberto Occhiuto, che con Stasi si è scontrato per anni, ha scritto subito che per lui valeva la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva. Talerico ha attaccato un ministro della sua stessa area. Sono stati pochi e proprio per questo si notano.
Il garantismo in Italia, a destra come a sinistra, vale quasi sempre per i propri e quasi mai per gli avversari. Chi oggi festeggia la revoca farebbe bene a ricordarselo la prossima volta che sui giornali, accanto alla parola mafia, finirà il nome di qualcuno che non gli piace.
Domenica 8 novembre a Rossano Scalo è annunciata una manifestazione di solidarietà, convocata quando il braccialetto era ancora al suo posto. Quella fotografia invece resterà com’è, con la mano alzata e il sorriso che non riesce. Il vero problema che non ha soluzioni è che, al di là di tutto, nessun provvedimento dirà mai a chi va presentato il conto.

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