Da almeno trent’anni in autunno si ripete il medesimo copione sulla finanziaria. Nonostante i teatrali dibattiti delle forze politiche e gli scioperi nelle piazze, la sostanza non cambia, atteso che tutti i governi (di qualsivoglia estrazione) propongono delle manovre fotocopia, composte da micro-misure e tagli lineari, lasciando l'economia reale in una cronica immobilità, priva di quelle riforme strutturali necessarie a rilanciare la crescita del Paese.
Anche quest’anno, il quadro economico italiano non registra progressi significativi, poiché i dati preliminari diffusi dall’Istat per il terzo trimestre del 2026 non lasciano spazio ad interpretazioni, visto che la crescita congiunturale del PIL si è completamente azzerata (0,0%), trascinando la variazione acquisita annua allo 0,8%, ben al di sotto della soglia dell'1,0% su cui il Governo aveva scommesso nel Documento Programmatico.
Nel frattempo, l’inflazione su base annua è tornata a correre al 5,4%, erodendo il potere d'acquisto dei redditi fissi e surriscaldando i costi di rifinanziamento statali, oltre che il conflitto sociale.
In questo scenario di evidente stagflazione si inserisce la nuova manovra finanziaria da 26 miliardi di euro, finanziata in buona parte con un prelievo straordinario da quasi 5,8 miliardi di euro sul comparto bancario e assicurativo, e finalizzato, quasi interamente, a confermare la riduzione del cuneo contributivo e la rimodulazione strutturale delle aliquote Irpef a tre scaglioni.
L’architettura di questa legge di bilancio disvela, ancora una volata, il vero problema del Paese che non è rappresentato dall'entità delle misure introdotte, bensì la cronica incapacità di generare una crescita reale strutturale, unita ai limiti tangibili di un Pnrr che non ha prodotto gli effetti moltiplicatori originariamente sperati.
Il ceto politico italiano ha il dovere di spiegare che il Bel Paese, di fatto, non ha le mani completamente libere perché prigioniero di onerosi impegni passati, vincoli europei, ma soprattutto di un gigantesco stock di debito pubblico da oltre 2.900 miliardi di euro. Una zavorra che congela, inevitabilmente, i margini di manovra e riduce il bilancio dello Stato a un mero esercizio di contabilità obbligata, dove le voci di spesa rigide (pari all’83%) non lasciano spazio agli investimenti.
A fronte di circa 730 miliardi di entrate complessive, le spese dello stato si aggirano a circa 915 miliardi di euro con un saldo negativo pari ad euro 185 miliardi.
Un disavanzo strutturale, tra l’altro sempre crescente, che costringe ad un continuo ricorso ai mercati finanziari per emettere nuovi titoli di Stato da parte dell’Italia, la quale se fosse una famiglia (o un'azienda) non potrebbe resistere ad un simile squilibrio, portandola al fallimento immediato.
Tutto ciò, dunque, per il bilancio pubblico si traduce in un aumento esponenziale degli interessi passivi da pagare (circa 97 miliardi per l’anno 2026 e 103 miliardi previsti per l’anno 2027), riducendo lo spazio di manovra per la crescita del Paese.
Ridurre questo “drammatico andazzo” ad una presunta incapacità dell'esecutivo Meloni appare un'operazione del tutto parziale e faziosa, essendo espressione, invece, di una deriva strutturale lunga decenni, figlia delle scelte di spesa di ogni colore politico e di tutti i governi passati, incluse le coalizioni di centrosinistra. La paralisi odierna non si spiega esaminando l'ultimo anno di cronica immobilità, ma allargando l'orizzonte a una crisi profonda che blocca l'Italia da oltre un quarto di secolo (e forse di più).
Difatti, negli ultimi 25 anni, il Prodotto Interno Lordo (PIL) reale italiano è cresciuto a un tasso medio annuo di appena lo 0,5%, a fronte di una media dell'Eurozona dell'1,4%. Questo differenziale, apparentemente piccolo su base annua, ha scavato un solco generazionale in termini di ricchezza, atteso che dal 2001 a oggi l'economia italiana è cresciuta complessivamente di appena il 12%, rimanendo staccata nettamente dal +42% registrato in media dal resto dei Paesi dell'area euro, senza considerare il +65% degli Stati Uniti, il 320 % dell’India il 450% della Cina.
Il dato dello 0,8% stimato per la fine del 2026, quindi, conferma che, finita la spinta eccezionale della liquidità post-Covid, il Paese è tornato nella sua storica palude di crescita zero.
Finché le manovre di bilancio si limiteranno a ridistribuire risorse insufficienti anziché tradursi in riforme strutturali radicali -capaci di sbloccare la produttività, velocizzare la giustizia civile, semplificare il fisco e favorire la crescita dimensionale delle imprese- la legge Finanziaria rimarrà un mero strumento di gestione dell'emergenza, teso unicamente a scongiurare il declino del Paese più straordinario al mondo.
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