La cefalea rappresenta la terza causa di accesso nei Pronto Soccorso pediatrici. Per un genitore, vedere il proprio figlio soffrire di un forte mal di testa può generare molta ansia, ma è bene sapere che nella stragrande maggioranza dei casi ci troviamo di fronte a forme benigne che si risolvono spontaneamente o con una terapia farmacologica adeguata.
Le statistiche ci dicono che le cosiddette cefalee primarie o secondarie benigne coprono quasi la totalità dei casi, mentre le forme pericolose per la vita sono fortunatamente rare. Tuttavia, il compito di noi pediatri è proprio quello di identificare precocemente quelle situazioni che richiedono un intervento rapido, come infezioni del sistema nervoso, ipertensione endocranica o altre patologie organiche.
Per orientarci, utilizziamo la classificazione internazionale della Società Internazionale della Cefalea, aggiornata nel 2018. Distinguiamo principalmente le cefalee primarie, dove la causa è intrinseca al sistema nervoso, come l'emicrania e la cefalea tensiva, dalle cefalee secondarie. In queste ultime il dolore è il sintomo di un'altra condizione, che può spaziare da un banale stato febbrile, una sinusite o un problema dentario, fino a disturbi più complessi come traumi o problemi vascolari.
Nella valutazione clinica, si pone molta attenzione alle caratteristiche del dolore. Un esordio improvviso e violentissimo ci mette subito in allerta, così come la localizzazione: se il dolore è concentrato nella zona occipitale o se è strettamente localizzato, merita un approfondimento diverso rispetto a un dolore diffuso. Anche l'evoluzione nel tempo è un segnale prezioso. Le forme intermittenti con periodi di totale benessere sono tipiche dell'emicrania, mentre un dolore progressivo e costante può far sospettare una causa secondaria. È interessante notare che, a differenza degli adulti, nei bambini l'emicrania è spesso bilaterale; la tipica localizzazione su un solo lato della testa emerge solitamente solo con l'adolescenza.
Un aiuto fondamentale viene dall'acronimo "SNOOPPPPY", una sorta di bussola per identificare le "red flag". Questi includono la presenza di febbre, alterazioni dello stato di coscienza, un'insorgenza improvvisa del dolore, il peggioramento con sforzi fisici o cambiamenti di posizione, e un'età inferiore ai sei anni. Anche l'assenza di una storia familiare di cefalea può essere un elemento da non sottovalutare. Quando riscontriamo uno di questi segnali, o se l'esame neurologico e del fondo oculare evidenziano anomalie, si procede con esami di imaging. In genere si preferisce la Risonanza Magnetica per la sua precisione e assenza di radiazioni, riservando la TC ai casi di estrema urgenza o sospetto trauma.
Sul fronte della cura, il trattamento dell'attacco acuto si avvale principalmente di paracetamolo e ibuprofene, con dosaggi che devono essere sempre rigorosamente calibrati sul peso del bambino e non sulla sua età. Per i ragazzi sopra i 12 anni, in casi specifici di emicrania, possono essere prescritti i triptani sotto forma di spray nasale. È fondamentale però evitare il "fai da te" prolungato: l'abuso di farmaci, se assunti per più di 15 giorni al mese, può paradossalmente causare una cefalea cronica da eccesso di farmaci. Se gli attacchi diventano troppo frequenti, invalidanti o lunghi, la strategia corretta non è aumentare i comuni antidolorifici, ma intraprendere un percorso di profilassi volto a ridurre la frequenza e l'intensità delle crisi, migliorando così sensibilmente la qualità della vita dei piccoli pazienti.
@Riproduzione riservata