C’è una narrazione comoda che gli adulti ripetono con ostinazione: i giovani sono superficiali, distratti, incapaci di assumersi responsabilità. Filmano invece di intervenire, osservano invece di agire, vivono tutto come se fosse contenuto da condividere.

Ma prima di trasformare l’accusa in sentenza definitiva, dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio.
Quanto accaduto a Crans-Montana è diventato il simbolo di una reazione sbagliata davanti al pericolo: fiamme che avanzano e telefoni che si alzano. È l’immagine di una generazione che sembra percepire il rischio come qualcosa di remoto, quasi irreale. Ma davvero questa leggerezza nasce nel vuoto?
In questi giorni è rimbalzata sulla cronaca dei giornali la notizia di un bambino gravemente malato di cuore che ha visto svanire la possibilità di essere salvato a causa di un trapianto di organo danneggiato durante il trasporto, probabilmente a causa dell’uso di ghiaccio secco nel contenitore. Non parliamo di ragazzi inesperti. Parliamo di professionisti, di adulti, di un sistema che dovrebbe essere il presidio massimo della competenza e della prudenza. Quando l’errore non è un video fuori luogo ma una procedura gestita con superficialità, la leggerezza non è più immaturità, è responsabilità mancata.
E allora la domanda cambia forma. Non è più “perché i giovani sono così?”. È, piuttosto, da chi stanno imparando?
Se il mondo adulto normalizza l’approssimazione, se tratta la sicurezza come un dettaglio e la responsabilità come un optional, quale cultura sta trasmettendo? I giovani non crescono nel vuoto: respirano l’aria che trovano. E se quell’aria è fatta di scorciatoie, di minimizzazioni, di decisioni prese con eccessiva disinvoltura, non possiamo stupirci se replicano lo stesso schema, magari con strumenti diversi.
La verità, scomoda, è che la crisi non è generazionale. È culturale. È una crisi del senso del limite, del peso delle conseguenze, della consapevolezza che ogni gesto -piccolo o grande- produce effetti reali.
Gli adulti puntano il dito. Ma il dito, prima o poi, torna indietro. Perché l’esempio non è un discorso, è un comportamento. E se il modello è fragile, non possiamo pretendere solidità da chi lo osserva.

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