Senza scomodare complesse nozioni di etimologia, è ben risaputo che la parola mater (“madre” in latino), unita al termine munus (che significa “dovere”, “compito”, ma anche “dono”, “offerta”) sia alla base della parola matrimonium che, pertanto, indica alla lettera il “dono della madre”, ovvero quello della procreazione.
Tuttavia, il miracolo della vita si accompagna inevitabilmente ai dolori del parto. Leopardi stesso ce ne diede sintetica espressione in due indimenticabili versi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia che recitano così: «Nasce l’uomo a fatica, / ed è rischio di morte il nascimento».
Se la vita umana è strettamente connessa al dolore e da esso scaturisce, l’universo intero non è da meno, dal momento che patisce (e il verbo utilizzato non è casuale) e attende (anche questo verbo, come vedremo, non è dettato da un mero capriccio linguistico) una redenzione, come insegna san Paolo che, nella Lettera ai Romani, riflette in questi termini: «Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Romani 8,22).
E questo è solo uno dei tanti riferimenti biblici al dolore salvifico che rigenera la natura umana caduta nel peccato e ridona all’Uomo l’antica dignità di creatura ad immagine e somiglianza del suo Creatore.
La vita e la palingenesi sono dunque possibili solo attraverso la Passione del Cristo che dona compimento alle antiche profezie del servo sofferente racchiuse nelle parole del profeta Isaia e nelle plastiche immagini da esse evocate.
Il Christus patiens, oggetto dell’interessante studio condotto da don Cesare De Rosis, diviene realtà e simbolo di una strettissima condivisione tra l’umano e il divino che trovano nella sofferenza un punto di incontro e, al contempo, di ascesa.
L’aggettivo latino patiens, derivato dalla forma verbale deponente patior, a sua volta prestito dal greco pascho, è traducibile letteralmente con l’espressione “che patisce”. Ne consegue che il Christus patiens è raffigurazione artistica di un Cristo sofferente nell’anima e nel corpo. Detto ciò, è altresì importante evidenziare come il già citato verbo patior abbia ulteriori accezioni che superano il concetto del “patire” e rimandano ai significati di “essere passivo o paziente” e “sopportare”.
Ragion per cui, linguisticamente parlando, il Cristo effigiato con le carni straziate dai flagelli, dalle percosse e dai chiodi soffre, è paziente e sopporta.
La sua Passione suscita pathos, altro termine greco che ha la medesima radice lessicale e che se alla lettera può tradursi con “esperienza”, “cambiamento”, “agitazione”, “sofferenza”, nel mondo latino corrisponde all’affectus, ovvero ad un movimento dell’anima.
Questo breve excursus sulla lingua mostra con chiarezza la finalità che assume la rappresentazione del Christus patiens in campo artistico. Il divino oltraggiato e offeso è segno di una compartecipazione profonda alla natura umana che abbraccia inevitabilmente anche la sfera del dolore che, a conti fatti, è una passione insopprimibile che ci accompagna dalla culla al sepolcro.
Lo stesso Concilio di Trento (1545-1563) aveva, del resto, emanato delle direttive finalizzate a far sì che gli artisti evidenziassero nelle loro opere le piaghe del Cristo per innescare nel popolo quel moto di simpatia ‒ intesa nella già citata accezione greca di “compartecipazione” ‒ che consentisse di metabolizzare meglio il senso di quotidiana sofferenza umana.
Tali rappresentazioni assumevano, negli intenti dei padri conciliari, anche una valenza ideologica e politica, poiché si rispondeva, attraverso il crudo realismo dell’arte, all’austerità della Riforma protestante che, tra le altre cose, aveva avviato una crociata iconoclasta mirante a bandire ogni forma di raffigurazione sacra.
Non dimentichiamo inoltre un altro dato essenziale. Il periodo storico analizzato da De Rosis nel suo brillante saggio ‒ che si sofferma particolarmente sul XVII secolo ‒ corrisponde ad un momento di gravissima precarietà esistenziale a causa delle molteplici ondate pestilenziali che investirono l’Europa.
Proprio in quest’epoca, le raffigurazioni del Cristo sofferente si moltiplicarono con prodotti artistici di pregio, ma soprattutto dal fortissimo valore simbolico. Cito a mo’ di esempio l’antico e prezioso crocifisso custodito nella chiesa di San Marcello al Corso a Roma, noto come “crocifisso della peste”, effigie dinanzi alla quale, nella piovosa serata del 27 marzo 2020, in piena pandemia, il compianto papa Francesco si soffermò in preghiera nella cornice di una piazza San Pietro deserta il cui silenzio spettrale era tristemente infranto dalle sirene dei mezzi del soccorso sanitario.
Il Cristo ulcerato e sanguinante costituì per gli appestati del Seicento una fonte di speranza e conforto e un modello di vicinanza nel dolore ma, soprattutto, contribuì a ribadire il fatto che la sofferenza era un vero e proprio viatico per la redenzione di ogni cristiano.
È necessario ricordare, a questo punto, una notevole differenza che il Cristianesimo ha avuto, sin dalle origini, rispetto al mondo classico. Se la filosofia greca puntava ad ammaestrare l’Uomo al raggiungimento di una saggezza che corrispondeva, in molti casi, all’assenza di dolore ‒ cito in proposito un passaggio dell’Etica Nicomachea in cui Aristotele afferma: «Il saggio cerca di raggiungere l’assenza di dolore, non il piacere» ‒, la religione cristiana vide proprio nella sofferenza lo strumento privilegiato per quella imitatio Christi che avrebbe condotto alla salvezza, capovolgendo radicalmente la questione. Per dirla con le parole di Umberto Eco, a partire dal Cristianesimo «[…] Il problema […] non è liberarsi dal dolore, ma accettarlo e farlo fruttare come strumento di redenzione».
L’immagine del Christus patiens si trasforma perciò in potente veicolo di catechesi per le masse popolari che, sebbene digiune di nozioni teologiche, riuscivano in tal modo ad assimilare il messaggio evangelico di una sofferenza premiata e talmente inevitabile da essere abbracciata persino dal Figlio di Dio.
Come accennavamo in precedenza, l’aggettivo patiens rimanda al fatto che il Cristo non si limita a soffrire, ma pazienta, ovvero attende che il misterioso disegno di amore e tribolazione, di cui è artefice e protagonista, si compia perché, citando san Paolo, in Lui si possano ricapitolare tutte le cose, «quelle del cielo e quelle della terra» (Ef 1,10).
La pazienza è, a ben vedere, una strana erede della Passione ‒ non a caso, come dicevamo pocanzi, la radice lessicale dei due termini è la stessa ‒ e, analizzata a fondo, essa assume le sembianze di sottile sofferenza morale che si accompagna, molto spesso, a quella fisica. Il cardinale Agostino Casaroli (1914-1998) con ammirevole arguzia coniò la felice locuzione di «martirio della pazienza».
In fondo, meditando sulla questione, per dirla con un’immagine della nostra quotidianità, vien fuori che il paziente che si incontra in attesa in un ambulatorio medico altri non è che colui che sopporta in quanto afflitto da sofferenza.
Pertanto, sofferenza, sopportazione e pazienza si ritrovano linguisticamente e fattivamente nella figura del Christus patiens che, lungi dall’avere le caratteristiche apollinee dell’eroe greco, gli artisti di ogni epoca hanno rappresentato con peculiarità tratte da alcuni versetti di Isaia che è doveroso ricordare: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (Is 53,2).
Ciononostante, la figura del Cristo che patisce innesca nel fruitore dell’opera d’arte una forte spinta emotiva che lo rasserena e turba al tempo stesso, costringendolo a prendere coscienza dell’altissimo tributo pagato in quel supremo sacrificio.
Mi piace citare in proposito le parole di Nikos Kazantzakis (1883-1957), una delle voci emblematiche della letteratura greca moderna, che, nel suo controverso romanzo L’ultima tentazione di Cristo (1951), ricostruendo con la fantasia dello scrittore le vicende relative alla vita terrena di Gesù, ebbe modo di sintetizzarne il senso in queste toccanti parole: «Ogni istante della vita di Cristo è una lotta e una vittoria. Ha trionfato sull’irresistibile incanto delle semplici gioie umane, ha trionfato sulla tentazione; trasformava in continuazione la carne in spirito e continuava la sua ascensione: è arrivato sulla vetta del Golgota ed è salito sulla Croce».
Si è fatto cenno alla corporeità martoriata del Cristo e al conseguente impatto visivo ed emozionale che essa produce. Numerose sono le reliquie che testimoniano la venerazione nei confronti delle divine piaghe e tra esse ricordiamo la Sindone, il sudario di Oviedo e il telo di Manoppello, per quanto concerne la spiritualità occidentale, cui fanno da contraltare l’icona del Nymphios (o Cristo sposo) e il Mandylion ‒ tessuto sul quale era impresso il volto di Gesù ‒ della antica e venerabile tradizione religiosa bizantina.
In pieno XIII secolo, l’ordine francescano, ispirandosi ad un ideale di religiosità fortemente umanizzata, contribuì energicamente alla diffusione di opere d’arte ‒ mi riferisco in particolare a crocifissi e statue raffiguranti l’Ecce Homo ‒ in cui il soggetto centrale era ovviamente la figura insanguinata, straziata ed umiliata del Cristo.
Ne nacque una vera e propria corrente di artisti itineranti che, seguendo i gusti e le direttive della spiritualità del santo di Assisi, seminarono per diversi secoli le loro creazioni in chiese, monasteri, cappelle e luoghi di culto di diverse regioni italiane e spagnole.
De Rosis, con particolare acume, si sofferma su figure di scultori francescani meridionali che furono operativi tra la seconda metà del XVI secolo e i primi due decenni di quello successivo. Tra i nomi di spicco appartenenti a questa cerchia compaiono fra’ Umile da Petralia Soprana (1582-1639) ‒ artefice, tra l’altro, del famoso Crocifisso di Bisignano ‒, fra’ Innocenzo da Petralia, il calabrese fra’ Angelo da Pietrafitta e il terziario francescano Vespasiano Genuino di Gallipoli (1552-1637), che fu attivo nell’area del Salento.
Attraverso una meticolosa ricerca storica, corroborata da un’ampia bibliografia e accompagnata da un ricco apparato iconografico, il nostro autore ricostruisce le microstorie di questi artisti dello spirito che lasciarono tracce profonde per mezzo di opere ancor oggi capaci di destare pietà e stupore.
Del resto, ogni opera d’arte che si rispetti ci consente di costruire quella che Vittorio Sgarbi ha giustamente definito una «personalissima cartografia del cuore», ovvero un itinerario che stimola un potente sentimento di meraviglia che ci restituisce lo scopo stesso del viaggio che, citando sempre il noto critico d’arte, altro non è che «ritornare sui passi di altri in altri tempi in altre vite, rievocare, veder riemergere fantasmi […]».
Abbiamo introdotto le nostre riflessioni facendo riferimento al dolore della madre da cui scaturisce la vita in senso prettamente biologico. Sul versante spirituale, le sofferenze del Christus patiens completano l’esistenza terrena consentendone la redenzione.
Resta un’ultima domanda alla quale urge dare risposta e riguarda il senso più profondo, il motivo stesso di queste due sofferenze generatrici.
Paolo Sorrentino, regista e scrittore contemporaneo di primissimo ordine, nella sceneggiatura del suo recente capolavoro intitolato Parthenope, fa pronunciare ad un personaggio dissoluto ma di intelligenza sopraffina ‒ il cardinale Tesorone ‒ una battuta che racchiude il significato della sua opera e punta il dito verso le nostre coscienze. Essa recita testualmente: «Tu ami troppo o troppo poco? Sta tutta qui la differenza».
Se rivolgessimo idealmente tale quesito ad una madre o al Christus patiens la risposta sarebbe inequivocabilmente la stessa: «Io amo infinitamente».
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