Se pensate di averle viste tutte, beh allora sedetevi perché quella che riporto oggi è l'ultima moda che vi lascerà davvero senza parole. Che il mondo fosse strano lo sapevamo. Ma che la gente arrivasse a scambiare bambole per figli, beh, questo supera la fantasia.
Il fenomeno si è accentuato in Brasile, ma non illudiamoci: presto potrebbe arrivare da noi. Si tratta dei così detti “bebè reborn”, bambolotti fatti talmente bene da sembrare neonati. Oggi, infatti, da oggetti da collezione sono diventati status symbol, vezzo identitario.
C’è chi li porta a passeggio, chi chiede persino di battezzarli. Il prete influencer Chrystian Shankar, che si è categoricamente rifiutato, è stato accusato di “rebornfobia”. E mentre la follia divaga e diventa sempre più contagiosa, la domanda non è sul perché di un rito negato alla plastica; piuttosto dovremmo chiederci perché migliaia di adulti sentano il bisogno di surrogare la maternità o la genitorialità con un prodotto d’atelier.
Il momento clou del nostro teatro dell’assurdo? L’influencer Sweet Carol che simula un parto completo di placenta: milioni di visualizzazioni, discussioni roventi, e una domanda sospesa tra psicologia e intrattenimento: dov’è il confine tra gioco e vita?
La psichiatria, interpellata, alza le mani. “Una moda come un’altra”, dice qualcuno. E forse è così. Ma il sospetto è che dietro ci sia qualcosa di più profondo: la solitudine di una società che non sa più distinguere tra gioco e vita reale, tra maternità e intrattenimento, tra comunità e follower. E allora, invece del silenzio di un neonato vero, ecco il clic di un like.
Attenzione, però, a non sparare nel mucchio. Tra chi gioca e chi fa terapia, tra artigiani seri e venditori di hype, c’è un mondo.
Ci viene da sorridere, certo. Ma è un sorriso un po’ storto. Perché se le bambole diventano surrogati di figli, significa che la realtà ci mette paura o ci pesa troppo. Meglio un neonato di silicone: non piange, non cresce, non pretende futuro. E non ci giudica.
Siamo al paradosso: il mondo che si affanna a salvare l’ambiente, a garantire diritti, a costruire ponti di pace, nello stesso tempo discute animatamente del destino legale di un pezzo di plastica dipinto a mano. Ci domandiamo allora: cosa resterà di noi agli occhi di chi verrà tra cent’anni? Forse il ricordo di una civiltà che, stanca della fatica di vivere, ha preferito l’illusione.
Ridiamo pure, perché la storia a volte sembra scritta da un cabarettista. E brindiamo anche alla bizzarria del mondo, ma con un filo di disciplina civile: i reborn restino una curiosità da costume, non un copione per distogliere lo sguardo dal vero. Perché sotto sotto, non è che stiamo tutti diventando un po’ reborn?