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Domani a Roma sarà celebrato il Giubileo LGBTQ+, un pellegrinaggio che culminerà con una Messa presieduta da mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio e vicepresidente della CEI.

La notizia non è un dettaglio di cronaca: è la fotografia più nitida di una Chiesa, seppur divisa fra paura e coraggio, che oggi dimostra il coraggio di superare antichi steccati e dare la spinta -inarrestabile per molti- verso una comunità più accogliente.
Questo appuntamento, che non rappresenta un atto di ribellione contro il papato o la liturgia, è una richiesta -pacata e insieme esigente- di vedere riconosciuta una presenza che esiste nelle parrocchie, nelle famiglie, nelle vite quotidiane: quella delle persone LGBTQ+. Il pellegrinaggio, che è stato inserito nel calendario giubilare,  prevede la veglia e il passaggio della Porta Santa: segni che, al di là delle letture, non possono essere derubricati a semplice folklore.
Da una parte ci sono voci che esultano per un gesto di misericordia concreta; dall’altra, gli scettici parlano di “eccesso di accomodamento” e temono che si tocchi il cuore dottrinale del cattolicesimo. La polemica non è solo teologica: è politica, culturale, antropologica. E la scelta di affidare la celebrazione a un vescovo “della periferia”, mons. Savino, ha tutta l’aria di un segnale strategico: non i soliti nomi del centro, ma una figura che conosce i territori e sa parlare anche ai margini. Un personaggio che da subito ha voluto essere “un vescovo fra la gente, per gli ultimi”.
Ed in tal senso, non potremmo dire che la Chiesa è una polis di coscienze? Ma se la risposta resta monolitica, si rischia l’irrilevanza; se è plurale, allora bisogna fare i conti con la complessità delle idee. Savino non è un “ribelle” per slogan: è un pastore che mette la sua autorità in gioco. Si espone e diventa testo di una lettura che guarda al cambiamento con determinazione. La sua azione ha un valore simbolico potente, per molti un atto di riconoscimento, per altri un campanello d’allarme. Ma ciò che non è, alla fine risulta essere innocuo.
Ecco la sfida per chi governa la fede: trasformare il fragore mediatico in dialogo vero. Non servono liturgie-spettacolo né condanne di pancia; serve la fatica di ascoltare, accompagnare, mettere ordine tra legge canonica e coscienza umana. La fatica è la chiave per aprire le famose “porte a Cristo, senza avere paura”, come diceva Giovanni Paolo II. Perché alla fine il nodo è semplice e antico: se la Chiesa vuole restare rilevante, deve essere capace di abitare la contraddizione senza svendersi né rinchiudersi.
Domani guarderemo a Roma non solo per la Messa, ma per vedere se la comunità cattolica saprà trasformare un evento in un passo: non di compromesso, ma di responsabilità. E se mons. Savino da Cassano ha accettato, è perché la periferia spesso vede prima il cuore delle persone. La Storia, si dice, ha bisogno di coraggio discreto più che di proclami. Questo è il momento di misurarlo.

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