Ebbene, ci risiamo, settembre torna a bussare alla porta. Le ferie finite, le serrande che si rialzano, gli zaini nelle vetrine, e la gente che torna a parlare di lavoro invece che di mare. “Da lunedì cambio tutto” è la frase che riprende a dominare le conversazioni davanti a un caffè, mentre le temperature di questo fine estate non promettono affatto un ristoro.
Il fatto è che proprio l'estate che dovrebbe volgere al termine, per moltissimi non è stata affatto una vacanza. Fra pensieri, conti da far quadrare, acciacchi e questioni familiari che in valigia non ci stanno, ci siamo trascinati fino ad agosto sperando che bastasse, ma non è bastato. E poi c'è l'altra metà del Paese, quella di cui si parla molto meno: secondo l'indagine Tecnè per Federalberghi, quest'anno il 48,5 per cento degli italiani adulti non è andato da nessuna parte, quasi sempre per motivi economici. Quasi uno su due. Gente per cui settembre non è il ritorno alla realtà, semplicemente perché la realtà non se n'era mai andata.
Eppure è proprio adesso che scattano i propositi veri, molto più che a Capodanno. Ci si iscrive in palestra, si aggiorna il curriculum, si decide che quel lavoro, quella relazione, quel paese non vanno più bene. Poi arriva ottobre e quasi tutto torna dov'era.
Sia chiaro, non voglio fare il predicatore. Però su questa faccenda del cambiamento c'è qualcosa che vale la pena conoscere, perché smonta l'idea romantica della svolta improvvisa. Negli anni Ottanta due psicologi americani, James Prochaska e Carlo Di Clemente, si misero a studiare come cambiano davvero le persone partendo da chi provava a smettere di fumare. Ne è uscito un modello che ancora oggi si insegna e che descrive il cambiamento come una ruota: prima nemmeno ci pensi, poi cominci a pensarci, poi decidi, poi agisci, poi provi a tenere botta. E poi, quasi sempre, ricadi. La cosa interessante è che i due studiosi si sono presi la briga di contare quanti giri servano prima che una svolta regga e il risultato è che ci vogliono da tre a sette, in media quattro. Quattro giri! Significa che chi ce l'ha fatta, prima, aveva fallito tre volte. Nel loro modello la ricaduta non è la prova che non siamo capaci, piuttosto che è una tappa del percorso.
Pensando alla mia terra, però, mi accorgo che qui la parola cambiamento pesa il doppio. Perché dalle nostre parti cambiare ha quasi sempre un solo significato, quello di andarsene e chi, invece, prova a cambiare restando lo impara presto sulla propria pelle. Viene guardato con sospetto, come se il coraggio fosse una scortesia e l'autonomia una posa. L'ho visto succedere decine di volte a chi apriva un'attività, a chi tornava con un'idea in testa, a chi semplicemente si permetteva di provarci. Il cambiamento spaventa chi lo compie, certo, ma dà fastidio soprattutto a chi lo guarda da fuori ed è costretto a fare i conti con la propria immobilità.
E allora, dati alla mano, conviene o no? L'Osservatorio del Politecnico di Milano fotografa un Paese in cui appena il dieci per cento dei lavoratori dichiara di stare bene e quasi un terzo pensa di cambiare impiego entro un anno e mezzo. Ma il numero che mi ha colpito è un altro: fra quelli che il salto lo hanno fatto per davvero, i pentiti sono crollati dal 56 al 20 per cento. Quattro su cinque, potendo tornare indietro, rifarebbero la stessa scelta. Non è una promessa di felicità, per carità, ma è un dato che pesa.
Nessuno può garantirci che la svolta funzioni. Chi cambia lavoro può ritrovarsi peggio di prima, chi parte può tornare con la coda tra le gambe, chi resta può pentirsi amaramente di essere rimasto. Il coraggio serve esattamente per questo, perché non esiste nessuna assicurazione sul risultato e la fatica non è un incidente di percorso, ma è il percorso.
Perché a settembre le buone intenzioni non costano niente. È a ottobre che si capisce chi ha cambiato aria e chi ha soltanto cambiato discorso.
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