Girovagando, in questi scampoli d’agosto, tra le scaffalature di librerie ormai deserte ‒ ahimè, non certo per le innaturali calure che arroventano i nostri giorni ‒, è facile imbattersi in una copertina magnetica su cui un rosso languido e di indescrivibile bellezza abbraccia, in un’atmosfera di tramonto, un gruppo di cupole di varia dimensione che si stagliano scure e malinconiche verso il cielo.
Con tale immagine di rilevante impatto sul versante estetico ‒ quel mai sazio universo di esperienze sensibili a cui dovremmo riabituarci ‒ Umberto Matino ci apre le porte del suo nuovo romanzo intitolato Laguna Limes.
Oltrepassata la soglia del piacere puramente grafico, le pagine ci conducono immediatamente in un dinamico microcosmo letterario dove è facile dedurre una riduzione dell’elemento fantasioso ai minimi termini, dacché ciò che l’autore intreccia e racconta ha molte ‒ forse troppe ‒ aderenze con una cronaca che ogni giorno rinnova la macabra equazione tra sangue e inchiostro e si annida nelle colonne di quotidiani famelici che, dinanzi a fatti violenti, ‒ segregando ai margini l’analisi, l’approfondimento e il commento ‒ fanno mostra di un’attenzione che degenera, quasi costantemente, in una morbosità dai tratti patologici.
Certamente Matino scrive un noir, precisando che le vicende narrate son frutto di travagli di penna e parti di invenzione, ma i delitti, le perversioni, gli intrighi e le ipocrisie di Laguna Limes son quelli di tutti i tempi e di tutte le latitudini e ciò ci permetterebbe di discettare ‒ cosa che non faremo ‒ sui legami tra la letteratura e la vita e sulle esplorazioni che i libri rendono possibili tra gli anfratti più insondabili del contorto animo umano.
Il romanzo in esame è ambientato in un Veneto enigmatico e affascinante nei cui recessi la luce del glorioso passato di queste terre di confine e di instancabile lavoro convive con zone d’ombra nelle quali la morale, il buonsenso e la legge sono immolati sull’altare dell’interesse economico e politico del più forte e del più scaltro.
Il cuore anfibio ‒ e dunque indefinito ‒ della Serenissima si proietta su una trama in cui nulla è ciò che sembra e la realtà non è mai lineare, ma è obbligata a confrontarsi con il doppio e il molteplice in un indiavolato gioco di ipotesi e sospetti che induce il commissario di Pubblica Sicurezza Enrico Bonturi e il maresciallo dei Carabinieri Giovanni Piconese a lambiccarsi il cervello su tre cadaveri le cui storie sono avvolte dalle imprevedibili girandole di un mondo grigio che rende incerti i confini tra il suicidio e l’omicidio e costringe ad indagare su eventi accaduti secoli addietro, le cui conseguenze continuano a far sentire il proprio drammatico peso sul presente.
Sullo sfondo di un 1985 che si prospetta come anno di buoni auspici ‒ oltre che di particolare rigore climatico ‒ aleggiano, infatti, i sacri giuramenti di un gruppo di minatori cimbri che, nel remotissimo 1518, si legano solennemente in un patto finalizzato alla sopravvivenza a dispetto del regime di sfruttamento imposto dai patrizi della terra di San Marco.
Ne deriva un continuo alternarsi di piani narrativi che si focalizzano su situazioni solo apparentemente irrelate. Tutto ciò rende la prosa di Matino movimentata e allettante e prepara ad un imprevedibile finale da cui il lettore è stato scientemente sviato sin da principio.
Laguna Limes è un viaggio all’antica maniera, «quando i viandanti s’incontravano, si salutavano e bevevano insieme un bicchiere», un percorso attraverso cui si scopre l’illusorietà del «tentativo d’annullare il tempo e le distanze», ma anche lo specchio di vizi capitali che da sempre e per sempre accompagnano l’uomo ammorbandone una natura capace di compiere grandi cose tanto nel bene quanto nel male. È un libro interessante ‒ non ovviamente un classico ‒ la cui lettura è gradevole e consigliabile, a patto di approcciarvisi con lo spirito di chi è pronto a navigare in metaforiche acque mutevoli a tal punto che in esse ‒ per dirla con l’immortale Pirandello ‒ «niente è vero e vero può essere tutto».

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