Nelle ultime settimane il dibattito sul referendum si è trasformato in uno scontro che va ben oltre il quesito referendario e che riguarda il delicato rapporto tra politica e magistratura, uno dei nodi più complessi e discussi della storia repubblicana italiana.
Il conflitto nasce, in genere, quando la politica percepisce il controllo di legalità esercitato dalla magistratura come un’invasione di campo. In questa prospettiva, il controllo di legalità viene visto da una parte della politica come un ostacolo al proprio “mandato popolare”, scivolando così verso una visione in cui la maggioranza pretende di essere legibus soluta, cioè sciolta dal vincolo delle leggi.
Ciò non significa negare che la magistratura abbia problemi, alcuni dei quali seri.
Proprio per questo, tuttavia, occorre distinguere tra le riforme che servono realmente ai cittadini e quelle che rischiano invece di normalizzare o indebolire l’autonomia della magistratura.
Ritenere che i principali problemi della giustizia italiana siano la separazione delle carriere dei magistrati o il sorteggio dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura appare, francamente, poco convincente. Si tratta di misure che difficilmente incidono sulla vera emergenza della giustizia italiana: la durata dei processi, l’organizzazione degli uffici giudiziari e l’efficienza complessiva del sistema.
Del resto, sul punto basta richiamare gli interventi della senatrice Giulia Bongiorno e del ministro della Giustizia Carlo Nordio, i quali hanno più volte affermato che la riforma non nasce con l’obiettivo di rendere più efficiente la giustizia.
Se così è, allora è legittimo chiedersi perché il referendum venga utilizzato per attaccare i giudici, dipingendoli talvolta come avversari politici o come un ostacolo all’azione di governo.
Il rischio è quello di delegittimare la funzione di controllo che essi esercitano in base alla legge, rendendoli non solo più deboli, ma anche meno credibili agli occhi dell’opinione pubblica.
Il ministro Nordio ha posto una domanda suggestiva: “Chi controlla la magistratura?”.
È una domanda che merita una risposta chiara. La magistratura è controllata innanzitutto dalla legge, come stabilisce l’Articolo 101 della Costituzione italiana, secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Inoltre, essa è sottoposta al controllo disciplinare e istituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica Italiana, nonché al controllo di costituzionalità esercitato dalla Corte costituzionale della Repubblica Italiana.
Per queste ragioni il dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum non può essere ridotto a una mera questione tecnica, né tantomeno a materia per soli addetti ai lavori. In gioco non vi è soltanto la “manutenzione” del sistema giudiziario, ma la difesa delle sue fondamenta: l’equilibrio tra il potere politico e l’ordine giudiziario.
La nostra Carta del 1948 non è un semplice testo normativo, ma un vero e proprio patto di garanzia. I Padri Costituenti – tra cui Piero Calamandrei, Costantino Mortati, Giuseppe Dossetti e Umberto Terracini – scelsero la rigidità costituzionale, prevista dall’Articolo 138 della Costituzione italiana, proprio per impedire che una maggioranza contingente potesse modificare troppo facilmente le regole fondamentali del sistema democratico.
Modificare la Costituzione è naturalmente possibile e legittimo. Tuttavia, quando si interviene su equilibri così delicati, sarebbe auspicabile un consenso il più ampio possibile tra le forze politiche, proprio per preservare il carattere condiviso delle regole del gioco democratico.
Il referendum, dunque, interroga la nostra stessa idea di democrazia. Vogliamo una magistratura che sia lo specchio della maggioranza elettorale del momento, oppure un ordine indipendente che applichi la legge anche quando essa contrasta con i desideri del potere?
La tradizione della sinistra, nata dall’antifascismo e dalla Resistenza, ha sempre interpretato il garantismo non come uno scudo per i potenti, ma come la tutela dei diritti dei più deboli contro l’uso arbitrario delle istituzioni.
In questo senso non convince la posizione di Augusto Barbera e Marco Minniti che, pur nella legittima ricerca di una giustizia più moderna ed efficiente, rischia di avallare un modello in cui il “sindacato di legalità” viene percepito come un ostacolo all’azione di governo.
Ma è proprio l’esistenza di quel limite a definire una democrazia liberale e a distinguerla da un sistema plebiscitario. La sfida della sinistra dovrebbe essere quella di riformare la magistratura per renderla più credibile, non per renderla più debole.
Dire “No” non significa difendere lo status quo né ignorare le criticità interne alla magistratura. Significa difendere la Costituzione e, con essa, i diritti dei cittadini.
Avv. Damiano Libonati
@Riproduzione riservata