Da mercoledì mattina la rotonda di Spezzano Albanese Scalo, il crocevia tra l'autostrada e la Sibaritide, è bloccata dai mezzi agricoli. I motivi li conosciamo tutti, considerato che in un anno il gasolio agricolo è passato da circa 88 centesimi di euro a oltre 1,65 euro al litro.
Chi lavora la terra, oggi, accende il trattore sapendo già che ci rimetterà. Lunedì era toccato allo svincolo di Firmo, alla 106 e a Pizzo, con file di automobilisti che, invece di lamentarsi, davano ragione a chi li teneva fermi.
Il video del blocco di Firmo pubblicato sulla nostra pagina ha superato in pochi giorni i dodicimila mi piace e i mille commenti, quasi tutti dalla stessa parte. «Ci dobbiamo mobilitare tutti», scrive qualcuno, mentre un altro aggiunge che sono «troppo pochi» e che deve fermarsi l'Italia intera. Ed è proprio leggendo quei commenti che qualcosa, però, non torna. Secondo le cronache, il primo giorno in strada c'erano circa duemila persone in tutta la regione, cioè molte meno di quante abbiano cliccato su un solo video. Uno dei commenti più sinceri racconta che quella stessa mattina i distributori erano pieni, con file lunghissime di gente venuta a risparmiare qualche centesimo grazie al nuovo tetto sui prezzi. E chi in strada c'era davvero si chiede se domani ci sarà ancora qualcuno.
Eppure il gasolio sopra i due euro non lo paga soltanto chi guida un trattore, ma anche il disoccupato, il medico di guardia e il pensionato che scende in città per le analisi. Lo paga, ovviamente, perfino il politico che oggi dichiara la sua solidarietà, perché alla pompa nessuno ha un lasciapassare diverso.
Certo, il prezzo che paghiamo alla pompa nasce lontano da qui. Da mesi la guerra con l'Iran tiene in ostaggio lo stretto di Hormuz e il petrolio resta intorno ai cento dollari al barile, anche adesso che gran parte delle petroliere è tornata a passare. Su quella guerra c'è chi fa la voce grossa e ci costruisce sopra la propria campagna elettorale, a Washington come in Israele, mentre il conto arriva puntuale ai distributori di casa nostra. Quella guerra non l'abbiamo decisa noi e non saremo noi a fermarla. Quanto siamo disposti a pagarla in silenzio, invece, dipende soltanto da noi.
Da più di un secolo ci portiamo dietro una frase che racconta bene tutto questo, “armiamoci e partite”. La scrisse Olindo Guerrini in una poesia del 1897, contro i benpensanti che gridavano «avanti» e poi restavano comodamente a casa. Oggi la pratichiamo senza nemmeno accorgercene, scrivendo, seduti beatamente sul divano, che bisogna fermare tutto. Il problema, però, è che lasciamo agli altri la giornata di lavoro persa e la responsabilità di metterci la faccia.
Le cose, purtroppo, non cambiano quando dalla pompa di benzina si passa alla delicata questione degli ospedali. A Trebisacce, lo ricordiamo, il sindaco ha dovuto scrivere due volte in una settimana all'Asp per evitare che, senza infermieri, si fermassero la Tac e gli altri esami. Prenotare una visita specialistica, poi, spesso finisce con la stessa frase: se ha fretta, vada fuori. E noi andiamo, tanto che ogni anno paghiamo oltre 320 milioni di euro per farci curare in altre regioni, mentre qui strutture che erano un punto di riferimento si riducono a poche prestazioni. Sia chiaro, medici e infermieri non c'entrano, anzi tengono aperto quello che possono con turni che altrove nessuno accetterebbe. Ma quando un reparto chiude, sotto l'ospedale ci sono sempre il solito comitato e qualche decina di persone, mentre gli altri, tantissimi, preferiscono prenotare il treno e andare fuori. Così lo spirito di rassegnazione continua a vincere, mentre i disagi restano tutti sulle spalle dei cittadini.
In Francia l'hanno capito nel 2018, quando contro un aumento delle tasse sul carburante centinaia di migliaia di persone riempirono le strade con i giubbotti gialli e in poche settimane il governo cancellò quell'aumento.
Chi decide conosce bene la rabbia che si sfoga nei commenti e ha imparato ad aspettare che passi. Quaranta persone su una rotonda si gestiscono con un comunicato, cento si calmano con un incontro in prefettura e una promessa. Migliaia di persone in strada, giorno dopo giorno, sono invece tutta un'altra storia. E allora, che cosa ci aspettiamo davvero se a muoversi restano sempre gli stessi?
Sabato 10 ottobre a Cosenza è prevista la manifestazione regionale e lì, finalmente, si conterà chi c'era. Gli altri saranno di nuovo in fila alla rotonda di Spezzano, magari con il telefono in mano, a scrivere che quelli davanti a loro hanno ragione.
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