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Mettiamoci d'accordo su una cosa, prima di tutto il resto, perché senza questa precisazione il discorso diventa volgare. La depressione è una malattia. Non è debolezza, non è pigrizia, non è capriccio. Chi c'è dentro non “si lascia andare”, combatte qualcosa di più grande di sé, e a quella persona si deve cura, tempo, rispetto.

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Di questa persona qui non parliamo. Parliamo di un'altra cosa, che le somiglia abbastanza da nascondercisi dietro, ma non è la stessa. Qui parliamo della resa. Quella scelta silenziosa di smettere di provarci e di usare un dolore vero come permesso permanente per mettersi da parte, in altre parole per non esserci più.
I motivi sono quasi sempre umani, comprensibili, a volte perfino piccoli. Una malattia in famiglia. Un problema di salute. Un lutto. Cose che capitano a tutti, prima o poi, perché la vita le distribuisce senza chiedere il permesso. La differenza non sta in cosa ti succede, sta in cosa decidi di farne. C'è chi attraversa il buio e torna a galla, magari più lento, magari ammaccato, ma torna. E c'è chi nel buio si sistema, ci mette le tende e comincia a vivere di rendita sulle spalle di chi gli sta intorno.
Perché è questo il nodo che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce quando uno si tira indietro, il suo posto non resta vuoto. Lo riempie qualcun altro. Il collega che fa il doppio. L'amico che copre. Il gruppo che si riorganizza in fretta per non far pesare l'assenza. Per un po' va bene, è giusto così, ci si sostiene. Ma il vuoto non è statico, cresce. Ogni giorno che passa, il divario si allarga e il peso che gli altri si sono caricati sulle spalle non torna indietro. Quelle persone non hanno fatto niente per meritarselo. Subiscono e basta.
Ci raccontiamo che è solidarietà e all'inizio in parte lo è. Ma a un certo punto diventa altro. Diventa permettere a qualcuno di non affrontare la propria vita, scaricandone il prezzo su chi la sta affrontando comunque, magari con dolori suoi che non ha messo in vetrina. Nessuno, però, garantisce che gli altri ci saranno per sempre. Le braccia che ti coprono si stancano e quando si stancano, il conto arriva tutto insieme.
Qui non si vuole condannare nessuno, va detto con la stessa forza. Da quel buio si esce, ma bisogna volerlo. Il primo passo è il più piccolo e il più difficile, ammettere che non è il mondo a doverti aspettare, sei tu a doverti rimettere in cammino. Nessuno chiede l'eroismo, si chiede di riprendere a esserci, un pezzo per volta. Chi si è preso una responsabilità, soprattutto verso altre persone, ha il dovere di provarci. Provarci davvero, non a parole.
Ma se dopo mesi e mesi si è ancora fermi allo stesso punto, allora la responsabilità cambia faccia. Non è più solo rialzarsi. È avere l'onestà di riconoscere che, se non ce la fai, restare a occupare un posto senza frutti non è coraggio, è egoismo. C'è una dignità nel farsi da parte e aspettare tempi migliori, per sé e soprattutto per gli altri. La pazienza non è un diritto acquisito. E la pazienza vera, quella che gli altri ti hanno regalato senza chiederti niente in cambio, può finire e in quel caso non è cattiveria ma solo sopravvivenza.

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