Il whisky è stato il ventennale compagno di Fabrizio De André. Nei riflessi fulvi del distillato aleggiano il disagio, l’ispirazione e il coraggio di un artista che, attraverso il suadente e letale fascino dell’alcol, ha cercato di ammansire una innata timidezza e il peso di una figura paterna ingombrante e oppressiva, esempio di un perbenismo borghese benestante e ipocrita di cui, sin da giovanissimo, egli ha avvertito e denunciato le contraddizioni.

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Nel vuoto provocato dalla sbornia e accompagnato dall’aroma del tabacco di sigarette perennemente accese, egli è riuscito a vedere situazioni ed emozioni che difficilmente possono essere percepite persino da sobri. Questa è la genesi di testi straordinari e musicalità inconfondibili in cui il cantautore ligure ha acceso una luce sulle piaghe purulente della società che, spesso, si preferisce ignorare o, tutt’al più, edulcorare con una patina narrativa che rende i diversi e i lontani l’oggetto di una compassione superficiale o, peggio ancora, di una carità da vetrina.
De André immerge con consapevolezza le mani nel fango, convinto del fatto che «dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior» (versi scolpiti nella memoria collettiva tratti da Via del Campo), e tratteggia un microcosmo i cui protagonisti sono i caruggi di Genova e le periferie del mondo popolati da una pletora di marinai, donne di malaffare, carcerati, tossici e figure che, in un modo o nell’altro, la vita ha punito o messo alle strette e di cui un dio qualsiasi ‒ sordo e indifferente ‒ non ha ascoltato le preghiere né accettato i dolori.
Lo stesso consorzio sociale, così grigio e conformato, stringe nella morsa di un’apparente staticità uomini, cose e situazioni, ma è governato da una sottile e insidiosa paura ‒ «per strada tante facce non hanno un bel colore / qui chi non terrorizza si ammala di terrore» (Il Bombarolo) ‒ che induce alcuni a nascondere gli estremi barlumi di umanità ‒ «c’è chi aspetta la pioggia / per non piangere da solo» (Il Bombarolo) ‒ e altri ad ottundere i sensi a tal punto «da non riuscire più a capire / che non ci sono poteri buoni» (Nella mia ora di libertà).
De André, rimasto folgorato da L’Unico e la sua proprietà del filosofo tedesco Max Stirner, si professa anarco-individualista e, su tali basi teoriche, frantuma il concetto di politicamente corretto, adoperando la musica e le parole come strumenti pacifici ed efficaci per risvegliare le coscienze, aprire spiragli di luce sulle asperità di un vivere che, pur considerato civile, ha alimentato il pregiudizio sugli emarginati di ogni luogo e di ogni momento storico e non ha risparmiato neppure «il più grande rivoluzionario di tutti i tempi» [Gesù, n.d.a.] «macellato / su una croce di legno» (Rimini).
Così, mentre i fermenti sessantottini ribollono nell’utopica intenzione di creare giustizia ed equità, egli compone ‒ non senza critiche da parte di duri e puri esponenti della cultura marxista dell’epoca ‒ La buona novella, un concept album ispirato ai Vangeli apocrifi, ma carico di ammirazione per le istanze «contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egualitarismo e di una fratellanza universali» portate avanti, secoli addietro, nella martoriata terra di Galilea.
De André non si riconosce in una fede, ma la drammatica esperienza del rapimento, di cui è stato vittima assieme alla moglie Dori Ghezzi, lo segna profondamente, conducendolo ad una meditazione spirituale che affida ad un’intervista di cui è opportuno ‒ al fine di comprenderne al meglio la personalità ‒ riportare uno stralcio: «Col cappuccio era difficile parlare. Le ore scorrevano in lunghi silenzi, che per me hanno contato molto perché mi hanno portato a una riscoperta, o perlomeno a delle riflessioni su Dio. Nella mia vita credo di aver spesso messo in discussione la religione, di essermi fatto beffe dei dogmi e di aver osservato crisi mistiche con spirito critico. Eppure in quella terra che amavo e in balìa di uomini che non capivo, soggetto a un destino che non mi ero scelto, ho ricominciato a credere, a cercare nella forza di un’entità diversa, superiore a quella umana, il bisogno di Dio. Non so ancora se questa sia una mia svolta esistenziale o meno. È stata fatta in tempi troppo drammatici perché io abbia le idee chiare, ma quel che so è che Dio, anche se in modo informe, era dentro di me: ho sentito che c’era».
Il cantautore genovese confessa il travaglio di un animo sanguinante, in cerca di risposte, assetato di infinito, ma sempre attento a non spegnere la fiammella della speranza in un domani diverso e migliore. Porta avanti la propria battaglia di vicinanza agli ultimi, scrive, canta, cesella sino all’ossessione la singola parola ‒ conscio del potere che il linguaggio può avere ‒, traduce, si appoggia ai versi del geniale e spigoloso Georges Brassens (1921-1981), di Riccardo Mannerini (1927-1980) ‒ poeta, marinaio, anarchico, cieco, depresso e, per non farsi mancar nulla, suicida ‒ e di Bob Dylan che, parecchi anni dopo, riceverà un Nobel per la letteratura su cui ci sarebbe da approfondire.
Faber riveste l’arte di responsabilità, vi infonde la rabbia per i meccanismi inceppati del mondo, l’irritazione per le ingiustizie, la fragilità di chi non ha voce, l’amore per le proprie terre ‒ la Liguria che lo ha generato e la Sardegna che lo ha adottato ‒ e i rispettivi dialetti che, arcaici e musicali, vengono utilizzati per la composizione di testi dalla bellezza sorprendente.
L’affascinante ritratto dell’uomo e dell’artista De André ci è regalato, sotto angolazioni inedite, dal nuovo libro del giornalista Andrea Scanzi, significativamente intitolato Verranno a chiederti di Fabrizio De André
L’autore procede con metodo e rigore, mescolando la personale passione per questo fuoriclasse della musica italiana con le testimonianze di volti noti e meno noti che hanno collaborato con lui durante la sua avventurosa esistenza tanto nelle nottate insonni e produttive presso la tenuta agricola dell’Agnata quanto in occasione degli affollati concerti in giro per il Belpaese.
Scanzi scrive un libro impegnato, scorrevole nella lettura, ma imprescindibile perché latore di un messaggio di estrema attualità che il cantautore genovese, «poeta eterno», ha inteso trasmetterci come esortazione contro l’indifferenza. Ciò che ci circonda è frutto delle nostre scelte e delle azioni che ne derivano e, seppur proviamo a disfarci dei fantasmi e dei rimorsi di un’etica non rispettata, De André ‒ come pungolo fastidioso ma salutare ‒ ci ammonisce con un verso che potrebbe fungere da bussola nelle nostre caotiche giornate: «per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti» (Canzone del maggio).

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