Anche sul fronte interno, notizie negative per Donald Trump: la Corte Suprema, con la sentenza del 30 giugno scorso passata a maggioranza, ha deciso che lo “Ius Soli” non può essere eliminato con una semplice firma del Tycoon. La decisione, in sostanza, ha sconfessato l’ordine esecutivo firmato dal Presidente degli Usa il primo giorno del suo secondo mandato, che negava la cittadinanza automatica ai figli di immigrati senza documenti e di residenti stranieri temporanei nati sul suolo americano.

Bnl

Il Presidente della Corte Suprema, Roberts, è stato affiancato dai giudici progressisti Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, e dalla conservatrice Amy Coney Barrett. Brett Kavanaugh, riaffermando il principio che chi nasce negli Stati Uniti è cittadino americano.
Lo “Ius Soli”, la cittadinanza per diritto di nascita, resta uno dei pilastri della storia e della società americana, per come rimarcato da John G. Roberts Jr. (Presidente della corte), il quale ha spiegato che “la cittadinanza, ieri come oggi, è avere il diritto di avere diritti: quello di partecipare liberamente alla nostra comunità politica”, sottolineando, altresì, che il quattordicesimo Emendamento della Costituzione, introdotto nel 1868, dopo la Guerra di secessione per garantire la cittadinanza ai figli degli schiavi, estende questa promessa "a ogni persona nata in questa terra. Oggi manteniamo questa promessa".
Per Donald Trump è stata una grande sconfitta politica. Forse attesa. Nel Progetto 2025 (il manifesto programmatico della destra reazionaria) la cancellazione dello Ius Soli era (e tuttora lo è) un tema fondamentale dell’agenda anti-immigrazione Maga e non stupisce, perciò, che il presidente l’abbia definita “un male per il nostro Paese”, invitando il Congresso ad “affrontare la questione a livello legislativo”.
Una seconda battuta d’arresto, quindi, per la Casa Bianca dopo quello sui dazi.
Purtuttavia più che una pietra miliare del “diritto di avere diritti”, appare in verità un modo per la Corte di salvare la propria vacillante reputazione, atteso che con quest’ultimo provvedimento sembra, infatti, aver voluto rassicurare l’opinione pubblica circa la sua neutralità e imparzialità, dopo aver, in questo semestre decisionale, assecondato la politica del presidente in relazione alle questioni più cruciali.
Difatti, quella sullo ius soli non è l’unica sentenza emessa dalla Corte Suprema in questi giorni, essendosi espressa sul diritto di voto per corrispondenza, sulle armi, sulla responsabilità delle grandi aziende, ed anche sull’agonismo transgender e il finanziamento elettorale. Tutte le suddette decisioni dell’Alta Corte avranno, certamente, conseguenze dirette e di enorme portata nel definire il perimetro d’azione entro cui il governo e lo stesso presidente possono esercitare il loro potere.
In tale ottica, proprio in materia di immigrazione, la maggioranza della Corte ha offerto a Trump strumenti di intervento, come per esempio il potere di revocare il “Temporary Protected Status”, sinora concesso a coloro che fuggono da Paesi segnati da guerre, disastri naturali, minacce alla vita e sicurezza, ovvero quello di bloccare, prima dell’entrata negli Stati Uniti, i richiedenti asilo.
Quindi, sebbene il Presidente non abbia incassato il sostegno della Corte sulla cittadinanza, ha ottenuto, comunque, il via libera per deportazioni e respingimenti.
Tali dinamiche stanno sancendo un allargamento considerevole dei poteri dell’inquilino della White House il cui rafforzamento (dell’esecutivo), a scapito di quello legislativo e giudiziario, rappresenta un processo in corso da almeno mezzo secolo, come evidenziato in un precedente intervento sulle colonne di questo giornale. Gli attuali giudici conservatori non hanno fatto altro che conferire ulteriore slancio al predetto fenomeno di cambiamento degli assetti istituzionali degli Usa o meglio di rottura degli equilibri tra vari poteri. Lo testimonia la decisione in tema di burocrazia federale. La Corte ha stabilito che Trump ha il potere di licenziare i commissari degli organi indipendenti di controllo, i quali sinora potevano essere allontanati solo in caso di inefficienza, negligenza, cattiva condotta, mentre d’ora in poi sarà possibile farlo quando un presidente non condivide le loro valutazioni.
Anche la Federal Reserve, ormai, scricchiola agli attacchi di Trump.
Questa tendenza espansiva dei poteri presidenziali (o dell’esecutivo), che non è soltanto un fenomeno statunitense, va ricercata nel rapporto tra democrazia ed esecutivo, tra rappresentatività e governabilità. La spinta verso un esecutivo più forte scaturisce, altresì, dall'esigenza di gestire crisi complesse in tempi rapidi, puntando sulle ragioni dell’efficienza per tenere il passo della modernità, troppo veloce nei cambiamenti, nonché alla competizione dei sistemi autoritari, snaturando inevitabilmente le democrazie liberali, che hanno necessità di tempi fisiologici più lunghi, in “democrature”.
Dalla ricerca di un equilibrio tra governabilità (efficiente) e libertà s’incentrerà la sfida dei sistemi democratici moderni.

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