A Spezzano Albanese il gesto di pochi avvelena la vita di molti

A Spezzano Albanese l'acqua si annusa prima di berla. Da tre mesi, tra ordinanze, divieti e denunce contro ignoti, intere contrade convivono con serbatoi contaminati da sostanze compatibili con idrocarburi, finite nelle condotte non si sa ancora come.

Bnl

Le analisi ad aprile avevano riaperto i rubinetti, a fine giugno un'altra ordinanza li ha richiusi. E mentre le indagini cercano una mano o una negligenza, le famiglie comprano acqua, sanificano i serbatoi a proprie spese e tengono i bambini lontani dal lavandino.
Al di là della cronaca, questa vicenda interessa meno per quello che è successo e più per quello che rivela. Un acquedotto è la cosa più comune che esista, passa sotto le case di tutti, non distingue chi ha votato per chi, chi paga e chi no. Basta il gesto di uno, doloso o sconsiderato, in un punto qualsiasi della rete, per avvelenare tutti. Non serve una teoria sociologica per capire cosa significhi vivere insieme, basta guardare una tubatura.
Eppure è esattamente questo che abbiamo smesso di capire. Guardiamoci intorno, dall'uscio di casa fino ai vertici del mondo, l'immagine che emerge è quella di un essere umano fine a se stesso, convinto che il bene comune sia terra di nessuno e che le regole valgano sempre per gli altri. Chi rispetta le norme viene guardato come un ingenuo. Chi le aggira viene invidiato, a volte ammirato. I potenti della terra strappano trattati e confini come fossero carta straccia e il cittadino qualunque ne ricava la lezione: se lo fanno loro, perché io dovrei fermarmi a un divieto di sosta, a una raccolta differenziata, a un obbligo qualsiasi?
Qui bisogna dire una cosa chiara, perché su questo si gioca tutto. Le regole non sono il contrario della libertà. Sono la condizione necessaria per la libertà. Senza regole non vivono i liberi, vive solo il più spregiudicato, quello che scarica, occupa, inquina, alza la voce e lascia agli altri il conto. La regola serve proprio a chi non ha la forza, i soldi o la faccia tosta per imporsi da solo. Per questo chi la calpesta non compie mai un gesto privato, invade lo spazio di qualcun altro, quasi sempre di qualcuno più debole di lui.
E c'è un secondo punto, che delle regole è il fratello scomodo: la responsabilità. Una comunità non si regge solo su ciò che è vietato, si regge su ciò che qualcuno ha promesso di fare. Amministrare, gestire un servizio, guidare un'associazione, crescere un figlio, persino abitare un territorio, sono tutti impegni presi davanti ad altri. E un impegno preso davanti ad altri si porta fino in fondo. Invece si è diffusa l'idea della responsabilità a tempo, la tengo finché mi dà lustro, la mollo quando comincia a pesare. E nel mollarla si pretende pure qualcosa, un riconoscimento, un contentino che ci faccia stare buoni, come se la stanchezza fosse un merito da risarcire. Peggio, c'è chi, stancandosi, tira calci a ciò che aveva promesso di custodire e si racconta vittima. No. Chi abbandona a metà ciò che ha scelto di assumersi non è vittima di niente. È parte del problema, esattamente quanto chi le regole le calpesta. Sono due facce dello stesso egoismo, uno prende ciò che non gli spetta, l'altro non dà ciò che aveva promesso.
Il senso civico non è un ornamento per i discorsi delle inaugurazioni. È la differenza tra un paese e un insieme di persone che si sopportano. E non lo produce nessuna legge, si impara vedendolo praticare, si perde vedendolo deridere.
A Spezzano, prima o poi, le analisi torneranno favorevoli e i rubinetti si riapriranno. Ma resta la domanda che vale per questo paese come per tutti gli altri: che comunità è quella in cui, aprendo l'acqua di casa, il primo pensiero è chiedersi cosa ci abbia messo dentro il tuo vicino?

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