Sono dieci anni che Francesco Fusca, scrittore, pedagogista e poeta di Spezzano Albanese, ci ha lasciati o, forse più correttamente, sono dieci anni che noi ‒ tanto in veste di comunità, quanto in quella di sodali sul piano culturale ‒ abbiamo lasciato lui, considerando il numero esiguo di commemorazioni che, in questo lungo periodo, gli abbiamo tributato.

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Potrebbe essere negligenza, semplice conferma del sempre valido adagio evangelico nemo propheta in patria o saggia attesa affinché l’ampia produzione letteraria decantasse ‒ come i corposi vini d’annata ‒ per consentirci di trarre esempi e insegnamenti che, a discapito del tempo trascorso, mostrano i segni di una vivace modernità e le tracce di un pensiero che, ancor oggi, detiene metodo e rigore.
Tuttavia, qualunque sia la causa del silenzio intorno alla sua figura, è indubbio che il miglior modo per fare memoria di un intellettuale consiste nel leggerne le opere e la circostanza del decennale ben si presta ad una rivisitazione del Saggio sull’Amore che Fusca diede alle stampe nell’ormai lontano 2001.
Il titolo è ambizioso e l’argomento arcinoto sin dagli albori della civiltà ma, per un consolidato paradosso, nonostante la vastità delle trattazioni sul tema, nessuno è riuscito a cogliere l’essenza del sentimento che ha ispirato poeti, dannato amanti, distrutto menti e influenzato uomini e donne nelle loro condotte quotidiane al di là dei secoli e a prescindere dalle latitudini.
L’autore non si prefigge obiettivi impossibili, non si trincera dietro luoghi comuni né tantomeno si fa latore di formule magiche adatte a svelare la natura intima di uno stato d’animo ‒ sia lecita l’espressione ossimorica ‒ indefinibile per definizione. Egli si limita a mettersi in cammino con la lena del viandante e la curiosità di chi ancora si stupisce della bellezza del mondo, percorrendo i sentieri della letteratura e dell’arte che hanno avuto per soggetto l’amore e arricchendoli con un’apprezzabile sensibilità nata dall’incontro tra il proprio retroterra di esperienze e l’inquietudine che solitamente connota l’uomo di lettere. Ne emergono immagini evocative in cui il mito ‒ fonte di sapienza per l’antichità e primordiale forma di teologia ‒ si trasforma in chiave interpretativa indispensabile per decodificare i moti interiori di intere generazioni e offrire un paradigma di riferimento a coloro che tentano di giustificare un vissuto sentimentale che stride con la superficialità dell’oggi e i ritmi forsennati a cui siamo sottoposti in nome di un sistema valoriale che massifica, spersonalizza e anestetizza per conto della mostruosa divinità capitalistica che converte gli spiriti e recluta adepti a suon di profitti e illusorie forme di benessere.
Fusca crea connessioni etiche ed estetiche che si traducono in pagine dense di riferimenti e citazioni tratte da protagonisti assoluti della cultura universale. Ci si imbatte con frequenza nel verso di Dante e di D’Annunzio, nella musicalità di Neruda e Prévert, nella riflessione di Platone e di Epicuro, nella lucida follia di Nietzsche e nella drammatica diaristica di Pavese che, ironia della sorte, per un amore beffardo pose fine ai suoi giorni.
Il canto del poeta, il ragionamento del filosofo e il tocco dell’artista ‒ ricordiamo, per inciso, il prezioso apparato iconografico che accompagna il Saggio sull’Amore ‒ sono la via maestra attraverso cui l’autore declina il più nobile dei sentimenti in tutte le possibili sfaccettature. Malgrado ciò, come da tradizione, il nitore che preannuncia l’apparizione di Venere o di Cupido è vagamente offuscato dalla sottile nostalgia che impregna quei momenti amorosi che si vorrebbero eterni e la cui mancanza inizia sottilmente ad essere avvertita già a partire dall’attimo stesso in cui si consumano.
Fusca ci consegna un amore veritiero, non purificato nel crogiuolo delle convenzioni e, proprio per questo, più scomodo. Le pagine del Saggio ci restituiscono palpiti e lacrime, sensualità e ascesi, corpi e anime, Eros e Thanatos, tutto ciò che è, ma anche tutto ciò che potrebbe essere o non essere affatto. Lo scenario è vastissimo ‒ o infinito? ‒ e chi si imbatte nell’amore sa che non può navigare sotto costa, ma deve prendere il largo, assecondare i venti, evitare gli scogli, resistere alle tempeste e alle Sirene. 
Una tale complessità necessita di uno stile vigoroso, capace di sfruttare tutte le potenzialità che le parole hanno per descrivere ciò che è difficile persino concepire in quanto afferente alla sfera più profonda dello spirito. L’autore mette in campo una sovrabbondanza di aggettivi per dare massima precisione ad una rotta narrativa perigliosa e non lesina neppure nell’utilizzo di endecasillabi accortamente celati nella prosa al fine di movimentarla e renderla più musicale alla lettura.
Saggio sull’Amore è un libro che parla di vita, dell’inimitabile alchimia che trasmuta cose e persone rivelando frammenti di un paradiso perduto a cui, volenti o nolenti, aspiriamo. Tutto ciò significa fiducia incondizionata verso il futuribile e devozione nei confronti della saggezza di chi ci ha preceduto: lezione saldamente radicata in Fusca e quanto mai opportuna per onorarne la memoria.

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