Il primo giugno, davanti a un distributore di carburante di Amendolara, quattro braccianti pakistani sono stati bruciati vivi dentro un furgone. Un quinto, l'afghano Taj Mohammad Alamyar, è riuscito a rompere un finestrino e a uscire con le braccia ustionate.
Quando gli hanno messo davanti un microfono ha detto una parola sola, ripetuta due volte: «Mafia, capito? Mafia». Avevano chiesto un contratto vero e una paga vera, invece delle buste paga da trecentocinquanta euro al mese che qualcuno firmava per loro mentre raccoglievano fragole dieci ore al giorno.
Tre mesi dopo, il 2 settembre, i carabinieri per la tutela del lavoro hanno fermato venti persone tra Cassano allo Ionio e Amendolara, undici delle quali con ordinanza di custodia cautelare eseguita in città. Gli indagati sono sessantasei. Le accuse, per gli inquirenti della Dda di Catanzaro e della procura di Castrovillari, sono associazione per delinquere, intermediazione illecita, estorsione, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e riduzione in schiavitù. Questo il reato che compare nelle carte.
Dentro quelle carte c'è il listino. Un bracciante subsahariano veniva pagato dai ventitré ai ventisette euro per una giornata di otto o dieci ore, che fa due euro e settanta l'ora. Un pakistano o un afghano dai trenta ai trentacinque, quattro euro scarsi. All'imprenditore agricolo la giornata veniva fatturata quaranta. La differenza restava per strada e la strada aveva un padrone. Cinque euro al giorno per il trasporto nei campi, a volte dentro il bagagliaio. Cinquanta o sessanta euro al mese per dormire, fino a venti persone in una casa senza riscaldamento, senza luce, senza gas. Chi voleva entrare in Italia con il decreto flussi pagava tra i seimilacinquecento e i diecimila euro per una pratica che, secondo l'accusa, veniva compilata in un patronato di Cassano su aziende inesistenti, intestate a prestanome, gonfiate con fatture false per superare i controlli della prefettura. Un collaboratore di giustizia, quarantunenne, ha raccontato che le imprese di cui risultava titolare appartenevano alle cosche. Due braccianti hanno messo a verbale una frase che vale più di qualunque perizia: disse che ci avrebbe uccisi perché era mafioso.
Le forze dell'ordine hanno fatto quello che dovevano e lo hanno fatto bene. Ma l'inchiesta è partita nel 2020, dalla denuncia di tre braccianti africani ai quali avevano tagliato le gomme per ritorsione. Sei anni. In mezzo ci stanno migliaia di giornate a due euro e settanta e quattro uomini morti bruciati. Non è colpa di chi indaga, è la misura di quanto sia difficile smontare un meccanismo che nessun altro pezzo dello Stato prova a smontare a monte.
Perché il punto è questo e conviene dirlo senza giri di parole. Quando un uomo arriva nella Piana di Sibari, lo Stato lo incontra due volte. La prima quando gli chiede di dimostrare di avere un contratto e un alloggio per restare regolare. La seconda quando arrivano i carabinieri. Nel mezzo, cioè nella vita, non c'è nessuno. Non c'è un posto dove dormire che non sia il casolare del caporale. Non c'è un mezzo per arrivare nei campi che non sia il furgone del caporale. Non c'è un modo di ottenere il permesso di soggiorno che non passi da chi quel permesso lo trasforma in una cambiale a vita. La commissione parlamentare d'inchiesta è venuta qui a luglio, ha trovato diciotto persone in una casa e ha parlato di schiavismo moderno. Nel 2020 la Regione aveva annunciato per questa stessa piana alloggi dignitosi, trasporti, assistenza sanitaria. Sei anni dopo, gli alloggi dignitosi sono ancora una riga in un comunicato.
Finché la casa e il permesso li dà chi ti compra la giornata, il ricatto non è un abuso, è l'architettura. E dentro quell'architettura è cambiato solo chi tiene la frusta. Il caporale oggi ha spesso lo stesso passaporto dei braccianti, parla la loro lingua, è arrivato con lo stesso viaggio. Fa comodo a molti raccontarlo così, come una faccenda tra stranieri. Ma nessuno di loro possiede la terra. Nessuno di loro firma le fatture. Nessuno di loro decide a quanto si compra una giornata di raccolta. Chi mette il capitale sta sempre un passo indietro, con le mani pulite e i registri in ordine, e da anni riesce a essere l'unico soggetto che in questa storia non compare quasi mai.
Poi c'è il resto del Paese, che nella Piana di Sibari entra tutti i giorni senza saperlo. Da qui partono i camion che riforniscono la grande distribuzione. Le clementine, le fragole, le pesche che arrivano lavate e incartate nei banchi del Nord costano quello che costano perché qualcuno, alle quattro del mattino sulla statale 106, è salito su un furgone per venti euro e qualche spicciolo. Il prezzo basso non è un miracolo della logistica. È una trattenuta fatta sulla schiena di qualcun altro.
Quattro uomini sono morti perché avevano chiesto un contratto. Non un aumento, non un risarcimento: un contratto. Ci sono voluti tre mesi e sessantasei indagati per dare loro ragione. Adesso resta la parte che nessun blitz può fare ed è la più semplice da capire e la più lenta da vedere: una casa vera, un pullman vero, un permesso che non dipenda dalla firma di chi ti sfrutta. Finché quelle tre cose mancano, ogni operazione sarà solo una parentesi. La piana tornerà al buio il giorno dopo e noi torneremo al supermercato ad acquistare i frutti dello sfruttamento.
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