“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”, Cesare Pavese, “La luna e i falò”.
Protagonista del romanzo è “Anguilla”, che torna al suo paese, spinto dall’eterno sentimento della nostalgia, dopo aver fatto fortuna in America. Era partito lasciando un paese in guerra, torna in un paese, grazie ai partigiani, liberato. È un romanzo sulla Resistenza e la lotta partigiana, ma è anche, e forse soprattutto, un romanzo sulle origini, sulla memoria, l’identità, le illusioni. Ed è in un lunedì sera che sa intensamente di autunno e che si perde in un vicolo, che i versi di Pavese riecheggiano in me. “Un paese ci vuole…”, è esso infatti che ci abbraccia, pur nelle nostre disillusioni, ci accoglie nei suoi paesaggi brulli e malinconici, o in riva al mare, o su una suggestiva collina, e ci ascolta, anche nel suo silenzio, il silenzio che fa strada all’autunno e lascia dietro di sé il ciarlare estivo, la sua accoglienza è data dalle luci di un lampione, dai fiori su un balcone, da una sezione, che si abbellisce di simboli, rincorrendo un ideale. È nel vicolo dove si perde il lunedì sera che vi è la sezione di partito che ho ripreso a frequentare. Perché i tempi sono bui e ognuno, anche in terra di Lombardia, si autodetermina come crede. Perché abitare un paese significa anche prendere parte. Perché “Odio gli indifferenti”, scriveva Antonio Gramsci. Perché la sezione, in fondo al vicolo, mi accoglie guarnita dalla simbologia comunista, che contempla poster di Che Guevara, ritratti di Berlinguer, bandiere rosse e girasoli rosso/arancio/sol dell’avvenire. Perché un paese ci vuole, in tutti i suoi rituali, che si somigliano a nord e sud dell’anima, e ci vuole per non sentirsi soli. Un vicolo in fondo ad una strada di provincia, dove si incontrano esperienze e rituali. Un vicolo, come uno scorcio: che è presente, che è memoria.
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