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La denuncia di una famiglia toscana in vacanza

Buongiorno, vi scrivo per sottoporvi una vicenda che abbiamo vissuto personalmente durante una permanenza di circa tre settimane in Calabria e che ritengo possa meritare un approfondimento giornalistico.

Mio marito è affetto da ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), una condizione neuropsichiatrica che non deve essere sottovalutata e che, nel suo caso, richiede una terapia farmacologica continuativa e regolarmente seguita dal medico.
Assume Medikinet (metilfenidato), con un regolare Piano Terapeutico e nell'ambito del Servizio Sanitario Nazionale.
Prima di partire dalla Toscana è stato commesso un errore nella prescrizione: ci è stata rilasciata una ricetta ordinaria anziché la specifica ricetta ministeriale necessaria per questo farmaco.
Riconosciamo quindi l'errore iniziale.
Il problema è ciò che è accaduto una volta arrivati in Calabria.
Essendo in possesso del Piano Terapeutico e trattandosi di una terapia già regolarmente prescritta, abbiamo cercato semplicemente un medico che potesse effettuare la prescrizione necessaria per permettere a mio marito di continuare la propria terapia durante la permanenza.
Pensavamo fosse una situazione facilmente risolvibile.
Invece è iniziato un vero e proprio percorso a ostacoli.
Ci siamo rivolti a farmacie, medici di medicina generale, continuità assistenziale e Pronto Soccorso.
Abbiamo anche contattato telefonicamente il Pronto Soccorso dell'ospedale di Corigliano, spiegando preventivamente la situazione. Ci è stato detto di recarci in ospedale e che sarebbe stata valutata la possibilità di indirizzarci alla Psichiatria.
Siamo andati in ospedale, abbiamo spiegato nuovamente tutto e, dopo l'attesa, siamo stati ricevuti da un medico che si è qualificato come psichiatra.
Ci è stato comunicato che non disponevano del ricettario necessario.
Durante il colloquio ci è stato inoltre riferito che il Medikinet sarebbe un farmaco utilizzato per l'Alzheimer, cosa che ci ha lasciati molto perplessi.
Abbiamo continuato a cercare una soluzione.
Una farmacista, cercando concretamente di aiutarci, ha contattato due medici di medicina generale della zona per verificare se fosse possibile effettuare la prescrizione.
Anche loro ci hanno riferito di non avere il ricettario necessario.
Abbiamo provato anche con la guardia medica, che ci ha indirizzati nuovamente verso l'ospedale.
Ci siamo quindi trovati davanti a una situazione paradossale: la guardia medica ci mandava in ospedale e dall'ospedale non riuscivano a indicarci concretamente un percorso per ottenere la prescrizione.
Il risultato è stato che mio marito è rimasto per circa tre settimane senza poter assumere il proprio farmaco, nonostante fosse già regolarmente in terapia e avesse un Piano Terapeutico.
Ma c'è un altro aspetto della vicenda che mi ha colpito profondamente.
Sappiamo perfettamente che il metilfenidato è sottoposto a una particolare disciplina prescrittiva e comprendiamo la necessità di rispettare precise procedure.
Quello che non comprendiamo è perché mio marito, in alcune delle situazioni che abbiamo vissuto, si sia sentito quasi come una persona che stesse cercando di procurarsi una sostanza illecita.
In farmacia, anche davanti ad altre persone, il fatto di dover pronunciare il nome del farmaco e spiegare la situazione lo ha fatto sentire profondamente a disagio, quasi come se dovesse giustificarsi per il fatto di assumere una terapia regolarmente prescritta.
E credo che anche questo sia un problema che meriti di essere raccontato.
L'ADHD non è semplice distrazione, svogliatezza o poca concentrazione. È una condizione neuropsichiatrica che può incidere concretamente sulla vita quotidiana e che, quando viene prescritta una terapia farmacologica, deve essere gestita con serietà e continuità.
Noi non stavamo chiedendo un farmaco senza controllo medico.
Non stavamo chiedendo di iniziare una nuova terapia.
Non stavamo cercando una prescrizione "facile".
Stavamo cercando di continuare una terapia già prescritta, con un Piano Terapeutico, mentre ci trovavamo temporaneamente in un'altra regione.
Alla fine siamo dovuti rientrare in Toscana.
Una volta tornati, mio marito si è rivolto al proprio medico di medicina generale, che ha effettuato regolarmente la prescrizione necessaria e il problema si è risolto.
Ed è proprio questo che ci ha lasciati increduli.
Come è possibile che un paziente regolarmente in terapia, con un Piano Terapeutico, durante una permanenza temporanea in Calabria non riesca a trovare un medico che possa effettuare la prescrizione necessaria per continuare la propria terapia?
E soprattutto:
come fanno le persone che vivono stabilmente in Calabria e hanno bisogno di questo tipo di terapia?
Questa domanda è diventata ancora più importante dopo che ho iniziato a raccontare pubblicamente la nostra esperienza.
Dopo la pubblicazione del mio racconto su una testata giornalistica, infatti, nei commenti sono emerse numerose testimonianze di persone che vivono proprio in Calabria e che hanno raccontato di avere incontrato difficoltà analoghe, arrivando in alcuni casi a dover recarsi fuori regione per poter ottenere il farmaco necessario.
Questo aspetto mi ha particolarmente colpita.
La nostra vicenda poteva sembrare inizialmente quella di una famiglia proveniente dalla Toscana che, trovandosi temporaneamente in Calabria, aveva avuto difficoltà a risolvere un problema di prescrizione.
Ma leggendo quelle testimonianze ho iniziato a chiedermi se il problema non sia invece più ampio e riguardi anche persone che in Calabria vivono stabilmente.
E c'è stato un ulteriore episodio che ritengo significativo.
Dopo aver letto il mio racconto, un altro ragazzo ha trovato il coraggio di rivolgersi alla stessa redazione per raccontare la propria esperienza e segnalare a sua volta le difficoltà incontrate nell'accesso alla terapia.
Per me questo è stato importante, perché significa che raccontare pubblicamente ciò che ci è successo ha dato anche ad altre persone la possibilità di parlare di un problema che magari fino a quel momento avevano affrontato in silenzio.
Nel frattempo, proprio per cercare di capire come sia stato possibile arrivare a una situazione simile, ho inviato una segnalazione formale tramite PEC all'ASP di Cosenza e agli uffici competenti della Regione Calabria, chiedendo spiegazioni e un chiarimento sulle modalità con cui viene garantita la continuità terapeutica.
Ho inoltre portato la vicenda all'attenzione del Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, perché ritengo che una questione di questo tipo meriti una risposta istituzionale.
Attendo risposte. 
Non voglio accusare indiscriminatamente i medici calabresi e non voglio trasformare questa vicenda in una polemica contro una regione.
Voglio capire.
Voglio capire perché un paziente regolarmente seguito, con un Piano Terapeutico e una terapia già prescritta, possa trovarsi per settimane senza farmaco.
Voglio capire perché alcune persone residenti in Calabria raccontino di essere costrette a rivolgersi fuori regione.
E soprattutto voglio capire quale sia il percorso concreto che un paziente deve seguire quando necessita di questo tipo di terapia.
Per questo motivo mi rivolgo alla vostra redazione.
Credo che ormai non si possa più parlare soltanto della nostra esperienza personale: le testimonianze che sono emerse dopo il mio racconto fanno pensare che possa esserci una problematica più ampia, che merita di essere verificata e raccontata.
Non cerco una polemica fine a se stessa.
Cerco risposte.
E credo che sia importante che queste risposte arrivino non soltanto a noi, ma anche a tutte quelle persone che ogni giorno hanno bisogno di questa terapia e non dovrebbero essere costrette a sentirsi diverse, colpevoli o abbandonate dal sistema sanitario per poterla ottenere.
Grazie per l'attenzione e per il tempo dedicato alla lettura.

Lettera firmata

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