La complessità della Storia è figlia dell’imprevedibilità degli uomini che la fanno. Pertanto, chi è chiamato ad interpretarla si ritrova giocoforza smarrito in un ginepraio nel quale la memoria, i documenti, le testimonianze, gli eterni vizi e le rare virtù della natura umana convivono in un precario equilibrio da cui è ardua impresa discernere la verità oggettiva dalla vivida fantasia.
Antonio Scurati, da scrittore navigato e profondo conoscitore del potere delle parole, affronta il rischio, percorrendo l’accidentato sentiero della storia del fascismo, riducendo al minimo l’invenzione letteraria e offrendoci un ricco romanzo documentario intitolato M che assume le forme di una pentalogia e si appresta a diventare opera imprescindibile per chi ha in animo di conoscere, senza distorsioni concettuali e pregiudizi, uno dei periodi più travagliati del passato nazionale.
Seguendo uno schema rigorosamente cronologico e ricostruendo in maniera inappuntabile le vicende per mezzo di diari, note, discorsi, verbali e scritti d’epoca, l’autore napoletano racconta la nascita di un’ideologia e la parabola di Benito Mussolini che ne fu l’inventore, prestando massima attenzione alla contestualizzazione di fatti le cui chiavi di lettura non possono che essere rintracciate nella temperie culturale, politica e spirituale di giorni ormai lontani e di sensibilità ampiamente superate.
Tutto ha inizio nel malcontento, nell’incapacità di adattarsi alla vita civile dopo l’immane macello della Grande Guerra. Il sangue e le atrocità delle trincee hanno segnato irrimediabilmente gli uomini che, smessa la divisa, faticano a credere nel valore della pace e continuano ad essere tormentati dai fantasmi di una brutalità ferina che li ha accompagnati sul fronte e li ha riportati a casa ‒ spesso mutilati nel fisico, quasi sempre lacerati nella psiche ‒ in uno stato di perenne tensione, di sprezzo del pericolo e di culto devoto nei confronti di un coraggio ammantato di patriottismo che, almeno per il momento, li ha sottratti alla morte.
Mussolini, espulso dal Partito Socialista per le sue posizioni interventiste, fiuta l’occasione e, istigato da smisurata ambizione e freddo calcolo politico, si pone a capo di un gruppo di reduci mai domati e di Arditi ‒ «soldati formidabili quando si trattava di assaltare le posizioni nemiche, preziosi in tempo di guerra ma detestabili in tempo di pace» ‒, fondando a Milano i Fasci di Combattimento.
La retorica del neonato movimento fascista è roboante, carica di richiami agli antichi valori nazionalisti e al mito della “vittoria mutilata” che, nel frattempo, Gabriele D’Annunzio, poeta e combattente, va alimentando arringando la folla con l’autorevolezza dell’eroe di guerra e il fascino della bianca uniforme da ufficiale di cavalleria.
Il fondatore del fascismo briga nel tentativo di farsi spazio in un mondo decrepito, ma ancora per lui inaccessibile e, dopo una clamorosa sconfitta alle elezioni del 1919, individua nella lotta antisocialista il grimaldello utile a scardinare le ultime resistenze che gli impediscono l’ascesa al potere.
La politica si trasforma in violenza, la protesta è repressa armi in pugno, gli scontri tra le squadracce mussoliniane e i militanti socialisti sono all’ordine del giorno. Il governo liberale si mostra incapace di mantenere l’ordine sociale e il vecchio Giolitti, contraddicendo la fama di scaltrezza che lo accompagna, si illude di poter ammansire i fascisti consentendo loro l’ingresso in Parlamento al fine di farli incagliare tra le secche dei riti e dei miti di palazzo.
L’errore è fatale e, di lì a poco, sfocia nel colpo di mano: Mussolini pretende di formare un governo personale, minacciando di far confluire sulla Capitale miriadi di camicie nere provenienti da tutta la penisola. È il bluff del giocatore d’azzardo, ma funziona. Il Presidente del Consiglio Luigi Facta, inetto per natura, e il re Vittorio Emanuele III, la cui lungimiranza politica è minima, cedono al ricatto e affidano al capo dei fascisti l’incarico agognato.
Per codardia, per interesse o per semplice miopia verso i tempi e le situazioni, l’Italia è consegnata a Mussolini che, saldo nella posizione di comando, ordina alle schiere dei suoi sostenitori di marciare su Roma in una sorta di tetro Carnevale fuori stagione.
È il principio dell’era fascista, l’inarrestabile processo di deriva autoritaria che si compie mediante il progressivo smantellamento delle istituzioni, la delegittimazione delle opposizioni e l’azzeramento delle libertà concesse dallo Statuto.
La voce del socialista Giacomo Matteotti si leva solitaria in un Parlamento esautorato per denunciare i brogli durante le elezioni del 1924 ma, ben presto, è messa a tacere attraverso la violenza e Scurati giganteggia nella indimenticabile descrizione di una nazione spettrale e smarrita, in attesa di rinvenire il corpo del coraggioso deputato.
Il fascismo sembra ad un passo dalla fine, dacché lo sdegno monta nel Paese, ma la strumentale epurazione dei collaboratori più stretti e un infuocato discorso tenuto alla Camera il 3 gennaio del 1925 permettono a Mussolini di riacquisire vigore e trasformare un governo fortemente repressivo in un regime totalitario.
Con gli oppositori costretti all’esilio o inviati al confino, la stampa imbavagliata o indirizzata dalle famigerate “veline” ministeriali e una propaganda martellante, l’unico ostacolo reale alla dittatura è quello economico: la lira, malconcia a causa dell’inflazione e di successive svalutazioni, sembra essere lo spauracchio di un titano che si erge su fragili piedi d’argilla, a dimostrazione del fatto che, come da prassi, la finanza capitalistica ‒ male occulto di ogni epoca ‒ dirige la politica e determina decisioni. Il ricatto della moneta è compendiato da Scurati in una riflessione che, anche a distanza di decenni dai fatti narrati, può essere ascritta alla categoria della modernità: «Tu puoi pure erigere una superba cattedrale di opere legislative ed economiche con l’ingegno dei sapienti e la forza motrice di milioni di braccia, […] con generazioni di schiene spezzate; tu puoi architettare uno Stato, risvegliare una nazione, esaltare un popolo ma poi, alla fin fine, tutto dipende dalla cifra con cui domani, al mercato di Londra, un centinaio di uomini imbracati dentro le loro grisaglie, ereditate dai padri defunti, cambieranno la lira contro la sterlina. Tutto, alla fine, dipende dal denaro, la puttana universale».
Mussolini esce dall’impasse avviando un’ampia politica di opere pubbliche e un programma di rivalutazione forzosa della lira passato alla storia con la sigla di “Quota 90”.
Sul versante internazionale, l’Italia espande i possedimenti coloniali africani con la conquista del Fezzan libico e dell’Etiopia e occupa militarmente l’Albania su iniziativa del ministro degli esteri Galeazzo Ciano, genero del Duce, considerato dagli altri gerarchi un parvenu vanesio e presuntuoso. Tuttavia, la politica di potenza ‒ purtroppo non contrastata a sufficienza dalle altre nazioni europee ‒ induce il governo fascista ad un lento, lugubre e sventurato avvicinamento alle posizioni della Germania nazista guidata da Adolf Hitler, caporale e artista fallito asceso alla Cancelleria con l’ossessiva idea di sradicare il giudaismo eliminandone fisicamente gli appartenenti.
L’abbraccio mortale tra i due regimi condurrà all’ignominia delle leggi razziali ‒ capitolo vergognoso della storia nazionale ‒ e ad un’alleanza militare che il 10 giugno del 1940 getterà l’Italia nella fornace della Seconda Guerra Mondiale.
Galvanizzati dalla robusta oratoria mussoliniana, pochi comprendono appieno la gravità della situazione, ma tra questi è doveroso citare Italo Balbo che, pur essendo fascista della prima ora, nell’agosto del 1939, profetizza all’amico ebreo Renzo Ravenna le venture disgrazie italiche in questi termini: «Se Mussolini si ostinerà nella follia della guerra al fianco di Hitler, noi saremo sconfitti, cadrà il fascismo, cadrà la monarchia, perderemo le colonie e ci potremo chiamare fortunati se si salverà l’unità italiana».
La previsione del quadrumviro si realizza in toto e l’Italia, impreparata militarmente e malvista dall’alleato tedesco, subisce una serie di pesanti sconfitte le cui responsabilità ricadono su Mussolini che, nel corso dell’ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo (25 luglio 1943), è inchiodato alle proprie colpe da un ordine del giorno di sfiducia presentato da Dino Grandi e da parole di condanna ‒ pronunciate dallo stesso gerarca ‒ che chiudono le porte a qualsivoglia assoluzione: «Hai sempre criticato la vecchia “casta” liberale imbelle? Ora stai perdendo quel che conquistarono le guerre dei nostri padri. Hai sempre respinto l’asservimento dell’Italia alle grandi potenze plutodemocratiche? Ora siamo diventati vassalli della Germania. Hai sempre invocato la rivoluzione che spazzasse via l’Italietta dei sottopancia ministeriali? Hai ucciso la rivoluzione trasformandoci in un Paese di poliziotti e di burocrati».
Gli avvenimenti successivi sono un rosario di umiliazioni e contraddizioni con una nazione lasciata allo sbando dopo l’arresto del Duce, la firma dell’armistizio (8 settembre 1943) e la fuga del sovrano e del governo provvisorio verso il Meridione già controllato militarmente dagli angloamericani.
A ciò fa seguito una cruenta guerra civile scatenatasi conseguentemente alla nascita della Repubblica Sociale Italiana ‒ stato fantoccio formalmente amministrato da Mussolini ma, di fatto, in mano tedesca ‒ e alle rappresaglie contro i partigiani e i resistenti che, alla fine, al prezzo di migliaia di vite, riusciranno a liberare l’Italia.
Scurati ha il pregio di raccontare con scrittura magnetica l’enorme quantità di storia e l’altrettanto vasta porzione di dramma che caratterizza il Ventennio senza lasciarsi tentare da improponibili rivalutazioni o inappropriate nostalgie. Al centro di tutto c’è una vita ‒ quella di Mussolini ‒, ricca di eventi e di scelte sbagliate, che termina con un corpo straziato nel quale la folla, che lo ha in precedenza idolatrato, sfoga istinti troppo a lungo repressi e ritrova libertà altrettanto lungamente negate.
M è un antidoto, non un contenitore di giudizi, un monito, una preziosa bussola per evitare possibili ritorni auspicati ‒ e qui son d’obbligo le parole che lo scrittore napoletano attribuisce al cadavere del Duce ‒ «ogni volta che invocherete l’uomo forte che non siete né mai sarete, il Capo capace di guidarvi standovi dietro […]».
La pentalogia si conclude con una vita che finisce, ma continua ad aleggiare sul presente dai meandri della Storia, «perché i morti non pesano soltanto, i morti sopravvivono» in un affresco d’ombre che non dobbiamo smettere di contemplare con timore.

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