Il 30 giugno l'ASP di Cosenza e il sindacato dei medici di medicina generale hanno firmato l'accordo aziendale che dovrà far funzionare le Case di Comunità. Sulla carta è un passo avanti verso la nuova sanità territoriale. Nei fatti, per territori come il nostro, rischia di tradursi in una cosa sola: meno guardia medica.
Partiamo da cosa sono. Le Case di Comunità nascono dai fondi del PNRR e rappresentano il secondo tempo di un percorso iniziato con le AFT, le Associazioni Funzionali Territoriali, che hanno raggruppato i medici di famiglia di uno stesso ambito, con adesione obbligatoria pena la decadenza della convenzione. La Casa di Comunità fa un passo oltre. Dentro non ci sono solo i medici di famiglia, ma anche infermieri, specialisti, strumentazione di primo livello come elettrocardiografo e spirometro, esami ematici, telemedicina, ecc. Non sono previste visite domiciliari, che restano ai medici di famiglia e alla continuità assistenziale. Per il distretto Esaro-Pollino le strutture sorgeranno a Roggiano Gravina, San Marco Argentano, Lungro, Castrovillari e Mormanno.
Sarebbero dovute partire a fine giugno. In Calabria, come in quasi tutte le regioni, si rincorre il tempo perduto per non perdere i finanziamenti e si parte in salita. Secondo quanto trapela, le strutture non saranno subito dotate di tutto il necessario, né la presenza degli specialisti sarebbe garantita dal primo giorno.
Ma il vero nodo è un altro: chi ci lavorerà dentro?
L'accordo prova a rispondere. In prima battuta i medici di famiglia, chiamati a svolgere “in via prioritaria” una quota delle loro ore nelle Case di Comunità, con una turnazione pensata per distribuire il carico e sacrificare il meno possibile gli ambulatori di paese. Già qui il cittadino perde qualcosa, ossia il suo medico. Per una parte del tempo, infatti, non sarà più nello studio sotto casa ma in una struttura da raggiungere.
Non basterà. I medici di famiglia hanno gli studi, la burocrazia, e non possono coprire le notti, che richiederebbero il riposo il giorno dopo. E allora l'accordo guarda agli altri medici del territorio, quelli di continuità assistenziale, la vecchia guardia medica per capirci, assunti a tempo indeterminato e determinato. L'indicazione, per ora “su base volontaria”, è che partecipino ai turni delle Case di Comunità con una parte delle ore previste dal loro contratto. Tradotto in un'altra lingua: un medico che firmava per 24 ore settimanali di continuità assistenziale potrebbe farne 6 o 12 nella Casa di Comunità. E poiché gli orari si sovrappongono, notti comprese, ogni ora spostata di là è un'ora scoperta di qua.
Qui l'accordo smette di essere una questione tecnica e diventa una questione di vita quotidiana. Il medico della Casa di Comunità presidia la struttura, come accade in un pronto soccorso. Accoglie chi arriva, eroga prestazioni, magari in telemedicina. Il medico di guardia, invece, sta sul territorio, con tutti i limiti che conosciamo (ambulatori sforniti, postazioni non tutte coperte, ecc.), ma resta il riferimento della popolazione nelle ore in cui tutto il resto è chiuso. La continuità assistenziale non viene eliminata, ma viene sacrificata a una logica aziendale che ha stabilito altre priorità. Quando un medico è impegnato in una Casa di Comunità, la sua postazione resta vuota. E in un territorio dove già oggi, per esempio tra Spezzano Albanese, Tarsia, Terranova da Sibari e San Lorenzo del Vallo, capita che sia attiva una sola postazione di guardia medica, quel vuoto può fare la differenza tra essere assistiti e non esserlo.
C'è di più. Questo è un territorio che invecchia. Anziani soli, spesso senza mezzi, con difficoltà logistiche che rendono irraggiungibile qualsiasi Casa di Comunità e qualsiasi pronto soccorso. Per loro il medico di guardia non è un servizio tra gli altri, è l'unico che si muove. E sono gli stessi medici di continuità assistenziale, va ricordato, che oggi affiancano i mezzi del 118, i quali arrivano quasi sempre sul posto senza medico a bordo.
Il paradosso è tutto qui. Si costruisce la sanità di prossimità svuotando l'unica prossimità che è rimasta. Si aprono strutture nuove spostandoci dentro i medici che già mancano fuori. Non arrivano forze fresche, si redistribuisce la penuria e la si chiama riforma.
Le Case di Comunità potevano essere un'occasione. Con nuove assunzioni, lo sarebbero state. Così, invece, la notte in cui partirà una chiamata da una casa di campagna, tra Spezzano e San Lorenzo, la struttura nuova sarà lì, con le luci accese e il medico dentro. E il paziente resterà dov'è sempre stato: fuori, ad aspettare qualcuno che non può arrivare.
E la chiamano riforma!
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