Da oggi a domenica Spezzano Albanese ospita la seconda edizione di Expo Arbëria. Arriveranno sindaci e autorità dall'Albania, dal Kosovo, dalla Macedonia del Nord e dal Montenegro, insieme ai rappresentanti dell'Unione dei Comuni Albanesi.
Gente che prende un aereo, attraversa l'Adriatico e viene fin qui per vivere e guardare la nostra realtà.
Vale la pena chiedersi perché lo facciano. Non è cortesia diplomatica e non è nostalgia. Piuttosto vengono perché una parte della loro storia nazionale è nata in questa provincia. Girolamo De Rada era di Macchia Albanese, classe 1814, e i suoi Canti di Milosao sono del 1836. Nel 1883 fondò a Cosenza "Fiàmuri Arbërit". Nel 1895 organizzò a Corigliano il primo congresso di studi linguistici albanesi tenuto in Italia, tredici anni prima che a Monastir si decidesse come scrivere quella lingua. L'Albania sarebbe diventata uno Stato soltanto nel 1912. Quando ancora non esisteva, i giornali si stampavano in questa provincia e la sua coscienza nazionale si formava anche nel collegio di Sant'Adriano.
Per loro siamo un capitolo di storia patria. Per noi siamo qualcosa che rischia di scomparire. Questo è il punto che dovrebbe farci riflettere e che invece non facciamo mai. Loro sanno esattamente quanto valiamo, noi no. Le nostre attenzioni sono tutte concentrate a creare divisioni interne. Così, partendo dal basso, continua a resistere la mentalità per cui meglio niente che qualcosa. Fermo restando che il fenomeno di globalizzazione porta le periferie a scomparire o a essere inglobate da un sistema sempre più "contaminato", la domanda vera che dovremmo porci oggi è: cosa si dovrebbe fare, scientificamente, affinché la cultura di un popolo così ricco possa evitare di scomparire?
Sicuramente, a parer di chi scrive, c'è la necessità di creare un modello di business per il quale valga la pena investire affinché si possa rimanere nei territori che, diversamente, rischiano di spopolarsi (e il processo è già iniziato da diversi anni). Investendo sui territori, nella direzione di lingua e cultura, la gente sarà più incentivata a restare piuttosto che abbandonare.
Perché i numeri, intanto, dicono una cosa chiara. Qualche anno fa l'Istituto Omnicomprensivo Arbëresh di Lungro fece uno studio su sette comuni, Acquaformosa, Civita, Firmo, Frascineto, Lungro, San Basile e Spezzano Albanese. Su cinquecentosettantuno alunni, soltanto ottantuno parlavano arbëresh. Il 14,2 per cento. A Civita e a San Basile nessun bambino. A Spezzano la lingua era già in fase avanzata di rigetto. Sessant'anni fa, nei comuni albanofoni del Cosentino, una rilevazione misurava oltre l'82 per cento di albanofoni.
Il resto lo dice la demografia. I ventidue comuni albanofoni di Calabria avevano 51.637 abitanti nel 1981 ed erano scesi a 38.832 nel 2018. Un quarto della popolazione perso, con un indice di vecchiaia salito al 254 per cento contro il 158 della Calabria. Stiamo perdendo la gente prima ancora della lingua.
E allora c'è da chiedersi una cosa. Una comunità che possiede un patrimonio per cui altri attraversano il mare, come impiega le sue energie migliori? Le impiega a litigare su chi ha il diritto di dire come stanno le cose. C'è sempre qualcuno che si sente più titolato. Un'iniziativa che non rientra nei canoni di chi parla diventa subito una profanazione. La tradizione tradita, il costume sbagliato, la pronuncia impura. Se non si fa niente la lingua muore, se si fa qualcosa la si sta profanando.
Sia chiaro, spesso chi accusa dimentica che il tribunale dell'autenticità non è la causa del nostro declino, ne è il sintomo. Le comunità che hanno un progetto discutono su come realizzarlo. Le comunità che non ce l'hanno discutono su chi è più puro. Quando non c'è più niente da costruire, l'unica cosa che resta da fare è giudicare chi prova a costruire.
Ed è qui che le esperienze europee diventano interessanti, perché hanno tutte in comune lo stesso passaggio. Hanno smesso di chiedersi chi fosse autentico e hanno cominciato a chiedersi a cosa servisse la lingua.
I ladini delle Dolomiti sono trentamila persone, meno degli abitanti dei nostri ventidue comuni, e hanno una tenuta linguistica che noi non abbiamo più. Non per il folklore, ma per la scuola. Nelle valli ladine dell'Alto Adige il ladino entra in classe dall'asilo come lingua di lavoro e accompagna tutto il percorso scolastico, in un sistema che tiene insieme tre lingue.
L'Irlanda ha fatto la mossa economica. Ha creato un'agenzia di sviluppo che lavora soltanto nelle aree dove si parla irlandese. Non un ente culturale, ma un'agenzia che finanzia imprese. Nel 2025 le aziende assistite occupavano 9.716 persone e avevano superato il miliardo di fatturato. Ventinove hub digitali sono stati aperti dentro i paesi, per far lavorare da casa chi altrimenti sarebbe andato via. Lì la lingua non è un costume da indossare la domenica, è una condizione per ricevere i soldi.
Chiaramente un modello fondato solo sull'attrattività della nostra diversità non salva niente. Trasforma la lingua in un souvenir e i souvenir si vendono bene proprio quando nessuno li usa più.
I sindaci e le autorità che arrivano da Tirana e da Pristina in questi giorni ci trattano come un pezzo del loro patrimonio. Noi li accogliamo come ospiti di una festa. Uno dei due sta leggendo male la situazione e, probabilmente, non sono loro.
Loro non sono soltanto ospiti, sono il risultato della nostra opera meglio riuscita. Le prime riviste in lingua albanese, i congressi sulla lingua, la coscienza nazionale prima della nazione: tutto questo è passato di qui, quando un popolo a quattrocento chilometri di distanza non aveva ancora uno Stato. Quel popolo oggi lo Stato ce l'ha, ha una lingua che si insegna all'università e ha bambini che la parlano per strada. Sabato sfileremo insieme per il centro storico e sarà una bella giornata. Poi loro torneranno a casa, dove non c'è niente da salvare, mentre noi, speriamo di no, continueremo a litigare sul nulla.
@Riproduzione riservata