L’editoriale firmato da Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera, il giorno dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, intitolato “Siamo tutti americani”, oltre ad esprimere quella solidarietà degli alleati alla super potenza americana, trafitta al cuore dalla vile azione del fondamentalismo islamico, interpretava (a ragione) la necessità di unità a difendere i comuni valori fondamentali dello stile di vita occidentale.
Da allora “di acqua né è passata sotto i ponti”, considerato che l’anzidetto invito, inizialmente raccolto dagli amici degli Stati Uniti, a causa di dinamiche politico-economiche tossiche squilibrate, si è gradatamente affievolito, convertendo quella vicinanza tra partners occidentali almeno in fredda distanza, soprattutto a seguito dell’insediamento della seconda presidenza di Donald Trump.
In effetti, dopo un quarto di secolo, le democrazie liberali, sebbene pressate dall’espansione di potenti competitors alternativi (e/o avversi) ai principi occidentali, “ancora resistono”, subendo però quei processi (o tentativi) di aggressione e/o limitazione dei meccanismi istituzionali di partecipazione decisionale.
Il crollo delle “Twin Towers” del World Trade Center di New York ha significato plasticamente la fine della “pax americana”, fase storica che non può più tornare, atteso che quella architettura globale, costruita dagli Stati Uniti (dopo la dissoluzione dell’Urss), sia stata di fatto ridimensionata, evolvendosi verso un complesso organizzativo internazionale “in fieri”, informe ed ancora indefinito, i cui fattori di instabilità, inquietudine ed insicurezza alimentano una forte conflittualità nelle varie aree del pianeta.
La storia di questi 25 anni ha disvelato che alla caduta del muro di Berlino non è seguito realmente il trionfo (se non in parte) degli Stati Uniti, né delle democrazie liberali capitalistiche, ma, viceversa, sono affiorati i limiti e le contraddizioni di quel tipo di sistema che non ha tenuto conto dell’esistenza di un “mondo underground” che non ha inteso (né intende) scimmiottare o aderire al modo di vivere occidentale.
Per cui, nonostante gli Usa rimangano il paese più potente della terra, non hanno avuto, comunque, la forza (militare ed economica) di assumere il ruolo di “sceriffo del globo”, non essendo in grado di intervenire in tutte le crisi che proliferano nelle diverse parti del mondo.
Pertanto, accanto alla Super potenza Statunitense, sono venute ad emergere, par tante ragioni, pari potenze globali antagoniste come la Cina (o a proiezione planetare come Russia ed India) e diverse potenze regionali (Brasile, Messico, Giappone, Corea del Sud, Arabia Saudita, Iran, Nigeria, Sud Africa) che hanno dato vita ad un assetto multipolare e policentrico, costituendo un importante cambiamento dello scenario internazionale, oltre che segnare il tramonto di quell'egemonia occidentale che aveva caratterizzato la storia mondiale negli ultimi secoli.
Di conseguenza gli Stati Uniti hanno dovuto fare i conti con il predetto processo di trasformazione del sistema internazionale da unipolare a multipolare, rimodulando in questi decenni, de facto, il proprio ordinamento istituzionale con l’estensione, a volte forzata, dei poteri dell’esecutivo a discapito delle prerogative del Congresso.
Tutto ciò ha generato all’interno degli Usa uno stato di esasperata, radicalizzazione, contrapposizione e frammentazione della società Yanke il cui “revisionismo storico autoctono” ha offerto (e continua ad offrire) occasioni di indebolimento della democrazia americana.
Tale scontro si evince anche in questi giorni nel ricordare, a venticinque anni di distanza, l’attentato dell’undici settembre, incentrando il dibattito su due forme di revisione che entrambe minano l’unità degli Usa. La prima teoria è di tipo complottistico classico, intesa come negazione, essendo i meri responsabili, interni agli apparati americani, mentre quella molto più pericolosa, sostenuta della sinistra radicale, la quale, pur riconoscendo le responsabilità del terrorismo islamico sui fatti, relativizza il caso in sé nel senso che ne ridimensiona la gravità, imputando quell’episodio specifico come esclusiva conseguenza delle colpe degli Stati Uniti in tutte le guerre che ha scatenato (vedi dichiarazioni di Mandami, sindaco di New York).
In altre parole, gli Stati Uniti da vittima (nella vicenda specifica) passano al banco degli imputati, trasformando una pagina di storia (ormai dopo venticinque anni) in un motivo di conflitto tra visioni, ormai inconciliabili, che mettono a dura prova la tenuta stessa dello Stato a stelle e strisce.
Per cui certamente è vero che Al Quaeda sia stata sconfitta, ma non è altrettanto inesatto ritenere che gli Stati Uniti (compreso il fronte occidentale) non abbiano vinto.
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